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(afp)

Kalush Orchestra, il boato che accoglie la vittoria all'Eurovision: per una notte Torino diventa l'Ucraina

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L'ovazione che ha salutato i vincitori del Contest si è estesa dal Pala Olimpico a tutta la città. Una comunità e un sogno che va oltre la guerra
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TORINO – In quel lembo di Ucraina chiamato Torino, si è ballato fino alla fine di una notte mai finita. Sembrava solo un festival musicale, è stata l’estensione di una terra dolente e la moltiplicazione di una speranza possibile, quasi un dovere per l’intera comunità civile. Torino è diventata Ucraina in ogni sua piazza, le più grandi e storiche (Vittorio, Castello, San Carlo) e le più piccole, gli angoli di San Salvario e Santa Giulia, Porta Palazzo e Santa Rita, ma specialmente i due cuori pulsanti dell’Eurovision: il Pala Olimpico e il Parco del Valentino, cioè l’Hyde Park sabaudo che ha deciso che vuol vivere di musica.

Eurovision 2022, ucraini in festa al Village di Torino, si canta "Stefania" tra baci e abbracci

TORINO – In quel lembo di Ucraina chiamato Torino, si è ballato fino alla fine di una notte mai finita. Sembrava solo un festival musicale, è stata l’estensione di una terra dolente e la moltiplicazione di una speranza possibile, quasi un dovere per l’intera comunità civile. Torino è diventata Ucraina in ogni sua piazza, le più grandi e storiche (Vittorio, Castello, San Carlo) e le più piccole, gli angoli di San Salvario e Santa Giulia, Porta Palazzo e Santa Rita, ma specialmente i due cuori pulsanti dell’Eurovision: il Pala Olimpico e il Parco del Valentino, cioè l’Hyde Park sabaudo che ha deciso che vuol vivere di musica.

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E sarà anche stata una vittoria annunciata, quella della Kalush Orchestra, però l’ovazione che l’ha accolta, un incredibile boato cittadino quasi da stadio, è sembrata molto di più: un abbraccio generale, un modo per esserci e gridarlo forte. La diplomazia del rock non ha avuto bisogno di mediazioni o delegazioni: è bastato che sul palco salissero i ragazzi dell’Orchestra al grido di “Slava Ukraina!”, cioè gloria all’Ucraina, perché il senso di questi giorni si spostasse dallo spettacolo alla politica (anche se il regolamento dell’Eurovision vieterebbe dichiarazioni di un certo tipo: nessuno se n’è giustamente curato), dalla musica alla solidarietà. E quando il verdetto tanto atteso, forse scontato, è diventato aritmetico, nessuno ha pensato che non fosse giusto così. Ha vinto l’inno per una mamma che è per tutte le mamme, per tutte le donne che resistono, per tutti i sofferenti: “Stefania”, nel cuore.

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La città è stata totalmente ucraina per una settimana, nel senso dell’aggettivo ma anche della nazione. I duemila ucraini che vivono a Torino e i 10 mila che hanno scelto il Piemonte per lavorare – una comunità molto coesa, composta per lo più di badanti e operai, infermiere e addetti alle pulizie – si sono sentiti parte di un paese molto più grande, forse un po’ meno soli. Un gemellaggio non soltanto emotivo, persino cromatico dal momento che i colori di Torino sono il giallo e il blu, come quelli dell’Ucraina. E l’esplosione progressiva di queste tinte è diventato l’esatto simbolo della fusione: un solo paese, due sfumature per tutti. Qui a Torino, Ukraina. E adesso si proverà a organizzare l’Eurovision 2023 a Mariupol. Come, e soprattutto perché, lo spiegano le parole della canzone che ha vinto: “Troverò sempre la strada di casa/anche se tutte le strade sono distrutte”.

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Dunque, in piedi per la Kalush, a ballare e piangere sotto gli alberi del Valentino con le bandiere che si fanno mantelli, gonne, bandane in un chiaro anticipo d’estate. Una vertigine che dall’inizio della guerra nessun ucraino aveva neppure potuto immaginare, mentre in questa strana sospensione del dolore ha preso forma per durare, per restare un poco di più. Baci e abbracci con tutti, nelle strade torinesi di una notte che non ha avuto sconfitti.

Non c’è stato neppure un istante, in questo festoso delirio collettivo ma non immemore (a nessuno è sfuggito che i ragazzi della Kalush Orchestra fossero qui soprattutto per picchiare sul tamburo dei diritti umani, per dargli voce con la loro voce), in cui Torino non abbia capito di essere il terreno di un confronto mondiale: un palco spalancato verso la speranza di un futuro diverso. E l’emozione si è fatta enorme quando Oleh Psjuk, il frontman della Kalush, ha spiegato in conferenza stampa che entro due giorni dovranno rientrare tutti in patria perché l’autorizzazione temporanea per assentarsi è scaduta. "Siamo pronti a lottare, come tutti gli ucraini" ha detto il ragazzo col berretto rosa e la faccia da bambino. E per lottare intendeva, se occorrerà, anche sparare, anche farsi sparare addosso, perché guerra è sempre. Ma il festival europeo non solo della canzone, non proprio della canzone, ha spiegato al mondo che guerra può non essere per sempre.