Spettacoli

Tiziano Ferro: "Sulle adozioni e i diritti in Italia deve cambiare tutto"

Foto di Walid Azami
Foto di Walid Azami 
Il cantautore presenta il suo settimo album di inediti. "Il mondo è nostro". Tour nel 2023. "Negare i diritti non migliora le condizioni degli altri"
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Quanti Tiziano Ferro possono entrare in un album? Tredici, allo stato attuale, il numero delle tracce che compongono Il mondo è nostro, nuovo lavoro Ferro a tre anni di distanza dal precedente “Accetto miracoli” del 2019. Tredici e tutti, sostanzialmente diversi l’uno dall’altro, tanti quante sono le anime musicali di Ferro, tante quante le sonorità, le ipotesi, le atmosfere che lo compongono. Tanti quanto i temi che tocca, dall’amore, centrale come sempre nel suo universo, al suo passato, dal rapporto con il presente al confronto con gli altri, dal tema della genitorialità ("sulle adozioni e i diritti in Italia deve cambiare tutto") a quello della pandemia. Ogni canzone ha un suono, e il quadro è estremamente variegato, passando dalla contemporaneità di “R()t()nda” con Thasup al divertimento ‘vintage’ di “I miti” con Roberto Vecchioni, dal pop internazionale di “For Her Love” con Sting a quello profondamente e melodicamente italiano di “Quando io ho perso te”, senza dimenticare il funk con Caparezza e l’r’n’b.

E ancora il duetto soprendente con Ambra Angiolini. Tante cose diverse che compongono il ricco mosaico della personalità musicale di Ferro nel 2022. “Diciamo che poteva essere solo così perché l’unica cosa che conosco bene sono le diverse versioni di me stesso, come sa bene il mio psicologo”, dice sorridendo, “So che non mi piace scegliere tra i tanti mondo che mi affascinano, che non voglio scegliere. Gli album e gli artisti univoci non mi hanno mai interessato più di tanto, penso che tendenze sonore diverse possano e debbano convivere. L’unico modo per andare avanti per me è procedere senza filtri, fare dischi molto personali e per questo molto vari. Non conosco un’altra maniera di fare le cose, anzi, magari la conosco ma mi annoia, la trovo poco stimolante. Avere davanti un foglio bianco e poterlo riempire di tante cose diverse è un privilegio, noi passiamo la vita sperando che qualcuno ci ascolti, quindi perché usare questa possibilità a metà? Ho sempre fatto così, spero succeda ancora, quando non succederà vorrà dire che ho finito di cercare”.

In questo disco, nella sua varietà, non sembra esserci l’ansia del tempo, ci sono cose contemporanee e cose ‘antiche’ come il duetto con Vecchioni,

“L’essere fuori tempo è per me una sorta di necessità. Sono cresciuto in una famiglia di non musicisti ma grandi amanti della musica, papà solo Beatles, Rolling Stones, Zappa e Led Zeppelin, mia madre i cantautori, Battisti, De Gregori, Dalla, Daniele, Cocciante. Tutti questi artisti mi hanno insegnato cosa sono le canzoni. Così comune se dovessi oggi tornare a scrivere un tema a scuola, penserei ai consigli delle professoresse brave, sulla sintesi, sulla struttura. Ecco, quando scrivo canzoni tutti loro tornano, la lezione è immancabilmente sempre forte, non riesco a non trovare fondamentale la loro lezione. Non importa essere alla moda, insomma, l’importante è essere fuori dal tempo ma nel tuo tempo”.

Quindi ha senso Vecchioni come Thasup.

“Si, l’una e l’altra cosa sono nel mio tempo. Vecchioni è una roccia, una certezza, Thasup è un ragazzo di venti anni che non si fa vedere, si nasconde, ma ha una personalità incredibile e lo spirito di un vero cantautore. Uno non esclude l’altro, la mia curiosità mi consente di lavorare con tutti e due allo stesso modo”.

L’essere fuori tempo non vuol dire rifiutare le forme della musica di oggi, o la vita ‘social’.

“No, anche se il modo diverso di essere nel mondo della comunicazione oggi mi ha creato qualche problema. A 40 anni non fai parte più della ‘nuova’ generazioni, il linguaggio e il modo di esprimersi cambia e anche il rapporto con i social. Io non ho fatto pace con i social anche se li assecondo, per un certo periodo di tempo mi sono sentito inadeguato, anche se so che questa comunicazione è parte integrante del ruolo di chi si mette a disposizione degli altri. E’ stata una crisi utile, effettivamente non avevo una risposta ai miei dubbi, per molto tempo mi sono sentito completamente fuori, non più all’altezza del mestiere che stavo facendo. I social mi hanno confuso molto, soprattutto 5 o 6 anni fa, li usavo come barometro per misurare la temperatura del rapporto con il pubblico, ma leggevo solo commenti negativi. Poi ho imparato a leggerli quei numeri, ho capito che ti segue anche qualcuno a cui non piaci, che si seguono personaggi per molti i diversi, che il video lo guarda anche chi ti odia e vuole vederti cadere. Non sono un termometro della realtà, sono dei numeri alle volte decorativi, le cose vere sono diverse. E il segnale più bello l’ho avuto con i biglietti del tour: essendo l’unico a non aver trasferito il tour al 2022 ma al 2023, ho dato giustamente il  diritto alla restituzione perché cosi andava fatto. Tutti hanno resistito, tutti mi hanno aspettato, l’impegno che una persona prende anni prima e che mantiene è un gesto importantissimo, mi ha aiutato, è stata una cosa rivelatrice. Anzi un po’ uno schiaffo morale a me stesso: stavo guardando dalla parete sbagliata, mi sono lasciato confondere anche io da una giostra che non aveva senso per me”.

Ha giocato un ruolo importante anche l’essere diventato padre?

“La verità e che dopo una cosa simile ridistribuisci la classifica di quello che conta davvero. E a questioni che pensavi di dover dare retta, anche se non sono risolte, dai meno rilevanza, che tu lo voglia o meno. Dico altro: In Italia sulle adozioni gay deve cambiare tutto. Siamo indietro a prescindere da quelli che possono essere i ruoli politici. Nessun governo ha mai fatto nulla di importante, se non quel piccolo flebile passo verso quelle che sono diventate le unioni civili. È Stato un pò lo specchietto per le allodole: vi facciamo contenti ma poi non se ne parla di farvi avere una famiglia, non sia mai che possiate avere entrambi dei figli, che si possa chiamare matrimonio”.

La copertina del disco
La copertina del disco 
Di certo i cambiamenti sono avvenuti nella sua vita, ma anche in generale nella musica, dal 2019 a oggi.

“E il mio sbandamento è infatti notevole. Io penso ancora al disco come a una cosa importante, penso da autore di dischi, lavorare sul singolo e basta mi è impossibile, non ce la faccio, devo fare il mio racconto, il mio percorso. Certo oggi ci sono le piattaforme, croce e delizia, ma tutto è così intasato di novità, tutto è veloce, tutto si mischia e tendi a perdere il senso di tutto. Lo sbandamento c’è, ma preferisco sbagliare convinto dei miei errori, preferisco restare prepotentemente fuori tempo. Il mio è un disco che non è monotraccia, lo devi sentire tutto per capire come è fatto, cosa rappresenta, se senti una canzone solo magari pensi che sono impazzito, ne senti un’altra e non sembro nemmeno io, un’altra e dici che sono sempre lo stesso. Fondamentalmente se questo vuol dire confusione che così sia. Se c’è una cosa che ho imparato è che non mi devo io forzare nel tentativo di aderire a qualcosa che non mi appartiene, qualcuno capirà qualcuno meno, chi lo sa. Alla fine mi sento molto più a mio agio a far bene o sbagliare in maniera istintiva”.

Ma tutto diventa più chiaro nei concerti, come quelli che riproporrà da giugno, dove ogni cosa va al suo posto…

“In un mondo di confusione il concerto resta una certezza chiara. La cosa più antica è alla fine la più contemporanea, la cosa più analogica domina in un mondo digitale. Perché in scena non puoi mentire, ti vedono tutti, o ci sei o non ci sei,  è oggettivo, tutto il resto si perde e diventa volatile. Il concerto non si può smaterializzare, è inclonabile, e per me è un momento di gioia assoluta. Non vedo l’ora di tornare”.