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foto di Fabrizio Cestari
foto di Fabrizio Cestari 

Alex Britti, una chitarra, la musica e basta: "Perché ho aspettato tanto a fare un disco così?"

'Mojo', uscito da un mese, è il primo album completamente strumentale dell'artista romano: pubblicato lontano dalle major della discografia e scritto "come mi pare e piace, senza nient’altro in mezzo"

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Alex Britti ha pubblicato, lo scorso 1 luglio, un nuovo album, il primo dopo cinque anni. E dentro non ci sono canzoni, nemmeno una. Si intitola Mojo, è composto da dieci brani strumentali, che hanno come protagonista principale la chitarra. È un album bello e intenso, suonato con maestria e passione. Solo musica, e basta. No, non pensate che ci siano, come in tanti altri casi, un Dr. Jekyll e un Mr. Hyde, che Britti sia un tipo giorno e un altro di notte, o che la sua avventura come cantautore sia stata rinnegata. No, per chi lo conosce è facilissimo capire che Britti è sempre lo stesso e che, con straordinaria lucidità, con la naturale maturità di un uomo che ha passato la cinquantina e che ama la sua famiglia così come ama la sua chitarra e la musica, Britti abbia perfettamente compreso come siano cambiate le cose nel mondo della musica negli ultimi anni e abbia deciso di approfittare di questi cambiamenti per fare una cosa diversa e bellissima.

La copertina di 'Mojo'
La copertina di 'Mojo' 
Mojo è esattamente così, diverso e bellissimo, sinuoso ed elettrico, visionario e vibrante, ma soprattutto liberissimo. Se un nome c'è per questa libertà è 'arte', nel senso pieno del termine, nella completezza della sua espressione creativa, non condizionata da null'altro che dal desiderio di Britti di suonare esattamente quelle musiche oggi e di essere completamente se stesso nella contemporaneità. Qualche anno fa un disco come Mojo non l'avrebbe potuto fare nell'universo delle major nel quale ha sempre operato: l'industria musicale, giusto o sbagliato che sia, è pur sempre 'industria' e deve necessariamente trovare un punto mediano tra le esigenze artistiche e quelle di mercato, e un album che potenzialmente ha un pubblico più ridotto, perché non è fatto di canzoni, non sarebbe stato pubblicato.

foto di Fabrizio Cestari
foto di Fabrizio Cestari 
Oggi Britti invece ha, nel nuovo scenario che si è creato con le piattaforme digitali, non solo la possibilità di muoversi con una sua etichetta indipendente, lontano dalle major, ma anche di avere una distribuzione internazionale per un album che, potenzialmente, può raggiungere facilmente il pubblico di tutto il mondo, perché non limitato da confini di cultura e lingua. "No, con le major non avrei mai potuto pubblicare un album così", ribadisce Britti, "nonostante i cambiamenti che ci sono stati la loro logica resta quella del successo immediato, del colpo in classifica, e da molto tempo non ragionano più alla crescita degli artisti ma alla gratificazione istantanea. Certo che è figo avere un milione di follower, ma nella musica vedi chi è riuscito a costruirsi una carriera, a dare davvero qualcosa, quando dopo dieci anni senti che la gente canta ancora le sue canzoni e magari non ha nemmeno un account su Instagram. E poi io nasco come chitarrista e fare un album del genere era sempre stato il mio obbiettivo, quindi ripeto a tutti quelli che me lo chiedono che la domanda giusta non è perché l'ho fatto, ma perché ci ho messo così tanto a farlo".

foto di Fabrizio Cestari
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Già, ma allora chiediamolo: perché tutto questo tempo? "In parte perché era giusto così", dice ridendo, "nasco come chitarrista che racconta storie e quindi l'esigenza di raccontarle è stata molto forte negli anni passati. Poi, pian piano, le cose sono cambiate, ed è cresciuto il mio desiderio di suonare e raccontare cose solo con la musica. Ecco, adesso era il momento, adesso sono esattamente quello che sono in questo disco, non c'era motivo per sforzarmi di essere qualcun altro. E in parte perché ero stanco di suonare la chitarra solo tra una strofa e l'altra di una canzone, quella di riportarla in primo piano era un'esigenza molto forte, l'ho sentito come un dovere morale verso me stesso e verso tutti quelli che mi hanno seguito in questi anni. E poi ancora, ovviamente, c'è di mezzo il cambiamento culturale e tecnologico degli ultimi 20 anni. Sono cadute tante barriere, tante divisioni, c'è una nuova attenzione per la musica. E allora era il momento di fare un disco come mi pare e piace, senza nient'altro in mezzo".

foto di Fabrizio Cestari
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Mojo non è un album di genere, nonostante per le piattaforme cada nelle categorie "jazz" o "blues contemporaneo". Di certo ci sono sia il blues che il jazz, qualsiasi cosa vogliano dire oggi i due termini ultracentenari, ma sono mescolati con molte altre cose, con sonorità tex mex, con melodie cantabili, con soul e r'n'b, con l'innegabile vena rock della chitarra di Britti, il tutto in una maniera talmente naturale da far suonare i brani sempre nuovissimi e contemporanei. "Non c'è nostalgia del 'bel tempo che fu', è musica di oggi", dice Britti, "la mettono sotto etichette diverse ma in realtà è solo musica, cose belle che mi fanno stare bene e che spero creino la stessa reazione in chi ascolta. Il blues è sempre stato il cuore di quello che amo, il jazz ha fatto parte della mia vita sempre, e molte delle melodie dei grandi jazzisti sono cose che possono essere cantate o addirittura fischiettate. Quindi non c'è niente di 'cervellotico' o studiato a tavolino, ci sono brani che amo e che volevo condividere con gli altri".

foto di Fabrizio Cestari
foto di Fabrizio Cestari 
Di certo la maturità lo ha portato a raccontarsi attraverso la musica forse addirittura in maniera più intima di quanto non abbia fatto nelle canzoni, come nella bella Il treno per Roma, con quel sentimento di ritorno a casa che la anima, con quella nostalgia bella e intensa che esprime. O come in Sotto il cielo di Amsterdam, autobiografica senza avere nemmeno una parola cantata. "Cerco di mettere la mia vita nella mia musica", dice ancora Britti, e ascoltando l'album è facile credergli.