Spettacoli

Paolo Conte per la prima volta al Teatro alla Scala di Milanofoto di SteBrovetto
Paolo Conte per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano
foto di SteBrovetto 

Paolo Conte alla Scala. La risposta alle polemiche in un brano inatteso. Che dice: "Lampi nel Teatro Comunale"

Dopo le discussioni è arrivata la risposta del grande cantautore. Fatta di silenzio, di straordinaria musica e di un omaggio al loggione. E alla fine non ha cantato, come si diceva, né 'Azzurro' né l'inno nazionale. Ha annunciato, invece, un'altra data

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E lampi furono. Che vengono Dal loggione: lampi nel Teatro Comunale e lampi sulle signore ingioiellate. Ma andiamo con ordine.
Inizia cosi: suono lontano di mondi lontanissimi: bandoneón, percussioni. Una figura elegante entra in scena a passo lento, una mano sulla fronte come per schermarsi dalla luce e poi si, dirige verso quello che è proprio un pianoforte  da concerto, un pianoforte a coda lunga, nero e inizia a suonare. Il pubblico è ammaliato, l’orchestra sembra ondeggiare: "Un aeroplano/ nell'aria bionda e calda vola piano/ lascia un bel mondo dal colore baio/ dove c'è il fiume di gennaio", sussurra la voce. Aguaplano è una visione, quella stessa che ci troviamo davanti adesso noi che è come se chiedessimo al pilota "scendi a bassa quota/ che guardi meglio/ e possa raccontare/ cos'è che luccica sul grande mare": siamo noi dunque il protagonista della canzone in questo gioco di specchi e quello che vediamo è proprio il pianoforte di cui l'artista sta cantando. Una raffinatezza di Paolo Conte che sceglie la canzone perfetta per aprire il suo concerto alla Scala. Invece di aggiungere effetti speciali per aggredire il pubblico in un'occasione così importante, sceglie di togliere: scava nelle note e nei gesti. Tutto è appena accennato e in tal modo il gesto arriva alla perfezione e non ha bisogno d'altro.

Tutto è vuoto questa sera. Prima di tutto le polemiche. Contano solo i ladri di stelle. E naturalmente di jazz. O dell'argenteria che sparisce per pagarsi uno strumento come lo stesso Conte raccontava per spiegare la sua canzone. La magia di quelle notti di stelle e di musica. Quel "sogno fortissimo" che è qui, proprio qui, questa sera speciale in cui tutto è ancora più sobrio e disteso del solito con gli archi che vibrano nel finale di Sotto le stelle del jazz. Importa solo ciò che è abbacinante. Perché Conte non ha bisogno di nulla per far capire l'insensatezza della divisione tra arti, generi, mestieri. Conta solo ciò che è magia. I confini non esistono. Applausi. Lui, come sempre, non dice niente tra le luci azzurre. Solo, alla fine di ogni brano presenta un componente dell'orchestra: una cosa molto bella.

 

Poi il contrabbasso e tre chitarre all’unisono per Come di. Le luci sono diventate arancioni: "ma cos'è la luce piena di vertigine/ sguardo di donna che ti fulmina". Le canzoni di Conte non hanno senso. Ti conquistano a volte con l'intelletto, altre con il sesso. Travalicano la razionalità, comunicano attraverso le immagini. Sono fugaci come sensazioni, sono musica nella musica. Tra "Comédie" e Come di e l'orchestra che precipita in un ventilatore con l'amato kazoo che fa la sua prima comparsa nel finale.

 

Adesso un raggio di luce illumina il piano per un inizio minimale con un contrabbasso che pulsa: siamo Alle prese con una verde milonga, fantastica sinestesia che "guidata a un ritmo più lento/ rivelava di sé molto di più". In realtà proprio qui anche Conte rivela di sé molto di più, ovvero il senso stesso di ciò che fa, del perché è qui davanti a noi questa sera: "io sono qui, sono venuto a suonare/ sono venuto ad amare/ e di nascosto danzare". Il ritmo aumentare pian piano e nel finale  imita il suono del vento che fischia. Annuisce al lungo applauso che gli viene tributato. Poi, sorpresa, si alza e si mette al microfono per Ratafià mentre un altro musicista prende il suo posto.

foto di SteBrovetto
foto di SteBrovetto 

 

Qui vediamo che Conte è tutto vestito di nero ma non indossa frac o farfallino ma una semplice t-shirt: chissà forse qualcun altro domani griderà all'oltraggio nell'oltraggio dopo la barbarie dell'aver portato l'amor profano nel luogo di quello sacro. In realtà quello di stasera è sì il pubblico delle, come si suol dire, grandi occasioni, ma strano. Nel senso che è contaminato con temibili artisti pop e addirittura rock. C'è Vinicio Capossela che, luciferino, commenta che "in fondo le Opere liriche non sono che canzoni eseguite con una maggiore estensione vocale", Madame che si augura maggiore inclusività, Motta e la moglie Carolina Crescentini che dicono che non solo è un evento unico ma fa pure parte dei "Concerti straordinari" della Scala e non si capacitano della polemica, mentre Giuliano Sangiorgi invita tutti alla tranquillità perché "Non ci sarà un altro come Paolo Conte". E il sovrintendente della Scala, Dominique Meyer ha concluso: "Io sono per la gente che costruisce ponti, non muri" mentre il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi ha messo la pietra tombale: "È un errore rendere questo tempio inaccessibile. La musica è universale come Dio, è aperta a tutti".

 

Del resto stasera fuori dalla Scala non c'era nessuno per vedere i presunti 'vip' e neanche per protestare. E del resto che protesta sarebbe stata? Una sorta di controrivoluzione dove al posto della casalinga di Voghera c'è il militante nostalgico che dice: "Eh, signora mia, non ci sono più le proteste di una volta". E il borghese che protesta contro il freak che occupa il Tempio. Ancora una volta il mondo all'incontrario. E del resto l’unico ad alzare la voce è uno dei pochi vestiti in frac che all'entrata dice "Io non do dei soldi a questi delinquenti. È anche una questione morale!". Ma non si capisce bene con chi ce l’abbia anche perché poi entra.

'Paolo Conte, Via con me' alla Mostra di Venezia: la clip


Paolo Conte tra gli applausi scroscianti a questo punto si mette degli occhiali da sole, immaginiamo per guardare bene il pubblico che non smette più. Poi finalmente silenzio. Iniziamo con le sorprese: "non fa male/ una buona commedia/ un profumo di insidia/ fa venire appetito di quintali di poesia". È Recitando e sembra fatta apposta (ma non è così) quando dice nel finale: "E così si dimentica/ e ricorda/ recitando e inventando/ e profanando/ con la tua esibizione/ con la mia imitazione/ arredando il silenzio/ di ogni sorta di mercanzia". Uomo camion, un pezzo del 78, uscito prima come singolo e poi su Un gelato al limon ma in una versione diversa, è un’altra strana scelta ma forse anche in questo caso rivelatoria a raccontare un presente con quella frase che parla di "una razza triste/ cui s'appartiene e lo si sa: siamo nudi e soli". Qualcuno grida "sei il numero uno". E poi La frase un pezzo da Appunti di viaggio, un altro album di svolta in cui la musica diventa sempre più avvolgente. Dovrebbe essere l’ultimo pezzo prima dell’intervallo e invece...

 

A sorpresa il cambio immediato di spartito rivela un pezzo non in programma. Conte da solo al piano, una lama di luce che lo illumina. Inizia così: "Lampi... fuori nel buio temporale/ lampi, qui nel Teatro Comunale/ lampi, sulle signore ingioiellate/ lampi su legni e trombe lucidate/ sulle signore ingioiellate". È un momento magico. Un brivido leggero che è come un'epifania: è questa la risposta, l'unica che avremo che questa sera. La risposta di uno che canta: "Io, che non so un tubo di concerti". E poi: "Viva la musica che ti va/ Fin dentro all'anima che ti va". E poi ancora alla fine: "Parapunzipunzipunzipum/ Parapunzipunzipunzipum".
Quale riposta poteva essere più potente e più leggiadra al tempo stesso? Sipario. Intervallo. Il momento in cui faune diverse si incrociano. Ma tutto è tranquillo, solo una telecamera si accende a chiedere, inevitabilmente opinioni ai vip. Dal loggione comunque tutto bene. "Bisognerebbe scrivere una storia dei loggioni", auspicava Conte.

L'artista rientra schermandosi gli occhi da animale notturno o forse è un modo di salutare, chissà: "Paolo grazie di essere qui", grida uno. Lui attacca: Dancing. Adesso la Luce è diventata rossa. Riflessa sui drappi e la cortina dietro sembra portarci a Twin Peaks. Grande assolo di sax finale e poi Gioco d'azzardo, un altro pezzo da Appunti di viaggio. E poi arriva un classico: con Gli impermeabili il ritmo si alza e il pubblico letteralmente esplode. Conte fa segno con la mano come dicendo "Troppa grazia!".

 

Poi si alza in piedi ancora e canta della "canzone perduta ritrovata”: è Madeleine da Paris milonga, l'album del successo che è anche quello di Via con me con il pubblico che inizia battendo le mani ma smette quasi subito, come intimorito ma siamo entrati nel cuore della serata, nel momento più caldo, sicuramente il più amato dal pubblico che nel finale gli tributa un'ovazione.E arriva una delle canzoni più belle da Aguaplano: Max con l’introduzione tra vìolini e vibrafono, uno strumento molto amato da Conte che agli inizi lo suonava. "Sei un diavolo", gli grida un appassionato che probabilmente ha già capito che cosa sta per arrivare. Ed ecco il ritmo indiavolato di Diavolo rosso, canzone surreale e ammaliante che si espande dando modo a ogni strumentista di fare la sua parte ed ecco che un grande assolo di clarinetto viene salutato dagli applausi mentre Conte guarda i musicisti e li dirige con le mani. L’assolo più lungo è quello del violinista che Conte guarda con aria sorniona con una mano sotto il mento. A tratti giureremmo di averlo visto diventare più giovane. Applausi ma non è finita, la band si ricompatta, luce bianca a tratti, Conte muove le mani come se volasse e riattaccano gli archi.

Paolo Conte per la prima volta al Teatro alla Scala di Milanofoto di SteBrovetto
Paolo Conte per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano
foto di SteBrovetto 

 

Quando sentiamo parlare francese si capisce che è il momento di Le chic e le charme, un altro dei brani molto amati. Il sipario si chiude ma poi si apre di nuovo con tre coriste in posizione frontale sulla sinistra del palco lui se ne va e poi torna: è una celebrazione della musica e di chi la suona: "Niente di più seducente c'è/ di un'orchestra eccitata e ninfomane/ chiusa nel golfo mistico/ che ribolle di tempesta e libertà". E ancora: "il maestro è nell'anima e dentro all’anima per sempre resterà".

Il concerto è finito ma il pubblico non vuole andare via. Una domanda inespressa è sulle bocche di tutti: "ma è possibile che non faccia Azzurro?". Inaspettatamente il sipario si riapre. Paolo Conte torna sul palco. Riprende la prima parte di Via con me, il pubblico si alza in piedi. Quando finisce Conte si appoggia sul piano mettendo una mano sotto il mento e sorridendo soddisfatto. Poi si alza e si avvicina al pubblico arrivando fino all'estremità frontale del palco, lo saluta. Ringrazia. Se ne va.

No, questa volta il pomeriggio non è azzurro e neanche la sera. Azzurro non la fa. Anche per questo Conte è grande. Come il De Gregori che 'dylaniava' rendendola irriconoscibile Buonanotte fiorellino, non gli piace vincere facile, compiacere il pubblico. Da artista ricerca la coerenza, la verità del gesto, del sentire. Dopo l'ultimo, torrenziale Sanremo (peraltro sociologicamente  importante per molti altri motivi) non se può più delle manfrine estenuanti, degli sponsor, di quelli che parlano troppo, dei fantaqualcosa. Per chi cerca un momento di verità non cantare Azzurro è un gesto più forte e più libero di Blanco-Sid Vicious che prende a calci i fiori (chissà perché nessuno ha accostati: certo, Sid invece di chiedere scusa nel video storico in cui interpretava la My way di Frank Sinatra, al pubblico non solo non chiedeva scusa ma anzi, gli sparava). Per Conte il gran rifiuto non è una questione di disprezzo del pubblico ma, al contrario, di rispetto. "Non sono un juke-box", cantava Bennato. E questo non è un concerto per gente che vuole soltanto rilassarsi, ridere, ballare. È un concerto che, come un buon libro e tutte le più belle cose, richiede impegno, ardore, passione. Non è, al contrario di quello che possono pensare certi melomani 'musica leggera' pur essendolo. Non è un concerto di superfici ma di profondità.

foto di SteBrovetto
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In realtà Paolo Conte ci deve aver preso gusto visto che, anche se solo un paio di mesi fa aveva raccontato che ormai non aveva più molta voglia di suonare, preferiva dipingere. Ha annunciato a sorpresa, una nuova data a Milano al Teatro degli Arcimboldi per il 20 maggio. E così sono cinque con l'Auditorium di Roma il 6 giugno, l'Arena di Perugia il 15 luglio per Umbria Jazz e il 21 luglio al Musart Festival di Firenze. Mica male per un diavolo rosso di 86 anni: che gran voglia di fermarsi con lui a bere almeno un'altra volta un'aranciata mentre il mondo intorno sembra andar sempre più in malora e dimenticare tutto almeno per il tempo di un concerto. Parapunzipunzipunzipum.

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