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Motta: "Più vado avanti e più mi accorgo che raccontare le cose importanti è difficile. E mi diverto così"

Francesco Motta 
A 35 anni, il cantautore si racconta mentre parte la nuova tournée. Tappa a Roma, poi Milano, Treviso, Ancona e in molte altre città
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In partenza con un tour antologico che rimette in gioco gran parte degli inni generazionali di Motta, l’alfiere del rock d’autore a 35 anni traccia un primo bilancio della sua vita artistica. E si racconta prima di tornare sul palco il 17 giugno a Roma, il 25 alla Festamobile di Sant’Agata Bolognese, il 26 al Cassandra Fest di Centobuchi nelle Marche, il 28 ad Ancona e poi ancora in tutta Italia compreso il 20 luglio a Treviso e il 4 settembre a Milano. “Questi concerti sono un po’ lo sviluppo naturale di quelli appena fatti nei club, con la libertà di non dover presentare un disco – spiega Francesco Motta – Quindi pescando da tutti e tre i dischi che ho inciso, compresi molti brani che non facevo da una vita. Come Prenditi quello che vuoi, che fotografa il  periodo degli esordi da solista. E sono tornato a suonare psichedelia rock, cosa che nei dischi non riesco a fare molto. Ma non mancheranno le canzoni più conosciute, a …

In partenza con un tour antologico che rimette in gioco gran parte degli inni generazionali di Motta, l’alfiere del rock d’autore a 35 anni traccia un primo bilancio della sua vita artistica. E si racconta prima di tornare sul palco il 17 giugno a Roma, il 25 alla Festamobile di Sant’Agata Bolognese, il 26 al Cassandra Fest di Centobuchi nelle Marche, il 28 ad Ancona e poi ancora in tutta Italia compreso il 20 luglio a Treviso e il 4 settembre a Milano. “Questi concerti sono un po’ lo sviluppo naturale di quelli appena fatti nei club, con la libertà di non dover presentare un disco – spiega Francesco Motta – Quindi pescando da tutti e tre i dischi che ho inciso, compresi molti brani che non facevo da una vita. Come Prenditi quello che vuoi, che fotografa il  periodo degli esordi da solista. E sono tornato a suonare psichedelia rock, cosa che nei dischi non riesco a fare molto. Ma non mancheranno le canzoni più conosciute, a partire da La fine dei vent’anni. Non mi sono mai stancato di cantarla: ogni volta cambiano delle cose. Il significante cambia significato a secondo delle situazione.

Com’è l’impatto con il pubblico dopo questo lungo periodo di stop and go?
"Nei club ho rivisto un pubblico finalmente in piedi che si è potuto liberare veramente di questi anni faticosi. Il concerto è tornato 'un posto' dove si sente un profondo senso di comunità".

La campagna fuori Roma – dove è più facile “trovare parcheggio” - avrebbe ispirato un disco meno “urbano” come il più recente Semplice. È vero?
"È meno 'urbano' per vari motivi, non solo per essere stato scritto nella campagna di Sacrofano, dove ho abitato circa 6 mesi. In realtà il processo di scrittura è cambiato perché non si poteva uscire di casa. Faticosamente sono anche riuscito a crearmi bei ricordi. In fondo la campagna ha reso possibile vivere in quella situazione in cui rimane da guardarsi dentro più che guardare fuori".

E ci sentiamo sempre unici/ come miliardi di persone sole, dal testo del singolo E poi finisco per amarti, è  una frase emblematica della sua poetica. Come arriva l’ispirazione in questi casi? Lampi improvvisi o riflessioni?  
"Sinceramente non ricordo come ci sono arrivato. Però mi sembra strano sia stato un lampo. Tutti sentiamo sempre una nostra unicità nel mondo. Ma più viaggi, metaforicamente e fisicamente, più ti accorgi che sei una minima parte di una roba molto più grande. E questo aiuta a volersi più bene".

Per parafrasare il titolo del suo libro, come vive la musica?
"A volte bene  a volte male, nel senso che il processo di scrittura, più vado avanti e più diventa faticoso. Ci deve essere un urgenza legata alle cose da dire. Quando ero più piccolo riuscivo a far diventare importanti delle cose che per un occhio esterno non lo erano. Ora andando avanti nella vita mi accorgo che raccontare le cose importanti diventa difficile. Nello stesso momento mi accorgo che mi sto divertendo molto di più con la musica. E anche durante la pandemia mi sono posto tante domande sul perché faccio questo 'mestiere'. E mi sono reso conto che per me fare musica è come respirare, non ne posso fare a meno".

Il suo raggio d’azione si è allargato anche scrivendo colonne sonore per i cinema (La terra dei figli). 
"Sentirmi in una modalità in cui sto sicuro mi annoia, cerco sempre di uscire dalla comfort zone. Anche se 'far parte' di un film è come stare in una band. Mettere in gioco le proprie sicurezza mi piace e mi fa bene, non voglio essere legato solo allo scrivere canzoni. Poi alla fine non è neanche cosi differente. È come fare una musica per un testo già scritto".

In che direzione va il nuovo disco di cui sta scrivendo le canzoni?
"Non lo saprei dire, ogni giorno viene fuori una cosa diversa. Ma fondamentalmente sta tornando fuori quello che avevo lasciato durante questi anni. Tipo non avere paura di mettere del marcio nelle canzoni".