Dutch Nazari, ecco 'Cori da sdraio,' tra rap, storytelling e intrattenimento: "Non voglio fare il botto, voglio canzoni da cantare"
di Ernesto Assante , di Ernesto AssanteIl titolo è adatto ai tempi che abbiamo vissuto, Cori da sdraio, tanto per spiegare che la solitudine è stata fatta anche di sogni collettivi. Un contrasto che è uno dei segni distintivi dello stile di Dutch Nazari, che tra rap, pop e canzoni ha saputo costruire negli ultimi anni un percorso interessante e personale. Pensieri e parole, dunque, hip hop e melodia, profondità e leggerezza, che dimostrano, innanzitutto, una crescita personale e artistica, un nuovo modo di approcciarsi alla musica e alle canzoni, la voglia di toccare temi anche importanti e di non perdere, soprattutto, il contatto con la gente, con gli altri.
Nell’album ci sono vecchi e nuovi amici, da Frah Quintale a Nayt, fino a una ‘partecipazione straordinaria’ di Valerio Lundini, in dieci brani, più un skit con Lundini appunto, che ci propongono un trentenne che ha trovato una sua nuova dimensione e che prova a raccontarla alla sua maniera, senza finzioni o trucchi…
Il titolo è adatto ai tempi che abbiamo vissuto, Cori da sdraio, tanto per spiegare che la solitudine è stata fatta anche di sogni collettivi. Un contrasto che è uno dei segni distintivi dello stile di Dutch Nazari, che tra rap, pop e canzoni ha saputo costruire negli ultimi anni un percorso interessante e personale. Pensieri e parole, dunque, hip hop e melodia, profondità e leggerezza, che dimostrano, innanzitutto, una crescita personale e artistica, un nuovo modo di approcciarsi alla musica e alle canzoni, la voglia di toccare temi anche importanti e di non perdere, soprattutto, il contatto con la gente, con gli altri.
Nell’album ci sono vecchi e nuovi amici, da Frah Quintale a Nayt, fino a una ‘partecipazione straordinaria’ di Valerio Lundini, in dieci brani, più un skit con Lundini appunto, che ci propongono un trentenne che ha trovato una sua nuova dimensione e che prova a raccontarla alla sua maniera, senza finzioni o trucchi. Accanto all’album c’è anche una nuova serie di podcast, Cosa preferiresti, tanto per dire che oggi Dutch Nazari non è più soltanto un rapper o un cantautore, piuttosto uno ‘storyteller’, un ‘intrattenitore’, un giocoliere della parola che cerca di stabilire regole nuove per il suo futuro. “Non è un disco nato come gli altri”, sottolinea lui, “ci abbiamo messo di piu del solito a realizzarlo, soprattutto a causa della pandemia. Non tanto in termini creativi, quanto perché il dna della nostra musica prevede sempre il live, anche quanto registriamo. Voglio dire che pensiamo alle canzoni per la resa dal vivo e non potendolo fare nell’immediato abbiamo lavorato diversamente. Anche nella scelta dei brani, perché ne avevo molte canzoni pronte e questo ci ha dato la possibilità di proporre quelle che stavano meglio insieme”.
Quindi un progetto che ha più il senso di un album che non di una raccolta di singoli?
“Probabilmente sì, ma sempre nella prospettiva del concerto. Esistono progetti che sono pensati per una dimensione di ascolto in casa, canzoni che fanno numeri molto buoni sui social, sulle piattaforme di streaming, ma meno nel live. A me, invece, che ho una band, che sono cresciuto con la cultura dell’hip hop, il momento del palco è quello che mi interessa di più, spaccare la scena e avere un microfono è importante. A me interessa di meno fare il singolo di successo, che è una cosa che ovviamente va benissimo: io voglio delle canzoni da poter cantare”.
Le canzoni di questo album segnano anche un passaggio di crescita, di maturazione, sia in termini musicali che di testo…
“Io mi vedo tutti i giorni e quindi capisco meno se le cose che faccio sono diverse o cambiate. Mi fa piacere se qualcuno lo pensa, ma la mia impressione è sempre che faccio le mie cose, vedo un po’ meno il quadro generale. Certo, in questo caso c’è più introspezione personale, ho provato come tutti difficoltà a scrivere e vivere in un periodo come questo, non si sapeva come e quando si sarebbe tornati a fare la musica, e forse nelle nuove canzoni si sente”.
E le canzoni sono frutto anche di un grande cammino, fisico, vero e proprio…
“Sì, ho iniziato a camminare dopo il primo lockdown, all’inizio mi spostavo da casa mia per pochi chilometri, poi 10, 15, 20, adesso faccio cammini ancora più lunghi. Ho tempo per pensare, per ascoltare, per parlare, questo credo mi abbia portato a scrivere cose diverse”.
E da questa esperienza sono nati i podcast.
“Il podcast è un modo per raccontare delle storie dal mio punto di vista. I non sono molto ‘influencer’, zero vita privata nei social, quindi per me è una cosa nuova e diversa, una finestra su cosa penso. Sono nati durante i cammini che ho fatto con Alessandro Burbank, un poeta e mio caro amico. Ne abbiamo fatti diversi, compreso compreso quello verso Santiago, dal versante portoghese, e quando cammini tanto, anche 30 chilometri al giorno, hai l’esigenza di distrarre la mente dai pensieri distruttivi, perché sei stanco, hai male ai piedi e ti vorresti fermare. Allora trovi modi per intrattenerti e io e lui giochiamo volentieri con qualsiasi cosa. Ci è piaciuto molto inventarci due scenari alternativi e portare l’interlocutore a scegliere e soprattutto argomentare la scelta. Mi sono reso conto che non è solo un bel gioco, ma che è anche utile per farti una prima idea sincera della personalità dell’individuo che hai davanti. Quando fai domante dirette la persone è portata a risponderti con l’impressione che vorrebbe darti di se. Se invece lo metti in un contesto assurdo, che non avrebbe immaginato, è difficile formulare una risposta da adattare, quindi la risposta è quasi sempre veritiera, di racconta qualcosa di chi hai di fronte. È un primo grado di conoscenza, divertente e strano e ti permette di vedere come ragionano le perone. Noi lo abbiamo trasformato in un format per un intervista semiseria e alternativa”.
E ora si torna da vivo con la musica.
“Sì, e non vediamo l’ora. Stiamo lavorando a un set per portare tutto in concerto, saremo in quattro sul palco, le sequenze verranno bucate dagli strumenti, basso, tastiere, chitarra e batteria, abbiamo tante cose tra le quali scegliere e tutto dipenderà dal mood che riusciremo a creare. È un lavoro di squadra, io non amo avere atteggiamenti da primadonna, non portano a nulla di buono. Io ci metto la faccia, ma siamo in tanti a lavorare, sia nei dischi che dal vivo”.