Il caso Baccini e le canzoni "sessiste". Meglio una volgarità in più (che posso non ascoltare) che una canzone in meno
di Ernesto Assante , di Ernesto AssanteCi sono canzoni che non dovremmo più ascoltare? O cantanti e autori che dovrebbero fare pubblica ammenda per quello che in passato hanno scritto e cantato? O rapper e trapper che per quello che scrivono e cantano oggi dovrebbero essere messi sotto accusa? Le polemiche scoppiate in questi giorni attorno a una vecchia canzone di Baccini hanno riportato all'attenzione collettiva il "sessismo" presente in alcune canzoni italiane di successo. Canzoni di non piccola portata e di autori di grande e indiscusso valore, basti pensare a Colpa d'Alfredo (1980) di Vasco Rossi, tanto per citare anche noi il caso più citato. Ora, il tema esiste, e non c'è dubbio che il modo in cui la donna è stata rappresentata nella storia della canzone italiana è stato in molti casi discutibile in assoluto, al di là dell'epoca e del contesto in cui le canzoni sono state scritte. Ma il contesto e l'epoca contano e dando per scontato che il mond…
Ci sono canzoni che non dovremmo più ascoltare? O cantanti e autori che dovrebbero fare pubblica ammenda per quello che in passato hanno scritto e cantato? O rapper e trapper che per quello che scrivono e cantano oggi dovrebbero essere messi sotto accusa? Le polemiche scoppiate in questi giorni attorno a una vecchia canzone di Baccini hanno riportato all'attenzione collettiva il "sessismo" presente in alcune canzoni italiane di successo. Canzoni di non piccola portata e di autori di grande e indiscusso valore, basti pensare a Colpa d'Alfredo (1980) di Vasco Rossi, tanto per citare anche noi il caso più citato. Ora, il tema esiste, e non c'è dubbio che il modo in cui la donna è stata rappresentata nella storia della canzone italiana è stato in molti casi discutibile in assoluto, al di là dell'epoca e del contesto in cui le canzoni sono state scritte. Ma il contesto e l'epoca contano e dando per scontato che il mondo nel frattempo è cambiato, che il modo in cui ascoltiamo le canzoni è cambiato, che il modo in cui gli autori scrivono è cambiato, è pur vero che brani che hanno trenta, quaranta o anche più anni sulle spalle, non possono e non debbono essere "cancellate" o "riscritte".
Alcune di queste canzoni possono essere considerate a ragione offensive nei confronti delle donne? È probabile, anzi in alcuni casi è certo. Ma siamo sicuri che gli autori, all'epoca come oggi, avessero delle donne un concetto realmente così limitato, sbagliato, offensivo come potrebbe risultare dalle loro canzoni? E anche se così fosse siamo certi che sia un bene riscrivere la storia della canzone italiana giudicando negativamente quegli autori è quelle canzoni? Francamente pensiamo di no, e crediamo che, forse, nemmeno la ventenne che è salita sul palco di Sondrio sarebbe disposta a non cantare più alcune delle canzoni che potrebbero essere messe sotto accusa, a togliere di mezzo alcune cose di Battisti e Mogol, come "Donna tu sei mia e quando dico mia dico che non vai più via" (Un uomo che ti ama, 1976) o "dieci ragazze per me posson bastare" (Dieci ragazze, 1970), a non cliccare più su qualche canzone di Marco Masini, come Bella stronza (1995), dove lui "perde la pazienza", lei chiama giustamente la polizia e lui si risente. Il che non vuol dire che non sia giusto ritenersi offesi dai testi di certe canzoni, anzi io stesso penso che molte delle cose che si ascoltano quotidianamente nell'ampio mare del rap e della trap italiane siano estremamente offensive, in molti casi inaccettabili, almeno alle mie orecchie. Ma mi guarderei bene, anzi mi guardo bene, dal chiedere che non vengano cantate, mi limito, come è nel mio assoluto potere, a non apprezzarle.
Perché la libertà di espressione, nella vita come nell'arte, va completamente tutelata e difesa, anche quando qualcuno dice o canta cose che non ci piacciono. Soprattutto se queste cose sono state dette in altri anni, in un'altra epoca o addirittura, vista la velocità con la quale la cultura e i costumi oggi cambiano, in un'altra era. È ovvio che Vasco Rossi oggi non metterebbe nella stessa frase i termini "negro" e "troia", così come Baccini forse oggi scriverebbe in un altro modo Le donne di Modena (1990), ed è lecito chiedere conto a l'uno e all'altro delle loro scelte passate, perché criticare è sano e discutere fa bene. Ma è evidente che Rossi nel 1980 non fosse più razzista o sessista di quanto non lo sia oggi, e che Baccini nel 1990 non avesse alcuna intenzione di rinchiudere il genere femminile in categorie desuete già da tempo, così come è evidente che Fabri Fibra, o Sfera Ebbasta, o altre centinaia di giovanissimi artisti di oggi che scrivono e cantano alle volte frasi aberranti, siano lontanissimi dal pensare che la condizione della donna debba tornare a essere quella di cinquanta o cento anni fa. Se dovessi credere ai testi di Solo una botta di Fibra o S.A.I.C. sempre di Fibra ma con Bassi Maestro, acronimo di un titolo letteralmente impubblicabile su un giornale come il nostro, o Hey Tipa di Sfera, o la violentissima Tre messaggi in segreteria di Emis Killa, dovrei pensare che si tratta di uomini ampiamente sottosviluppati in termini culturali e con forti problemi personali, tali da necessitare l'aiuto di "qualcuno bravo", magari anche in fretta.
Ma si tratta, anche se alle orecchie di molti l'affermazione può sembrare ampiamente esagerata, di arte, di espressione artistica, e in quanto tale deve essere libera, sempre e comunque, anche se non ci piace. Sennò l'arte stessa sarebbe destinata a morire, come è accaduto sotto le dittature, come accade ancora oggi nei Paesi in cui gli artisti non sono liberi di dire e cantare quello che vogliono. Meglio un vecchio brano "sessista", che posso sempre decidere di non ascoltare più, che una playlist "purgata" dalle canzoni che oggi riteniamo discutibili. E in generale, per il bene della nostra vita, meglio una volgarità in più che una canzone in meno.