La sfida di Zucchero: "Sul palco esorcizzo la paura della fine"
di Carlo Moretti , di Carlo MorettiDoveva essere il suo World wide tour ma sui manifesti Zucchero l’ha voluto ribattezzare World wild tour, dal tour mondiale al tour selvaggio: «Dopo un anno di prevendite stellari, il Covid ci ha costretto a posticipare il tour per due volte», racconta Adelmo “Sugar” Fornaciari da Berlino, dove domenica sera ha suonato all’arena Waldbühne, sullo stesso palco di Eric Clapton. «Ci aspettavano in Nuova Zelanda, Australia, Sud e Nord America, infine in Europa; ma ora, dopo due anni di rinvii, siamo partiti ribaltando il percorso, in America andremo a settembre e il prossimo anno toccherà a Sudamerica, Australia e Nuova Zelanda». Il mondo ha vissuto un periodo folle: «Ma la follia purtroppo continua: tra guerra e Covid è proprio un mondo wild, selvaggio: avevamo tre date in Ucraina, tra le quali anche Kiev e Odessa, una in Moldavia e due in Russia, a Mosca e San Pietroburgo, tutto cancellato, ovviamente».
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Doveva essere il suo World wide tour ma sui manifesti Zucchero l’ha voluto ribattezzare World wild tour, dal tour mondiale al tour selvaggio: «Dopo un anno di prevendite stellari, il Covid ci ha costretto a posticipare il tour per due volte», racconta Adelmo “Sugar” Fornaciari da Berlino, dove domenica sera ha suonato all’arena Waldbühne, sullo stesso palco di Eric Clapton. «Ci aspettavano in Nuova Zelanda, Australia, Sud e Nord America, infine in Europa; ma ora, dopo due anni di rinvii, siamo partiti ribaltando il percorso, in America andremo a settembre e il prossimo anno toccherà a Sudamerica, Australia e Nuova Zelanda». Il mondo ha vissuto un periodo folle: «Ma la follia purtroppo continua: tra guerra e Covid è proprio un mondo wild, selvaggio: avevamo tre date in Ucraina, tra le quali anche Kiev e Odessa, una in Moldavia e due in Russia, a Mosca e San Pietroburgo, tutto cancellato, ovviamente».
Chi si chieda come, a 66 anni, Zucchero trovi ancora la spinta per affrontare 150 date e un anno di concerti e viaggi in tutto il mondo, non ha tenuto dei segreti del suo entusiasmo: “Me lo chiedono tutti, anche nella mia band e tra i tecnici, un gruppo affiatato di 80 persone in giro tutti i giorni. Ci pensavo in questi giorni, ne ho parlato anche con mia figlia Irene: chi me lo fa fare? Non ho bisogno di soldi, dopo tutti questi anni stanno bene anche i miei. Quindi cosa mi spinge? Il fatto di sentirmi vivo l’energia che mi prende quando metto piede sul palco, magari dopo quattro ore di macchina e aver dormito o mangiato male, secondo me è la paura della morte, la esorcizzo così. È una sfida anche fisica e mentale con me stesso».
Con Clapton pensavano di suonare insieme Hey man e River of tears, ma Slowhand non si è ripreso bene dopo il Covid: «Mi ha detto che era ancora molto debole, dopo le prove è corso in hotel. Il Covid l’ha molto debilitato, l’ho visto pallido e stanco. Non era il caso di insistere, Clapton ha 77 anni, mi ha detto che il secondo vaccino l’ha fatto stare malissimo. Avremo altre occasioni per suonare insieme».
L’accoglienza a Berlino è stata trionfale: «Ben al di là di quanto potessi immaginare, di solito nei miei concerti all’estero la metà degli spettatori è italiana ma qui c’erano quasi soltanto tedeschi. Il posto poi è fantastico, un’arena in stile romano da 22 mila spettatori immersa nella foresta. Ma gli artisti arrivano al palco da un tunnel in cemento armato un po’ inquietante, lo stesso che utilizzava il Führer per andare a tenere i suoi discorsi».
Chissà quanti aneddoti in 30 anni di tour: «Mi viene in mente quando a Ginevra un noto personaggio insistette per portarmi dopo il concerto a gustare la fonduta, io bevvi solo birra e nessuno mi avvertì che con la fonduta succede un disastro. Dormii con un cinghiale sullo stomaco, la sera dopo non avevo ancora digerito, qualcuno suggerì un bourbon e coca cola. Al concerto di Zurigo sudavo freddo, ebbi un collasso e caddi privo di sensi. La band pensò a uno scherzo, fortuna che c’era la mia fidanzata che capì: mi risvegliai in camerino con due flebo».