Fantasmagorico Dargen D'Amico, tra gli incubi di oggi in cerca di un sogno reale
di Luigi Bolognini , di Luigi BologniniSe volete rendervi simpatici agli occhi di Dargen D’Amico non chiedetegli perché i suddetti occhi sono sempre coperti da occhiali da sole: «Uffa, la solita domanda. E poi tutti a citarmi il Battiato che, sul tema, parla di “carisma e sintomatico mistero”. Un po’ di originalità, la prego. Comunque è per igiene personale e umana e anche per avere un filtro col mondo. E sì, ho due occhi, il cui colore è un fatto privato, ma è compreso tra quelli dell’arcobaleno. Non sono rossi, però, se non quando c’è troppo cloro».
Le 'Variazioni' di Dargen D'Amico: "Piano e rap, la mia curiosità"
Malmostoso? No, e non ne avrebbe motivo, dopo il balzo di notorietà sanremese con Dove si balla, che trainerà sicuramente il nuovo disco Nei sogni nessuno è monogamo, e il tour che, dopo l’anteprima primaverile (27 aprile a Napoli, 28…
Se volete rendervi simpatici agli occhi di Dargen D’Amico non chiedetegli perché i suddetti occhi sono sempre coperti da occhiali da sole: «Uffa, la solita domanda. E poi tutti a citarmi il Battiato che, sul tema, parla di “carisma e sintomatico mistero”. Un po’ di originalità, la prego. Comunque è per igiene personale e umana e anche per avere un filtro col mondo. E sì, ho due occhi, il cui colore è un fatto privato, ma è compreso tra quelli dell’arcobaleno. Non sono rossi, però, se non quando c’è troppo cloro».
Le 'Variazioni' di Dargen D'Amico: "Piano e rap, la mia curiosità"
Malmostoso? No, e non ne avrebbe motivo, dopo il balzo di notorietà sanremese con Dove si balla, che trainerà sicuramente il nuovo disco Nei sogni nessuno è monogamo, e il tour che, dopo l’anteprima primaverile (27 aprile a Napoli, 28 a Roma, 8 maggio nella sua Milano e il 13 Bologna), durerà tutta l’estate.
Semplicemente lui è fatto così: ironico e sopra, o sotto, o a lato delle righe, mai sulle righe stesse. Uno che guarda la vita da un lato sghembo, ricavandone musiche, testi e dichiarazioni non banali. E, nel panorama del rap, se ne fa ancora parte visto il suo eclettismo sonoro, ha sempre avuto la fama del cantautore, dell’intellettuale — orrore! — per aver letto dei libri. Poi però per schizzare davvero fuori dalla (folta) nicchia di appassionati e addetti ai lavori, a 41 anni si è dovuto tuffare nel festivalone: «Non è una diminutio, ci avevo provato anche nel 2015 e nel 2017. Ora forse sono cambiato io, ma più probabile che sia cambiato Sanremo, basta vedere il cast. Esperienza probante, diciamo: io ho deciso di estremizzare la bolla, ho spento il telefonino, non scrivevo né leggevo messaggi, neppure mi informavo, le notizie me le davano i giornalisti con cui facevo interviste a ciclo continuo».
Il festival e i 40 anni ancor freschi possono indurre a bilanci: «Personali non ne parlo, ho la sacralità dell’intimo. Artistici, penso a una nuova epoca e ci spero pure: l’ultimo decennio l’ho passato a far dischi per poter fare concerti per potermi concedere lunghi viaggi in cui trovare stimoli e idee per nuovi dischi, e il cerchio si chiudeva. Ora spero di poter essere più diretto e di tornare a utilizzare i sogni come base d’asta per vivere la realtà. Questo spiega il titolo dell’album, che è il succo di due anni di lockdown, che ci devono insegnare a trovare il cattivo nel buono e a socializzare di più».
A proposito di socializzazione, tra i modi per farlo ci sono musica e ballo. Per questo qualcuno ha paragonato Dove si balla a Musica leggerissima: un cazzeggio orecchiabilissimo sullo spettacolo, ma con riflessioni nascoste. «Bel complimento, amo quel brano, ma temo che Colapesce e Dimartino abbiano molta più poesia di me. Vero, però, che tento di riflettere sulla situazione attuale: il ballo non è solo una necessità per stimolare il corpo ma un modo di fare squadra». Ma la frase “incubi mediterranei” pare parlare dei barconi degli immigrati: «Diciamo che nel momento in cui le merci possono girare tutto il mondo, mi stupisco che ci si stupisca che vogliano farlo anche degli esseri umani».
Dubbio finale, sempre di look, sul suo abbigliamento così variopinto. Qui Dargen ammette: «Un vestito bianco l’ho, me l’ha regalato Omar Pedrini. L’ho appeso al muro in una teca per evitare di macchiarlo».