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Mannarino: "Lasciamo fare alla musica"

Alessandro Mannarino 
Il cantautore romano si racconta nel mezzo del tour legato al recente album, 'V'. "Questi concerti sono una risposta ai giorni bui in cui non si vedeva la luce"
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“La mia è musica viscerale che nasce dal basso, dalla periferia. Ma cerco di evolvermi sempre nel pensiero e nella qualità musicale”. Parola di Alessandro Mannarino, che si racconta nella cover story di Trovaroma in edicola giovedì, nel mezzo del suo tour legato al più recente album V.

Tra le periferie capitoline e il Terzomondo, il passo è stato breve.
“Nel primo disco sono partito dal Bar della Rabbia, dove si respirava la polvere di Roma. Nel secondo sono uscito da quel ghetto e sono andato nella città: infatti Supersantos inizia così: “Chi per strada va, per strada muore”. Ma termina con queste parole: “Andando per le strade si nasce e si muore, io t’ho amata per sempre e t’ho avuto per due ore”. I protagonisti che piangevano e ridevano dei propri mali al Bar della Rabbia - le mie proiezioni, dall’ubriacone al pagliaccio fino alla prostituta - uscendo sono diventati una c…

“La mia è musica viscerale che nasce dal basso, dalla periferia. Ma cerco di evolvermi sempre nel pensiero e nella qualità musicale”. Parola di Alessandro Mannarino, che si racconta nella cover story di Trovaroma in edicola giovedì, nel mezzo del suo tour legato al più recente album V.

Tra le periferie capitoline e il Terzomondo, il passo è stato breve.
“Nel primo disco sono partito dal Bar della Rabbia, dove si respirava la polvere di Roma. Nel secondo sono uscito da quel ghetto e sono andato nella città: infatti Supersantos inizia così: “Chi per strada va, per strada muore”. Ma termina con queste parole: “Andando per le strade si nasce e si muore, io t’ho amata per sempre e t’ho avuto per due ore”. I protagonisti che piangevano e ridevano dei propri mali al Bar della Rabbia - le mie proiezioni, dall’ubriacone al pagliaccio fino alla prostituta - uscendo sono diventati una ciurma di ribelli che si è scontrata con la città del potere. E le immagini di donne forti, come Maddalena o Marylou, li hanno supportati, diventando portabandiera della resistenza. Poi in Al monte sono uscito anche dalla città e sono andato in un pellegrinaggio laico sotto le stelle, raccontando la storia dell’umanità. Nel quarto disco Apriti Cielo cercavo speranza e ho trovato una preghiera. Infine con V ho esplorato un altro mondo possibile, portando la mia musica e la mia poetica in un luogo altro, dove non c’è il potere. Ma solo l’essere umano con la figura femminile che diventa guida e simbolo di questo tempo. La sensazione che mi arriva in questi concerti del tour con cui sto girando l’Italia è quella di star raccogliendo tutto quello che ho detto negli anni passati. Con la possibilità di celebrarlo e di festeggiare insieme al pubblico”.

A proposito, come risponde il pubblico dopo anni senza sentire i suoi concerti?
“E’ inaspettato quello che sto vedendo. Più bello di bello di prima. Dopo questi due anni in cui la musica si è fermata, abbiamo dovuto resistere e sembrava di stare in città fantasma. Io in studio di registrazione cercavo i tamburi, le foreste, la nascita del genere umano, i colori, i suoni, l’Africa... E ho la sensazione che quello che ho immaginato nel disco adesso corrisponda alla risposta del pubblico: non sembra un concerto, ma un corale rituale di resistenza. Non è uno show, è una risposta ai giorni bui in cui non si vedeva la luce”.

Il suo flusso ritmico conserva qualche eco di un dna tra Gabriella Ferri e i moderni stornelli. Ma ha trovato l’osmosi nel grande mare del ritmo, incrociando la batucada, le poliritmie africane e molto altro. Come si è snodato il percorso? 
"L’origine del ritmo è l’Africa. E si è diffuso in varie ondate. Vale anche per l’Italia: tarantelle e tammurriate hanno comunque radici africane. Questa direzione che incontro nell’ultimo disco mi consente di coinvolgere anche il corpo oltre al pensiero. E il corpo risponde al ritmo del tamburo. Tutto diventa un mantra. Noi europei abbiamo sempre avuto problemi con il ritmo, abbiamo scisso il pensiero dal corpo, restiamo di scuola greca platonica. Abbiamo diviso spirito e carne, mentre in Africa hanno una visione panteistica. Persino il cantautore spesso diceva cose impegnate con sottofondo di chitarra, senza potenza ritmica. La potenza delle parole, con il ritmo acquista un altro valore. Che è quello della condivisione. Si possono dire cose importanti, anche rivoluzionarie, con il ritmo. Basta pensare a Chico Buarque, Caetano Veloso, Milton Nascimento, Bob Marley".

E a livello personale?
"Negli ultimi anni ho viaggiato e vissuto dall’altra parte del mondo. Ho abitato in una favela, ho suonato con musicisti messicani, ho allargato le mie conoscenze. Quando avevo 20 anni si iniziava a navigare nel grande mare di internet dove trovavi le musiche che non erano nei negozi di dischi. Poi ho iniziato una ricerca sul posto e mi sto addentrando nel bosco della world music dell’intero pianeta. D’altronde la vita vissuta dal basso è simile in tutto il mondo, tutte le città hanno le banlieue. E cerco di portare la mia poetica in musica cercando di alzare il livello artistico".

Ecco: lasciamo fare alla musica. Che fa rima con Africa. Tanto per citare il suo brano.
"Si: la musica contrapposta alla logica. Ovvero diamo spazio alla fantasia, all’irrazionale. Suonare e sentire più che ragionare".

Che concerto è? Quanto c’è di V e quanto di antologia?
"Metà e metà. C’è quasi tutto V oltre a un grande mosaico. Il tutto tenuto insieme dal collante sonoro dei tamburi e dell’elettronica. Un racconto che si apre con una invocazione rituale delle tre donne che cantano e suonano i tamburi (Lavinia Mancusi, Simona Sciacca, Gioia Persichetti). E finisce sempre con loro che cantano l’inno del collettivo femminista cileno Lastesis".