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Non ci sono i Beatles ma Modugno e i Clash. La playlist di Bob Dylan e il mistero della canzone

Bob Dylan 
Il cantautore e premio Nobel pubblica oggi il suo "Filosofia della canzone moderna". Un sapiente sberleffo in 66 quadretti folgorante e spietato come la sua poesia
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Folgorante e spietato come la sua poesia, questo libero e spregiudicato trattatello di Bob Dylan sul senso ultimo delle canzoni è più che una lectio magistralis, è un’opera d’arte a sè, inclassificabile, geniale, imprevedibile fin dal suo titolo Filosofia della canzone moderna (ed. Feltrinelli) che farebbe pensare a un accademico e definitivo tomo sull’argomento, e invece è solo un inizio, un sapiente sberleffo, una collezione di quadretti, 66 per l’esattezza, ognuno dei quali è dedicato a una singola canzone, aprendo squarci geniali su quello che una semplice canzone può contenere, snobistico e provocatorio già nella scelta dei titoli.

La copertina de "La filosofia della canzone moderna" 
Non c’è neanche una canzone dei Beatles, e in sommo sfregio ce n’è una degli Eagles, ci s…

Folgorante e spietato come la sua poesia, questo libero e spregiudicato trattatello di Bob Dylan sul senso ultimo delle canzoni è più che una lectio magistralis, è un’opera d’arte a sè, inclassificabile, geniale, imprevedibile fin dal suo titolo Filosofia della canzone moderna (ed. Feltrinelli) che farebbe pensare a un accademico e definitivo tomo sull’argomento, e invece è solo un inizio, un sapiente sberleffo, una collezione di quadretti, 66 per l’esattezza, ognuno dei quali è dedicato a una singola canzone, aprendo squarci geniali su quello che una semplice canzone può contenere, snobistico e provocatorio già nella scelta dei titoli.

La copertina de "La filosofia della canzone moderna" 
Non c’è neanche una canzone dei Beatles, e in sommo sfregio ce n’è una degli Eagles, ci sono gli Who di My generation, ma in compenso c’è una canzone italiana, Volare di Domenico Modugno raccontata così: “Questa è una canzone che si avvicina, sfreccia, continua per la sua strada, procede a piena velocità, si schianta nel sole, rimbalza sulle stelle, esala in una nuvola di fumo come un sogno impossibile e va a esplodere dritta nel Paese delle meraviglie. È singolare e sta sospesa a mezz’aria”. Cosa dire di più e di meglio? Questo è Dylan al suo meglio, narratore in versi di visioni, che scava, inventa, vede cose che gli altri non vedono e infatti di Volare dice anche: “Magari è stata una delle prime canzoni allucinogene almeno dieci anni in anticipo su White Rabbit dei Jefferson Airplane. Non è possibile ascoltare né fare esperienza di una melodia più orecchiabile. Anche se non la sentite, la sentite. Si scava la sua via nell’aria. Una canzone da suonare ai matrimoni, ai bar mitzvah e forse ai funerali. È l’esempio perfetto di quando non si riesce a pensare a nessuna parola che si accompagni a una melodia e si canta solo “oh, oh, oh, oh”.

Domenico Modugno 
Il pezzo di Modugno è una delle rare eccezioni europee, insieme ai Clash dove approfittando di London Calling non si parla di Beatles ma di Beatlemania sì: “I Clash hanno posto fine a tutto questo. La Beatlemania fasulla ha morso la polvere. I Clash non hanno che disprezzo per la Beatlemania. Sentimenti adolescenti ed estremi di un’età incerta. Per I Wanna Hold Your Hand e tutte quelle canzoni a tema per signorine e scolarette, o la mania della dolce piccola sedicenne, non c’è più posto nella Londra reale”. E poi un Elvis Costello, gli Who, poco o nulla rispetto al corpo centrale del viaggio che è tutto americano, e anche molto primigenio, primitivo, si potrebbe dire in cerca di radici genuine, musica di frontiera, acustica, country.

Molte di queste canzoni non avrebbero alcun significato speciale per noi, oltre al fatto di essere praticamente sconosciute, se non fosse che Dylan ci mette del suo, le illumina, come se scrivesse una sua canzone sopra la canzone. Di sicuro dopo la sua analisi, Bayou di Roy Orbison entrerà molto probabilmente nelle vostre personali playlist, oppure scoprirete la grandezza discreta di Perry Como o di illustri sconosciuti come Webb Pierce. Per Willy the wandering gipsy and me di Billy Joe Shaver scrive: “questa canzone è come un enigma più ci entri e più diventa strana, sembra dotata di ragioni ulteriori. È quel tipo di canzone che non senti arrivare finché non ti casca addosso. Non è facile farsene un’idea, non c’è niente che ti porti nella direzione giusta. Ci sei tu, c’è Willy, e c’è Lo Zingaro vagabondo. Forse una persona, forse due o magari tre”. E anche questa l’abbiamo messa in playlist. Dylan ne approfitta per dire anche tante altre cose, prende spunto e da Blue suede shoes parte una scorribanda su tutte le canzoni che parlano di scarpe, e sono tante, oppure butta lì qualche sermone sul mondo d’oggi e si scatena parlando di Hank Williams: “È il problema di molte cose al giorno d’oggi. Tutto è così saturo; tutto ci viene imboccato. Tutte le canzoni parlano di una cosa sola e di una cosa in particolare, non ci sono chiaroscuri né sfumature, non c’è mistero. Forse questa è la ragione per cui al momento il luogo dove la gente ripone i propri sogni non è la musica. I sogni soffocano in questi ambienti non aerati.”

Bob Dylan negli anni 60 
Alcune descrizioni sono degne di una enciclopedia alternativa della musica, alla voce Perry Como suonerebbe così: “Perry è anche l’anti-American Idol. Anche l’anti-sapore della settimana, l’anti-lista dei successi e l’anti-stravaganza. Era una Cadillac prima delle pinne posteriori; una Colt 45, non una Glock; bistecca e patate, non cuisine californiana. Perry Como è uno che paga il conto. Non c’è artificio, nessun tentativo di forzare una sillaba spalmandola su troppe note.” Azzarda perfino l’immaginazione di possibili sliding door come quando confronta Carl Perkins e Elvis Presley. Nei mesi cruciali Perkins subì un incidente d’auto che ne rallentò la carriera e così la sua Blue suede shoes fu meglio sfruttata da Elvis: “d’altro canto, era tutto occhi accigliati e zigomi sporgenti, nato nei boschi ma vero cittadino, camionista che da come muoveva le anche trasmetteva un’animalesca sensazione di pericolo. Carl ha scritto la canzone ma, se Elvis fosse vivo oggi, sarebbe lui ad avere un contratto con la Nike”.

Il libro è uno scrigno di piccoli tesori, un I-Ching della musica, un gettare i dadi e sorteggiare un numero a caso per leggere frammenti geniali di un discorso musicale. E al di là delle possibili provocazioni riguardo alla lista, ai nomi che non ci sono e a quelli che ci sono, alla fine non bisogna neanche trarre conclusioni affrettate. Non sono giudizi di merito. Non ci sono i Beatles e neanche un pezzo di George Gershwin, in compenso ci sono Warren Zeavon e Cher. Al di là del possibile divertimento di Dylan all’idea di tutto quello che verrà detto e pensato sulla singolarità della lista, neanche il Dylan più feroce ed eccentrico potrebbe realmente sostenere che non ci sia una canzone dei Beatles che più di una di Cher possa spiegare la filosofia della canzone moderna.

A quanto pare Dylan segue una strada tutta sua, ha scelto le canzoni non per la loro importanza oggettiva, piuttosto per quello che risvegliavano in lui e soprattutto per la possibilità di sviluppare le sue riflessioni. E allora per chiudere citiamo un'altra frase dedicata alla canzone di Modugno: “A quanto pare, parla di qualcuno che vuole dipingersi di blu e poi volare via. Volare significa: “Voliamo via nel cielo infinito”. Ovviamente, il cielo senza fine. Il mondo intero può scomparire, ma io sono perso nei miei pensieri”, perso nei suoi pensieri come tutti quelli che avranno il sommo piacere di imbattersi in queste pagine di spaventosa bellezza.