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Pinguini Tattici Nucleari: "Riempiremo dieci stadi ma restiamo i ragazzi della porta accanto"

La band pubblica il nuovo disco 'Fake news' e si prepara al tour della prossima estate: già venduti 300 mila biglietti
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«Riempiremo dieci stadi, c’è chi ancora non ci crede ma è così. Noi però non ci siamo montati la testa, rimarremo sempre la band della porta accanto». Riccardo Zanotti e i Pinguini Tattici Nucleari si preparano alle sfide dell’estate 2023 (già venduti 300 mila dei 430 mila biglietti disponibili) e intanto parlano delle 14 canzoni di Fake news, in uscita domani, un album dedicato a quelle che prima dei social si chiamavano bufale. 

Perché un titolo sulle "bufale"?
«A Cattolica, la scorsa estate: ci siamo detti che le fake news sono un problema gigantesco della società di oggi. Poi, un mese più tardi, è venuta fuori la fake news sul nostro scioglimento e sul fatto che io volessi avviare una carriera solista, così è diventato il tema e il titolo del disco. Le fake news hanno anche qualcosa di poetico e di affascinante». 

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«Riempiremo dieci stadi, c’è chi ancora non ci crede ma è così. Noi però non ci siamo montati la testa, rimarremo sempre la band della porta accanto». Riccardo Zanotti e i Pinguini Tattici Nucleari si preparano alle sfide dell’estate 2023 (già venduti 300 mila dei 430 mila biglietti disponibili) e intanto parlano delle 14 canzoni di Fake news, in uscita domani, un album dedicato a quelle che prima dei social si chiamavano bufale. 

Perché un titolo sulle "bufale"?
«A Cattolica, la scorsa estate: ci siamo detti che le fake news sono un problema gigantesco della società di oggi. Poi, un mese più tardi, è venuta fuori la fake news sul nostro scioglimento e sul fatto che io volessi avviare una carriera solista, così è diventato il tema e il titolo del disco. Le fake news hanno anche qualcosa di poetico e di affascinante». 

Il brano “Zen” parla di pressioni, dice così: “Essere competitivo non serve se sai di essere competente”.
«Personalmente cerco di vivere senza pensare alle competizioni, cercando però di raggiungere certe competenze. Nel nostro ambiente è difficile non essere preda delle competizioni, si vive di classifiche, di critiche, di altarini, di bugie talvolta».

Siete, tra le nuove band di successo, sull’altro versante rispetto ai Måneskin. Da frontman come vive il confronto con un collega così presente ed esposto?
«Sorrido perché ci siamo incontrati a Milano qualche mese fa e Damiano fuori dal palco è una persona normalissima, non il sex symbol che tutti percepiscono. Giochiamo in campi diversi ma sono due modi che ci sono sempre stati: senza paragonarci, penso da una parte ai Queen, band d’evasione glam, cool, e anche kitsch talvolta, e dall’altra Bruce Springsteen e altri che parlano e agiscono come nel quotidiano».

Lei ha vissuto e studiato a Londra lavorando nella musica, avrebbe le competenze per un salto internazionale sulle orme dei Måneskin.
«Loro hanno anche sempre sperimentato con l’inglese, noi mai, almeno nelle canzoni ufficiali. Il mio inglese è abbastanza buono, ma la lingua va vissuta. D’altro lato i Måneskin, attingendo dal rock, hanno sapientemente utilizzato molto bene l’immagine e l’estetica, elementi facili da veicolare, che non parlano lingue e non fanno necessariamente parte di una cultura. Noi invece siamo fortemente caratterizzati come italiani, nei modi di fare decisamente bergamaschi. Per il momento stiamo bene qui».

Un pezzettino d’Europa ve lo siete presi con il premio di Mtv.
«È un po’ come il mondo esterno vede l’Italia, ci sentiamo onorati ad averlo vinto. Ci siamo affacciati, sarebbe un sogno poter fare un tour all’estero».

Uno dei temi del disco è il passaggio generazionale.
«Diventare maturi significa anche rischiare di marcire. Noi abbiamo una storia underground e ci piace pensarci ancora lì, temiamo che crescendo tutto questo possa finire. La paura di crescere è poi un sintomo di una più radicata paura del futuro, che non è solo nostra ma della nostra generazione».