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Marracash: "Il rap non è una musica vuota, la Targa Tenco consegnata a me è uno schiaffo ai pregiudizi"

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Fabio Bartolo Rizzo è tra i rapper più stimati e con questo prestigioso premio segna un punto di non ritorno: "L’hip hop canta la vita meglio dei cantautori"
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Un rapper verrà presto incoronato re nel tempio della Canzone d’autore. Marracash ha vinto la Targa Tenco per il Miglior album dell’anno con il suo disco intitolato Noi, loro, gli altri. Il 20 ottobre, sul palco del Teatro Ariston di Sanremo, il rapper milanese segnerà una svolta per la musica italiana, un punto oltre il quale non sarà più possibile tornare indietro: il rap e la canzone sono ormai da considerare come una cosa sola. Dopo i successi di vendite, dopo la collaborazione con Vasco Rossi sul brano La pioggia alla domenica, a 43 anni un’altra grande soddisfazione per il rapper del quartiere Barona. Ci sentiamo all’indomani della conclusione del suo Persone Tour, ovunque sold out con 150 mila biglietti venduti in 17 palazzetti e un concerto all'Arena di Verona.  

Un tour impegnativo.

“Sono felice di essere arrivato vivo al Tenco. Nel tour ho p…

Un rapper verrà presto incoronato re nel tempio della Canzone d’autore. Marracash ha vinto la Targa Tenco per il Miglior album dell’anno con il suo disco intitolato Noi, loro, gli altri. Il 20 ottobre, sul palco del Teatro Ariston di Sanremo, il rapper milanese segnerà una svolta per la musica italiana, un punto oltre il quale non sarà più possibile tornare indietro: il rap e la canzone sono ormai da considerare come una cosa sola. Dopo i successi di vendite, dopo la collaborazione con Vasco Rossi sul brano La pioggia alla domenica, a 43 anni un’altra grande soddisfazione per il rapper del quartiere Barona. Ci sentiamo all’indomani della conclusione del suo Persone Tour, ovunque sold out con 150 mila biglietti venduti in 17 palazzetti e un concerto all'Arena di Verona.  

Un tour impegnativo.

“Sono felice di essere arrivato vivo al Tenco. Nel tour ho proposto un concerto molto spinto, sono arrivato allo stremo delle forze, in una delle ultime date mi sono procurato uno strappo lanciando una maglietta, il che la dice lunga sul mio livello di stanchezza”.

Porta il rap dove si celebra la canzone d’autore, si considera un pioniere?

“Direi di sì, perché sono il primo interno e benvisto dalla scena hip hop italiana. Caparezza, che vinse la targa per il disco dell’anno nel 2014, era un elemento esterno al giro. Non nascondo che ho sempre cercato questo tipo di riconoscimento. Questo premio mette fine al mio senso di frustrazione, la critica mi ha a lungo ignorato”.

Di sicuro non è mancato il riconoscimento del pubblico, specialmente per gli ultimi due album, Persona e Noi, loro, gli altri.

“Sicuramente gli ultimi due dischi erano più a fuoco e avevano qualcosa che poteva arrivare al grande pubblico ma le radici di ciò che trovi nei miei due ultimi album ci sono sempre state. E’ il grande pubblico ad essere cambiato e ad essersi accorto che nei miei dischi c’è anche altro. Da una parte è caduto un grande pregiudizio, che io credo di aver contribuito un po’ a sfatare, e cioè che il rap sia un genere per ragazzini, vuoto e materialista; dall’altra è accaduto qualcosa nel mondo, la pandemia, una sveglia per tutti per fare i conti con la propria vita, con il proprio mestiere, personalmente con lo stile di vita di cantante di successo. Persona raccontava di una crisi, una crisi che era di tutti: artista e pubblico in quel momento si sono incontrati, Persona ha anticipato una riflessione e ha colmato un vuoto di contenuto in molti testi rap, è stato come acqua nel deserto”.

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Nell’album premiato dal Tenco c’è un brano, Pagliaccio, che parla proprio del rap italiano.

“Sì, in particolare del rap di strada che dopo un inizio di nicchia ora è diventato una tendenza commerciale e pare che tanti ragazzi facciano reati quasi per crearsi un vissuto da raccontare. Molti imitando pose da gangster per sentito dire, altri invece che purtroppo ci si scontrano davvero”.

Da qualche tempo nelle grandi città i rapper sono spesso al centro di fatti di cronaca nera.

"Io li condanno, ma va considerato che sono molto giovani e che alle loro spalle c’è un fallimento personale delle loro famiglie e allo stesso tempo un grandissimo fallimento del ruolo dello Stato. In passato ho dichiarato il mio grande interesse per il fenomeno del rap degli immigrati di seconda e terza generazione perché esprime la rabbia delle periferie delle metropoli, una vera polveriera. E sono convinto che escludere e non ascoltare il loro disagio non può che complicare le cose".

Tra rap e canzone, chi racconta meglio il mondo?

"Ci sono esempi positivi anche nella canzone d’autore ma bisogna per la maggior parte guardare ai grandi cantautori del passato. Oggi è difficile nominare qualche grande cantautore, si finisce sempre nel fare i soliti nomi: Vasco Rossi, De Gregori e artisti del passato come Lucio Dalla. In questi casi la canzone d’autore è una forma di comunicazione superiore rispetto al rap. In questo momento, però, nella canzone mancano gli autori, le canzoni nascono grazie a un’industria di cinque o sei nomi che circolano e si ripetono in ogni brano, firmano in pratica tutto il panorama della musica italiana, che è per questo diventata puro entertainment. Al contrario in questo momento il rap, almeno quello ben fatto, è l’unica musica d’autore". 

Non salva nessuno nella canzone?

"Madame, che non so se definire rap o no, o comunque urban: trovo molto più interessante lei di tanta musica italiana".

Non trova che, rispetto ai cantautori, i rapper siano molto più legati al loro rapporto con i produttori e all’importanza delle basi musicali?

"Questo però vale per tutti i generi. Lo stesso De André, un cantautore per il quale il testo era fondamentale, si affidava a produzioni musicali e ad arrangiatori. Il rap utilizza le basi, certo, ma nessuno può sapere quanto il rapper partecipi alla realizzazione delle basi. Nel mio ultimo disco, la maggior parte delle idee dei campionamenti sono mie. Scrivere una melodia su una serie di accordi alla chitarra non è diverso rispetto a suggerire un sample determinante per la riuscita di un pezzo. Non vedo distinzione tra rapper e cantautori, anche il rapper canta dopo aver scritto le proprie canzoni. Chiunque scrive con un certo stile le proprie canzoni è un cantautore".

Nell’album che vince la targa, in copertina c’è la sua famiglia: i suoi genitori, suo fratello, i suoi nipoti e accanto a lei Elodie, sua fidanzata fino a poche settimane prima della pubblicazione. Con il senno di poi, avrebbe voluto una foto diversa?

"Per cambiare quella foto ci sarebbe stato anche il tempo ma non l’ho fatto perché questa sarebbe “cancel culture”, sarebbe buttare giù la statua di Cristoforo Colombo perché ha scoperto l’America. Intanto, credo non ci sia nulla di male nel fatto che due persone si lascino. Ma anche se io ritenessi sbagliato quanto è successo, o se ci fossimo lasciati in una maniera brutta, penso che gli errori che si fanno non si cancellano, sarebbe come mettere la testa nella sabbia. Quella foto voleva e vuole rappresentare il mio “Noi” in quel momento, altre persone della foto non sono già più con me o non ci saranno più tra qualche anno".

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In realtà, lei ha confessato che, potendo, rifarebbe in modo diverso il brano “Non sono Marra” con Mahmood su “Persona”.

"Stimo molto Mahmood, intendevo dire che la canzone è bella e leggera ma mi sarebbe piaciuto collaborare con lui in maniera più profonda, in un pezzo meno dance, per questo l’ho definita un’occasione sprecata".

Di recente l’hip hop ha perso Coolio, il primo gangsta rapper ad entrare in classifica. Dunque un altro pioniere nel portare il rap nel mainstream.

"È vero, Gangsta’s Paradise è arrivata in classifica oltre che nei cinema grazie al film con Michelle Pfeiffer. Il problema è che dopo quel risultato Coolio è sparito completamente dai radar e quel successo non ha avuto seguito. La mia storia è diversa, io faccio rap ormai da oltre quindici anni, tanti dischi che come mattoni su mattoni hanno portato al coronamento di Persona e di Noi, loro, gli altri e a un successo più stabile e conclamato, la collaborazione con Vasco, il Tenco e tante altre cose.

Lei non ha perso mai il contatto con le sue radici, è rimasto a vivere dalle parti del quartiere Barona in cui è cresciuto, lo racconta in un pezzo nostalgico come “Noi”.

"Più che nostalgia è coerenza, una parola diventata oggi una parolaccia. Come 'classe sociale', come 'capitalismo', tutte parole che io uso nei miei testi e che quasi non si possono più dire. A me sembra solo di continuare a fare le mie cose, vedo continuità tra i miei inizi e il punto in cui sono arrivato. Ho puntato sulla mia autenticità e questo ha pagato molto, lo sento nei concerti, l’attaccamento della gente con la mia musica è molto forte e viscerale, una sorta di rispetto reciproco. L’attaccamento alle mie radici è allora l’attaccamento a me stesso, ai motivi per cui ho iniziato a fare musica".     

Tra invadenza degli sponsor e pressioni della moda, come ci si difende in un momento come quello che attraversa oggi l’industria musicale?

"Questo è un discorso molto vero, intorno alla musica ormai gravita tanta roba, tra partecipazioni della moda e social come tik tok che impongono spazi da riempire continuamente, molti artisti si perdono dietro tutto questo corollario. Dovrebbe rimanere ai margini, il problema è quando diventa preponderante. Allora ci si trasforma in entertainer e si rinuncia a fare davvero musica. Io mi difendo ignorandola o usandola come ciliegina sulla torta, mai come una cosa che mi assorbe più di tanto".