'The last rave', il docufilm sui free party. Il regista Alessandro Ruggeri: "I rave hanno vissuto molte trasformazioni"
di Carlo Moretti , di Carlo MorettiForse è arrivato il momento dell’ultimo giro di valzer per i rave. Limitati da leggi sempre più restrittive che in tutta Europa ne hanno molto ridotto il raggio d’azione (come il Criminal Justice Act nel Regno Unito e la legge Mariani in Francia) e cannibalizzati dai festival di musica elettronica che hanno intercettato i frequentatori più giovani e ne hanno virato in chiave commerciale la domanda, i rave sono diventati un fenomeno sempre più marginale.
Esistono ancora come TAZ, ovvero momenti di riappropriazione di spazi e strutture industriali abbandonati per free party a base di musica techno, ma sempre più spesso trovano i loro momenti di sfogo in mega raduni, i teknival, che possono durare anche 5 giorni e richiamano partecipanti da ogni parte d’Europa, sollevando problemi critici di organizzazione e di ordine pubblico per l’uso massiccio di droghe, con e…
Forse è arrivato il momento dell’ultimo giro di valzer per i rave. Limitati da leggi sempre più restrittive che in tutta Europa ne hanno molto ridotto il raggio d’azione (come il Criminal Justice Act nel Regno Unito e la legge Mariani in Francia) e cannibalizzati dai festival di musica elettronica che hanno intercettato i frequentatori più giovani e ne hanno virato in chiave commerciale la domanda, i rave sono diventati un fenomeno sempre più marginale.
Esistono ancora come TAZ, ovvero momenti di riappropriazione di spazi e strutture industriali abbandonati per free party a base di musica techno, ma sempre più spesso trovano i loro momenti di sfogo in mega raduni, i teknival, che possono durare anche 5 giorni e richiamano partecipanti da ogni parte d’Europa, sollevando problemi critici di organizzazione e di ordine pubblico per l’uso massiccio di droghe, con epiloghi talvolta drammatici come nell’agosto dello scorso anno a Valentano, nella Tuscia, dove un ragazzo morì annegato nel lago di Mezzano.
L’idea che siamo vicini all’ultimo rave o che si tratti di un’esperienza la cui idea originaria sia ogni giorno più sfocata attraversa il documentario The last rave, girato nel corso degli ultimi tre anni tra Inghilterra, Francia e Italia dal regista romano 38enne Alessandro Ruggeri. Il film è stato proiettato in anteprima al Cinema Aquila di Roma e verrà ora presentato in un tour in altre città italiane, mentre è in programma la partecipazione ad alcuni importanti festival cinematografici europei.
Perché un film sul fenomeno dei rave proprio ora, dunque? “Perché sono passati trent’anni e sono forse una distanza giusta per guardarsi indietro e tentare di storicizzare un avvenimento o un fenomeno come questo” osserva il regista di The last rave, Alessandro Ruggeri. “I rave hanno già vissuto molte trasformazioni nella loro natura e al loro interno, non siamo certo noi i primi a descriverli, sono stati scritti molti libri, ma il momento per fare un film come questo era giusto perché si dice sempre più spesso che i rave siano già un po’ morti, che non sono più quelli di prima. Ecco perché il film si chiama The last rave: ho sentito dire tante volte frasi come ‘questo è l’ultimo rave, vedrai che non li faranno più’, oppure ‘è l’ultimo rave a cui vado’ anche se poi puntualmente le persone ci ritornano”.
Viviamo anni dominati dai social, più che dai centri sociali, ma i social invece che avvicinare le persone tendono a instaurare rapporti virtuali, in definitiva ad allontanare le persone. E, certo, se il covid non è stata la pietra tombale sull’idea di free party ne ha certo messo fortemente a rischio il futuro. Il film si pone dunque come una provocazione ma anche come una fotografia del momento che attraversano i rave: “C’è stato un canto del cigno, le cose sono cambiate, il potere eversivo e politico che avevano questi eventi per tutti gli anni Novanta è andato perso”, osserva Ruggeri. “Oggi le persone cercano nei rave qualcosa di diverso, non pensano di andare contro cercando altro, vogliono piuttosto ricavarsi un proprio spazio perché nei quartieri in cui vivono mancano spazi pubblici. Tutto è privatizzato e i rave vengono ancora in aiuto per questo tipo di problema, nessuno dimentica che negli ultimi 30 anni i rave sono riusciti a cambiare la cultura dei club, imponendo l’abbassamento dei prezzi dei locali in cui si ascoltava musica elettronica”.
Nel film The last rave, prodotto da Sarastro, si intervistano i protagonisti di quella rivoluzione nata in Inghilterra alla fine degli anni Ottanta e all’alba degli anni Novanta: parlano lo scrittore Mark Harrison e i dj 69 DB e Crystal Distorsion del movimento Spiral Tribe, ci sono le interviste a Leo Anibaldi che con Lori D (Lorenzo D’Angelo) realizzò all’epoca un ponte con gli inglesi per i primi rave in Italia, caratterizzati da quel 'suono di Roma' partorito dai dischi della Head Cleaner Records di Sacha.
Roma insomma ebbe un ruolo cruciale che il film mette bene in evidenza, soprattutto per ciò che riguarda la parte musicale ma non solo: “La cosa che mi avvicina di più all’ambiente dei rave è la musica, non è l’esperienza della droga che pure il film mette necessariamente in luce come uno degli elementi i quella esperienza” dice Ruggeri. “C’è una grossa fetta di persone che vede nei rave una zona franca in cui poter andare a ballare come vuole. Sarebbe ipocrita parlare dei rave senza illustrarne tutto il contenuto: i rave sono paradossalmente i luoghi più trasparenti tra quelli in cui si va per vivere un momento di festa. In tanti locali commerciali succedono le stesse cose ma ci si nasconde nei bagni”.
Ruggeri è anche musicista, compone e suona musica elettronica: “Bisogna riconoscere che negli ultimi 15 anni la techno non ha prodotto molto in termini di avanguardia e innovazione. Diciamo che la musica tekno con la kappa, come si chiama normalmente è diventato quasi un genere a sé, un po’ di nicchia e old school, che appartiene al passato e si ascolta solo in quegli ambienti. In Italia non è nata una nuova scena ma in Inghilterra, pare di sì, completamente diversa anche a livello estetico rispetto al passato: non più camion, dreadlock o cani ma una scena vicina al movimento gay, molto colorata e con musica orecchiabile, quasi disco Novanta, quasi revival”.
A fronte di un fenomeno di nicchia come questo rave revival, ci sono i grandi festival di musica elettronica che in questi ultimi anni hanno assorbito lentamente ma progressivamente il pubblico dei rave: “Sono completamente convinto che questo sia quanto è accaduto”, osserva Ruggeri, "e come me lo sono numerosi commentatori autori di libri sui rave e sui free party. Se analizziamo il numero dei festival in Europa nel 2005 e lo confrontiamo con il numero dei festival nel 2015, osserviamo un aumento del 700-800 per cento. I festival legati al fenomeno della psytrance sono ormai tantissimi, ben organizzati, si svolgono all’aperto. Tutti elementi che hanno sicuramente aggredito il pubblico dei rave e succhiato molta energia al fenomeno dei rave. Con l'unica differenza che il biglietto per partecipare 4 giorni a un festival in questo caso arriva a costare anche 300 euro”.