Franco Mussida, ripartiamo dal suono: "La cultura è l’anima della società, solo così i ragazzi capiranno il mondo"
di Ernesto Assante , di Ernesto AssanteDieci anni dall’ultimo album. Sono tanti, anche per un musicista di ‘lungo corso’ come Franco Mussida. “Ma non ho mai smesso di fare musica”, sottolinea. Solo che a un certo punto, tra le mille attività che hanno coinvolto il grande chitarrista, prima fra tutte quelle della scuola, il CPM di Milano che ha fondato e dirige dal 1984, la voglia di tornare a mettere a fuoco un progetto discografico gli è tornata: “Dirigo la scuola, vedo questi ragazzi che hanno bisogno di cominciare a vedere la nostra storia, abbiamo ancora tante cose da dare e da dire e dobbiamo darci da fare finché possiamo, per poter dire di aver lasciato agli altri quello che è giusto”.
Così Mussida, leggenda del chitarrismo o europeo e principe dello strumento in Italia, fondatore della PFM, ha deciso di “ripartire dal suono”, cercando, da artigiano, certosino, appassionato, “un suono nuovo che mi facesse innamorare, avevo bisogno di stupirmi”. Ha chiesto quindi a un liutaio, Marco Vignuzzi, di adattargli una Gibson Chet Atkins, “per mettermi nella condizione di suonare solo questo strumento, in polifonia, improvvisare e lavorare dal punto di vista melodico, con tutte le caratteristiche di una chitarra elettrica che normalmente una chitarra classica non ha, uno strumento da usare senza pedali, senza violenza, che avesse fermezza, spazialità, e lunghezza di suono”. Partendo dal suono, dunque, Mussida ha realizzato il suo album, Il pianeta della musica e il viaggio di Iòtu, che è in parte una storia, in parte un ‘manifesto’, in parte un racconto, in cui alto e basso si mescolano, raffinatezza e semplicità vanno a braccetto, tra pop, prog, rock, canzone, poesia, teatro e, sorprendentemente, altro ancora.
“Credo che il cuore di tutto quanto, dal punto di vista della sua complessità inavvertibile, lo trovi in Io, noi, la musica, il brano che apre l’album. Avevo scritto il testo e mi sono messo a pensare che musica poteva starci. Un giorno sono andato a scuola, insieme ai ragazzi c’era Giordano Giorgi che faceva la tesi di laurea su Frank Zappa, e mi è venuto in mente Watermelon in Easter Hay. Quello che mi è tornato alla mente è quella sua dimensione storta che al tempo stesso non lo era, classica non essendo classica, che lui usava con grande maestria. Ma quel brano era sempre uguale e io non volevo fare una musica sempre uguale: ho preso la partitura e ho cominciato a stendere tutto il brano in maniera che il battere non risultasse nel posto dove doveva essere, quindi non ci sono mai due misure uguali, due, cinque, sei, quattro, perché volevo dare questa idea di non appoggiarti mai su niente. Ma avevo la necessità di essere allo stesso tempo micidialmente semplice, e quindi ho costruito il pezzo come se fosse una specie di ricamo, che quando lo guardi non pensi alla sua complessità, ma solo alla sua bellezza. Ecco, tutto l’album voleva essere così e spero di esserci riuscito”.