Spettacoli

Band of Horses: "In questo disco c'è il nostro meglio, per dire che la luce supera il buio"

Band of Horses: "In questo disco c'è il nostro meglio, per dire che la luce supera il buio"

Il nuovo album della band guidata da Ben Bridwell si intitola 'Things are great': "È il mio modo per sentirmi connesso con gli altri, con le loro storie"

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Ben Bridwell sembra un eterno ragazzo. Ha 43 anni, una famiglia sulle spalle, quattro figlie, uno stile di vita 'down to earth', senza capricci da rockstar. Eppure il suo sguardo sulla vita, il suo modo di scrivere canzoni, e anche quello di proporle al pubblico con i suoi Band of Horses, è ancora quello di un ragazzo che sta cercando di scoprire cosa la vita abbia in serbo per lui. Il nuovo album della band, Things are great, il sesto dall’esordio nel 2006, pubblicato in queste settimane, a sei anni dal precedente, racconta bene proprio questa singolare condizione esistenziale, che ha permesso a Bridwell di restare costantemente 'nuovo', di caratterizzare il suo stile e quello della band (nonostante innumerevoli cambi di formazione) e portarla in un mondo sonoro che si evolve ma non invecchia, si consolida ma non resta statico. Anzi, Things are great segna ancora dei cambiamenti rispetto ai lavori precedenti.

Ben Bridwell
Ben Bridwell 

“Penso che sia così”, dice Bridwell, “anzi posso dire che le cose che sono cambiate sono tre. Innanzitutto il rapporto con la chitarra e il suo suono: invece di chiamare un chitarrista bravo e dedicato, ci ho lavorato io. Diciamo, scherzando, che ho voluto risparmiare i soldi che avrei speso a chiamare uno bravo e mi ci sono applicato con dedizione. Le altre volte pensavo qualcosa per la chitarra e per risparmiare tempo o guadagnare qualità chiamavo altri, invece in questo disco c’è un unico approccio al suono della chitarra in tutti i brani. Il fatto che io non sia un ‘tipico’ chitarrista, uno normale insomma, mi ha permesso un’approccio diverso, che in qualche modo mi assomiglia di più. Poi c’è anche un modo diverso di rapportarmi ai testi delle canzoni, con maggiore onestà. Ho scritto in maniera diretta, senza metafore, senza fumi o specchi dietro ai quali nascondere e far apparire diversa la realtà, volevo raccontare le mie storie con la maggiore verità possibile. Il terzo cambiamento è stato quello di intervenire maggiormente nella produzione, cercando di ottenere esattamente quello che volevo, non proprio battendo i piedi per terra ma cercando di far capire bene il mio punto di vista. Il risultato è quello che potete sentire”.

La copertina del nuovo disco 'Things are great'
La copertina del nuovo disco 'Things are great' 

È un album nel quale, partendo al titolo, c’è una sensazione generale di gioia…
“Sì, c’è gioia dentro queste canzoni, anche quando parlano di cose, di esperienze, non piacevoli, e molte storie personali davvero non lo sono. Io fatto che si percepisca mi rende felice. Certamente io non analizzo in maniera particolare quello che faccio, sono una persona tendenzialmente istintivo, quindi non è stata una scelta ma il riflesso di quello che sento e che provo. Ho fatto del mio meglio per dire cose più vere in questo album e forse anche per questo la luce supera il buio”.

Dire la verità nelle canzoni non è sempre un impresa facile.
“No, non lo è, l’arte in molti casi è un filtro, un modo per interpretare la realtà o addirittura per crearla. Io ho sempre amato la musica e, anche se potrebbe sembrare strano dirlo, sono sempre stato insicuro, non sono cresciuto come il classico ragazzo che quando è alla high school prende la chitarra e scrive canzoni. Ma il bisogno di verità è quello che sento adesso, forse perché la mia vita è cambiata, perché ho quattro figlie, perché ho una buona vita e voglio stare con i piedi per terra. E poi, e so che anche questo può suonare terribilmente ovvio, ho sempre più bisogno di sentirmi connesso con gli altri, amo la gente, in ogni modo e spero di trovare, anche attraverso la musica, un modo per restare connesso con il maggior numero di persone possibili, con le loro storie. E per riuscirci ho bisogno di raccontare cose vere”.

E anche di tornare a usare il rock?
“Il rock? È divertente, energico, perché no. I generi e i suoni cambiano sempre, ma alcune cose tornano, sono cicliche. La musica fatta con la chitarra è andata, lo leggi sul giornale, dicono che non interessi più a nessuno. Io invece penso che il rock non muoia mai e mi trovo bene in quel mondo. Diciamo che trovo gioia nella musica suonata con la chitarra rock, ma anche nel pop, nell’elettronica, nel jazz, nel rap. Chiamala come vuoi, ma c’è talmente tanta energia, positività, emozione nella musica che farsi problemi con i generi mi sembra davvero inutile. Quindi non so se la mia possa essere fino in fondo definita rock, è musica in cui la chitarra suona molto, ecco tutto. Io sono prima di tutto un fan della musica, cresciuto in una casa dove c’è stata sempre musica, da quando ero bambino. I miei mi facevano ascoltare di tutto, soul music, jazz, i Rolling Stones e gli Steely Dan, e questo mi ha segnato profondamente. Ancora oggi non riesco a non divorare musica ogni giorno, soprattutto musica nuova, per quel che posso. E il modo migliore per scoprire cose interessanti resta il passaparola con gli amici, che accendono la mia curiosità su qualche artista che non ho ascoltato prima. Sono ancora un ‘mixtape kid’, amo preparare compilation per gli amici, e ho ancora bisogno che gli altri lo facciano per me. Conservo ancora il mio primo masterizzatore Tascam con il quale facevo i cd per gli amici. C’è un sacco di valore in questo scambio di conoscenza tra amici e non ne potrei fare a meno ancora adesso”.