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Fulminacci (foto di Filiberto Signorello) 

Fulminacci: “Canto emozioni ma non confondo vita e mestiere”

L’intervista al cantautore che riedita con quattro nuovi brani il suo ultimo disco 'Tante care cose'
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La vita e le canzoni sono vasi comunicanti, a volte finiscono per confondersi. Fulminacci, che a 23 anni vanta già una Targa Tenco per il disco d’esordio La vita veramente e sta per partire con un tour nei club (prima data il 2 maggio al Vox di Nonantola), ne ha scritta una per la riedizione arricchita di quattro nuove canzoni del suo secondo album Tante care cose che si intitola Chitarre blu: all’inizio di questa intervista sosteneva convinto che parlasse di un amore contrastato e però, dopo avergli fatto notare nel testo “i tormentoni”, “gli zaini dei cantanti”, “l’immaginario collettivo” e il punto in cui lui confessa di sentirsi “come quei vestiti che non vanno più, una chitarra blu che non vende e non venderà ma come l’alta moda arriverà il momento”, a quel punto Filippo Uttinacci, il cantautore, ha capitolato: «È vero, dentro Chitarre blu c’è la mi…

La vita e le canzoni sono vasi comunicanti, a volte finiscono per confondersi. Fulminacci, che a 23 anni vanta già una Targa Tenco per il disco d’esordio La vita veramente e sta per partire con un tour nei club (prima data il 2 maggio al Vox di Nonantola), ne ha scritta una per la riedizione arricchita di quattro nuove canzoni del suo secondo album Tante care cose che si intitola Chitarre blu: all’inizio di questa intervista sosteneva convinto che parlasse di un amore contrastato e però, dopo avergli fatto notare nel testo “i tormentoni”, “gli zaini dei cantanti”, “l’immaginario collettivo” e il punto in cui lui confessa di sentirsi “come quei vestiti che non vanno più, una chitarra blu che non vende e non venderà ma come l’alta moda arriverà il momento”, a quel punto Filippo Uttinacci, il cantautore, ha capitolato: «È vero, dentro Chitarre blu c’è la mia vita di cantante».

La copertina del disco arricchito da 4 nuovi brani 

Non lo dirà mica per sfinimento?
«No, no, su questa lettura sono completamente d’accordo. Per me è una canzone sulla ricerca, dunque anche una riflessione sulle canzoni. Nel mio primo disco c’era un pezzo simile, era Resistenza, e se quella era una ricerca non si sa bene di cosa, in Chitarre blu la ricerca è di fare un passo in avanti. Parlo comunque della crisi di una relazione, il tormentone in quel caso è la litigata che arriva sempre uguale, ma mi interessa molto questa lettura sulla scrittura delle canzoni, credo davvero che, senza saperlo, stessi paragonando la mia vita a una produzione musicale».

Perché ha voluto inserire le nuove canzoni nel remake e non ha pensato a un nuovo album?
«Perché queste quattro canzoni hanno ancora a che fare con il percorso di Tante care cose. Tre sono nate subito dopo la sua uscita e le sentivo appartenenti a quel viaggio, un’altra l’ho recuperata dal passato, una vecchia idea che ho rispolverato e aveva bisogno di tempo per essere completata. Finalmente ci sono riuscito».
Quale arriva dal passato?
«Si intitola Sembra quasi, l’ho iniziata quattro anni fa e parla di una cosa che stavo cominciando a capire allora, ovvero la difficoltà di raggiungere un connubio tra emozioni private e pubbliche e non confonderle, non confondere questo mestiere con la vita privata. Si nomina Milano, la città del lavoro: la mia etichetta ha la sede lì, quando vado a Milano è per ragioni lavorative, lo associo alla distanza con la mia vita privata».

Cos’ha imparato ultimamente rispetto alle canzoni?
«Che non posso pianificarne la scrittura, ho capito che deve arrivare da sola perché quando arriva, allora arriva con musica e testo, tutta insieme, e vuol dire che c’era davvero l’esigenza di farla. Ed è così che poi raggiunge anche a chi l’ascolta, in modo puro, onesto».

Quindi la tecnica non conta, conta di più l’ispirazione?
«Quando le canzoni arrivano da sole non potrebbero essere diverse da come sono, nell’altro caso potrebbero continuare a cambiare. Ovviamente ci sono canzoni che hanno bisogno di laboratorio, di ragionamenti testuali e grammaticali, quelle fanno perdere un po’ più di tempo».

In “Aglio e olio” incontra Willie Peyote: non ha resistito al trend dei featuring?
«È un pezzo sulla voglia di tornare a uscire e di ritrovarsi in mezzo alla gente. Ho una stima importante nei confronti di Willie Peyote, è stato una delle ultime scoperte che ho fatto prima di iniziare a fare questo lavoro e sono certo che il suo esempio sia stato uno dei fattori che mi hanno fatto venire voglia di cominciare a suonare, un po’ come Daniele Silvestri».