Francesco Guccini, 'Radici' compie 50 anni. Un cofanetto per festeggiare le storie di Pàvana
di Giovanni Gagliardi , di Giovanni GagliardiUn'immagine ingiallita dal tempo. Sei persone in abiti di inizi Novecento. In contro-copertina un'altra famiglia, ma degli anni 70: un uomo, una donna e un gatto. L'album Radici di Francesco Guccini, esattamente 50 anni fa, si presentava così: la nuova famiglia (dell'epoca) del cantautore: il gatto e la prima moglie Roberta Baccillieri, quella per cui fu scritta Vedi cara del 1970, con la frase micidiale: "Tu sei molto, anche se non sei abbastanza" - si separeranno nel 1977 - e quella foto virata in seppia rimasta nell'immaginario della musica italiana, grazie anche (e soprattuto) ad un album capolavoro.
Il cofanetto celebrativo
Il disco viene riproposto con un cofanetto in edizione limitata e numerata, contenente un lp 180 gr trasparente, un cd e il poster con la memorabile immagine di copertina. Le sette tracce, rimasterizzate dai nastri originali, ricostruiscono un percorso che parte e ritorna a quella "casa sul confine della sera" della title-track raccontata anche in tante altre canzoni.
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La foto con zio 'Amerigo'
Un luogo non solo dell'anima, ma reale, Pàvana, il paese natio del padre, sull'Appennino tosco-emiliano, dove Guccini fino all'età di cinque anni, si è rifugiato con la madre nella casa dei nonni paterni, perché il papà era stato richiamato alle armi e dove è tornato a vivere da molti anni. "Non un ritiro né una fuga, ma una scelta consapevole un ritorno", appunto, alle radici di quella foto, nella quale c'erano i bisnonni del Maestrone, come tutti lo chiamano, con dietro i quattro figli, tra i quali il nonno e il suo prozio (il secondo in piedi da sinistra nella foto), quello che "uscì chiudendo dietro a sé la porta verde" - che ora non esiste più - prima di imbarcarsi per emigrare e di cui ha cantato sei anni più tardi la storia in Amerigo.
Le radici fra Pàvana e Modena
Nel disco si fondono radici anagrafiche, emotive e ideologiche: Pàvana e la casa dei nonni, la "piccola città, bastardo posto" - che poi è Modena - la "nemica strana" dell'adolescenza e La locomotiva, con l'anarchico ferroviere Pietro Rigosi che, il 20 luglio del 1894, a 28 anni, prese il controllo di una motrice sganciata da un treno merci e la lanciò "a bomba contro l'ingiustizia" verso la stazione di Bologna. Una delle canzoni più celebri di Guccini, che il musicologo Roberto Leydi ha definto "la più bella canzone popolare del Dopoguerra", immancabilmente eseguita alla fine di ogni suo concerto e salutata dal pubblico con un gesto che oggi è (quasi) in disuso: il pugno alzato a salutare quella storia che Guccini per primo definiva "un po' ingenua e retorica", aggiungendo però che "forse questo è a volte un pregio".
Tra prog e folk
Registrato a Milano nella primavera del 1972, Radici è il quarto album di Francesco Guccini, che è anche autore di tutti i testi e delle musiche. Il disco si caratterizza per la cura rivolta alla parte musicale, lontanamente influenzata dalle tendenze progressive tipiche del periodo, senza però abbandonare la componente folk. Un cambio di passo rispetto al passato, al punto che nelle note di copertina c'era anche una difesa dell'uso degli arrangiamenti, rivolta evidentemente a chi preferiva il Guccini 'povero', una critica che ricorda molto - anche se oggi fa un po' sorridere - a Bob Dylan nel 1965, quando abbandonò la musica folk imboccando la strada della svolta elettrica.
In Radici, gli echi del prog risuonano nelle tastiere di Maurizio Vandelli (Equipe 84) e Vince Tempera, la batteria di Ellade Bandini e il basso di Ares Tavolazzi (Area). Questi ultimi tre, in particolare, suonavano insieme nei Pleasure Machine assieme a Gigi Rizzi, chitarrista che ha collaborato con Guccini, Antonello Venditti e Claudio Lolli.
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E ancora Il vecchio e il bambino, che chiude il disco, con le sue suggestioni distopite e post-atomiche ha un'intro palesemente prog e i due protagonisti che "si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera", propone il confronto di due generazioni, l'una a fianco dell'altra.
Il banjo e la chitarra fingerpicking
Ma, facendo un passo indietro, molto presente nel disco è l'anima folk di Guccini, riconoscibile nelle parti affidate alla sua "insegnante" di chitarra fingerpicking, Deborah Kooperman, che si occupa anche delle parti di flauto e banjo. La musicista americana trapiantata in Italia, aveva già collaborato con Lucio Dalla e aveva conosciuto i big del folk americano come Woody Guthrie, Pete Seeger e Bob Dylan.
Fra la via Emilia e il West
Ed è suo l'intro folk tra chitarra, armonica e banjo della "piccola città, bastardo posto", che contiene il verso "correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West" che Guccini ha usato per intitolare il suo live del 1984, Fra la via Emilia e il West e che più identificano la poetica del cantautore.
E poi c'è la 'Bambina portoghese'
"C'è un'altra canzone, quella della Bambina portoghese, che è fatta proprio di due tronchi: l'inizio e la fine contrastano con quelli centrali...", spiegava il cantautore di quel brano che, nell'economia del disco fa quasi storia a sè: voce leggermente distorta, rumori marini e il banjo di Deborah Kooperman, per questa triste ballata sulla vita. Guccini si fa più 'politico' e critica quella gente che sostiene "di saper già ogni legge delle cose".
Insomma, la Bambina portoghese della canzone è una adolescente "che, trovandosi in un punto geografico particolare, cioè alla fine del continente europeo, l'inizio dell'Atlantico - diceva ancora Guccini - intuisce un qualche cosa...", ma che, come in un paradosso Zen è un "qualcosa di grande che non riusciva a capire, che non poteva intuire".