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Enrico Ruggeri: "La mia generazione si è scontrata con la vita"

Esce venerdì 18 marzo il nuovo album del cantautore milanese 'La rivoluzione'. Con un brano in cui risponde alle critiche per aver definito l'uso delle mascherine "schiavitù mentale" e un duetto con Francesco Bianconi
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“Ho passato la vita a fare un album all’anno e poi a un certo punto ho saltato tre anni. Questo disco arriva quindi dopo un lungo periodo di lavoro e programmazione, per me è come se fosse un best of, in cui ho raccolto le canzoni più belle che ho scritto in questi ultimi anni”. Enrico Ruggeri torna con un nuovo album in uscita il 18 marzo, si intitola La rivoluzione, parla di rapporti umani, di sogni adolescenziali, di una generazione che si è scontrata con la vita. E non a caso il cantautore ha voluto in copertina la foto del 1973 con i suoi compagni di classe al liceo Berchet di Milano.  
 
La copertina del nuovo disco, 'La rivoluzione' 
Sempre fiero di essere controcorrente, Ruggeri non ha nascosto posizioni critiche sul modo in cui è stata gestita la pandemia ed è stato per questo molto criticato sui social, recentem…
“Ho passato la vita a fare un album all’anno e poi a un certo punto ho saltato tre anni. Questo disco arriva quindi dopo un lungo periodo di lavoro e programmazione, per me è come se fosse un best of, in cui ho raccolto le canzoni più belle che ho scritto in questi ultimi anni”. Enrico Ruggeri torna con un nuovo album in uscita il 18 marzo, si intitola La rivoluzione, parla di rapporti umani, di sogni adolescenziali, di una generazione che si è scontrata con la vita. E non a caso il cantautore ha voluto in copertina la foto del 1973 con i suoi compagni di classe al liceo Berchet di Milano.  
 
La copertina del nuovo disco, 'La rivoluzione' 
Sempre fiero di essere controcorrente, Ruggeri non ha nascosto posizioni critiche sul modo in cui è stata gestita la pandemia ed è stato per questo molto criticato sui social, recentemente anche per aver scritto su Twitter che continuare ad usare le mascherine all'aperto, finita l'emergenza, è il sintomo di una "schiavitù mentale". Nell'album sembra rispondere alle critiche ricevute con un pezzo intitolato Non sparate sul cantante. 
 
Con “Non sparate sul cantante” fa più autobiografia o provocazione? 
“E’ un po' tutte e due le cose ma è anche un brano molto ironico. Ho voluto scrivere un pezzo sul ruolo del cantante in questi anni di violenza estrema nel web, contro chi non la pensa come te, contro chi ritieni sia stato più fortunato di te, contro chi pensi non meriti la fortuna che ha avuto. Ho un figlio appassionato di western e così riguardando con lui i film di Leone e di altri registi ho preso qualche frase come 'se un uomo con una pistola incontra un uomo con il fucile è un uomo morto' e ci ho costruito il brano con il meccanismo del cut up”. 
 
Parlando di cattiveria del web diciamo che anche lei ha fatto la sua parte per attirare gli odiatori, basta ricordare il suo tweet sulla “schiavitù mentale” di chi usa le mascherine. 
“Ho detto qualcosa che pensano anche menti illustri come Zangrillo e Cacciari ma evidentemente condensato nei pochi caratteri del tweet è risultato offensivo. Forse la parola schiavitù non era da usare. Però in questi due anni ho usato spesso l’esempio della rana di Chomsky, voleva insomma dire che è tanta l’abitudine che ora anche la costrizione diventa normale routine. Sarà anche vero che se non si va a teatro, a un concerto, a vedere una mostra o a mangiare con gli amici mica si muore, e però, alla fine, ti ritrovi con una vita monca, ti riduci solo a nutrirti e a eliminare le scorie. Questo era il concetto”. 
 
Tre anni, un'attesa inusuale per lei per la pubblicazione di un nuovo disco. 
“I tempi si sono rallentati anche, ovviamente, per circostanze esterne intuibili. Però questo mi ha dato la possibilità di avvicinarmi a quello che per il musicista è il Santo Graal: il suono perfetto, quello che tu hai in mente e insegui e cerchi di mettere in pratica nel momento in cui ti metti a registrare. E’ stato un lavoro lungo anche rifacendo e buttando materiale”. 
 
Sono tutte canzoni nate in questo periodo? 
“Nate nell’ultimo anno, ma buttando via tante cose, nella mia testa questo è un best. Probabilmente a bocce ferme o meglio, visto che tutto è ripartito, a bocce mosse, in questi tre anni avrei fatto tre album. Questo, invece, è il meglio tratto dai tre album che non ho fatto”.  
 
Perché l’ha voluto intitolare “La Rivoluzione”? 
“Quando dai il titolo ad un album guardi i testi delle canzoni, una frase che ti piace, il titolo di un brano. 'Rivoluzione' è una parola con tanti significati: questi tre anni sono stati una rivoluzione, anche dentro di me è successa una rivoluzione e oltre a tutto c’è stato tempo per riflettere. La canzone La rivoluzione parla della differenza tra i sogni dell’adolescenza e la vita vera, e poi ci sono i sogni della mia generazione, quella dei nati tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, una generazione che ha visto cambiamenti epocali: da bambini siamo passati da Carosello alla bomba di piazza Fontana, crescendo dai gettoni del telefono a Whatsapp, dal Tuttocittà al navigatore, in mezzo c’è stata la lotta armata, le brigate rosse, l’arrivo dell’eroina. E’ successo di tutto, però è anche vero che nel bene e nel male, e direi più nel male francamente, i sessantenni stanno gestendo le sorti del mondo. E’ una generazione super-letteraria: c’è chi è stato sconfitto, chi è morto, chi è stato inglobato nel sistema e chi il sistema lo ha manipolato o gestito”. 
 
Nel testo, a proposito della sua generazione dice: “Vincitori di un grande girone e poi sconfitti in finale”. 
“Nella vita la vera finale non la vince mai nessuno, non c’è chi possa dire: 'Io nella vita ho vinto tutto', devi saper fare i conti con le tue sconfitte, con le tue battute d’arresto. La vita perfetta non esiste, credo che risponderebbe così anche Jeff Bezos, neanche lui avrà la vita perfetta. La canzone sembra finire in modo triste con le parole: siamo un biglietto scaduto di sola andata; però poi ho aggiunto: siamo una fermata scritta sopra un foglio da conservare, come a dire che il segno che lasciamo del nostro passaggio è la cosa più importante che rimane di noi”. 
 
Queste riflessioni l’hanno portata a scegliere per l’immagine di copertina una foto della sua classe liceale del 1973. 
“Avevo già preparato 4 o 5 copertine alternative che però giocavano sull’effetto letterale della parola rivoluzione, erano più ‘barricadere’, poi un giorno mettendo a posto un cassetto mi sono trovato di fronte a questa foto e fermandomi a guardarla mi sono intenerito, capita. però poi ho pensato che ho cominciato a scrivere canzoni proprio partendo dalla voglia di raccontare quei ragazzi, e quindi mi è sembrata perfetta per la copertina”. 
 
Colpisce la sua postura nella foto, sembra sul punto di scattare via. 
“Chissà a cosa pensavo in quel momento, forse avevo adocchiato una ragazza, ma è venuta veramente bene, sembra quasi che io mi fossi messo in posa dicendomi 'mettiti in posa che poi nel 2022 la useremo per la copertina di un album': ora mi rendo conto di aver appena detto una frase alla Celentano”.      
 
Una classe di bravi ragazzi. 
“Frequentavamo il liceo classico Berchet, il più celebre di Milano, dal quale sono usciti due o tre sindaci, direttori di importanti banche, scrittori, cantanti, però anche due terroristi come Barbone e Morandini. Nella mia classe anche un paio di sindacalisti e un iscritto della Fgci di Milano che per questo era considerato un revisionista, pensavo sarebbe diventato il segretario del Pci, citava con disinvoltura Lukàcs e Marcuse mentre noi ci eravamo fermati al Capitale di Marx”. 
 
Lei faceva politica? 
“Assolutamente no, io ero quello strano che suonava, dicevano: 'Ruggeri suona', ero diverso dagli altri ma tutto sommato tollerato, un sognatore che diceva che un giorno avrebbe fatto il musicista. Poca politica, appena c’era casino andavo in cantina a suonare con i miei amici, con Silvio Capeccia, con Fulvio Muzio, insomma con quelli che sarebbero diventati i Decibel”.  
 
Per fare il servizio fotografico per questo album è tornato nel suo liceo. 
“Proprio così, tante cose sono rimaste le stesse, l’aula professori, la presidenza, mi son potuto ancora orientare perfettamente”.  
 
Questo album è insomma stata l’occasione per riflettere sul passato e sulla sua vita: c’è anche una canzone su un suo amico, si intitola “Alessandro”. 
“E’ una canzone che mi emoziona molto, per questo non credo che la canterò mai dal vivo, purtroppo è una storia vera, Alessandro è come un fratello. Non avendo fratelli, gli amici per me sono sempre stati la mia famiglia e quando sono andato via di casa sono andato a vivere con Alessandro che era un po’ più giovane di me. Ora ha una malattia degenerativa di quelle per le quali puoi solo muovere gli occhi e quindi quando lo vado a trovare è sempre un momento doloroso e intenso, ci sono mille sentimenti che ho provato a descrivere in questa canzone”. 
 
Il duetto con Francesco Bianconi, “Che ne sarà di noi”, fa invece pensare alla speranza. 
“Dico che “finché il cuore batte ancora, anche un’ora può bastare”. In realtà tutto il disco è in bilico tra malinconia e speranza. Anche il prossimo singolo, La fine del mondo, che è stato comunque scritto in epoca pre-bellica, è la stessa cosa, vale come un grido: “Ce la faremo a sopravvivere”. 
 
L’album sembra dare un colpo d’ala con i pezzi del finale. 
“E’ vero, sono sempre molto attento a come chiudere i miei album. E poi devo dire che spero di vivere cent’anni ma non si sa mai e allora ogni album potrebbe essere l’ultimo. Nei miei ultimi quattro o cinque album ho sempre chiuso con una canzone che teoricamente potrebbe chiudere proprio il mio capitolo di vita. L’ho fatto anche stavolta con La mia libertà che è il mio commiato: un po’ alla Jacopo Ortis”. 
 
Un titolo così bello, “La mia libertà”, con un contenuto tanto drammatico come il suicidio.      
“Potrebbe essere la lettera di uno che si ammazza, cosa che naturalmente non ho nessuna intenzione di fare. E’ la chiusura, un garbato e motivato “andate tutti affanculo”. Un gesto teatrale. In genere quelli che ci pensano sono quelli che non lo fanno mai, è la parte infantile di tutti noi”. 
 
Trattandosi di una canzone con questo tema, il pensiero vola a Luigi Tenco. 
“Quando Tenco si suicidò io avevo dieci anni, ricordo di aver notato che il Festival continuò e poi lo vinse una canzone intitolata Non pensare a me, cantata da Claudio Villa e Iva Zanicchi. Non sappiamo cosa avrebbe fatto Tenco negli anni Settanta, di fronte alla disco music, per esempio. Ci resta un grande repertorio e un gesto assolutamente irrazionale, perché se c’era uno che della vittoria al Festival se ne sarebbe dovuto fregare, questo era Tenco, stava facendo un altro campionato. Se devo dare una colpa allora è per qualche discografico che l’ha lasciato solo. Nel ’67, e per qualche anno, c’era ancora la canzone d’evasione, soltanto due anni dopo il suo suicidio non sarebbe successo. Con l’avvento della Rca di Ennio Melis, con la sua attenzione alla parte cantautorale, Tenco non sarebbe stato abbandonato, il giorno dopo gli avrebbero parlato del tour e l’avrebbero convinto ad andare avanti”.