"Lucio Battisti? Mai stato di destra": le rivelazioni dell'amico Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik
di Luca Valtorta , di Luca Valtorta"Io non ho amici. Nel senso che ho moltissimi conoscenti, persone piacevoli che frequento, ma l'amicizia è un'altra cosa. Se pensi a quella cosa pura che si stabilisce tra due persone che hanno un sogno in comune, ecco allora io ti posso dire che il mio unico amico è stato Lucio Battisti".
Pietro Montalbetti, detto Pietruccio, 81 anni, nato e cresciuto a Milano, musicista, scrittore e scalatore (da ragazzo voleva fare l'esploratore e in una delle sue molte vite l'ha fatto davvero) ha una voce profonda e una memoria sorprendente: si ricorda il più piccolo particolare della sua infanzia e poi dell'adolescenza, cose tipo di che colore era la tovaglia sul tavolo di quella volta che invitò Lucio Battisti, solo e sperduto in una nebbiosa e fredda Milano, alla cena di Natale con la sua famiglia.
"Io non ho amici. Nel senso che ho moltissimi conoscenti, persone piacevoli che frequento, ma l'amicizia è un'altra cosa. Se pensi a quella cosa pura che si stabilisce tra due persone che hanno un sogno in comune, ecco allora io ti posso dire che il mio unico amico è stato Lucio Battisti".
Pietro Montalbetti, detto Pietruccio, 81 anni, nato e cresciuto a Milano, musicista, scrittore e scalatore (da ragazzo voleva fare l'esploratore e in una delle sue molte vite l'ha fatto davvero) ha una voce profonda e una memoria sorprendente: si ricorda il più piccolo particolare della sua infanzia e poi dell'adolescenza, cose tipo di che colore era la tovaglia sul tavolo di quella volta che invitò Lucio Battisti, solo e sperduto in una nebbiosa e fredda Milano, alla cena di Natale con la sua famiglia.
A quei tempi era un’avventura…
"Io avevo la 500 pagata a rate e mia mamma ci ha preparato dei panini per il viaggio. Lucio con cui quell’anno, mi sembra fosse il 1965 mi sembra, avevamo passato il Natale assieme perché lui era da solo a Milano, era ormai diventato uno di famiglia: pensa che anche lui chiamava mia mamma 'mamma'. Insomma ci viene questa idea ma ci rendiamo subito conto che c’è un problema".
Quale?
"I soldi. Vediamo di metterli insieme i soldi: lui aveva preso lo stipendio di 50.000 lire, 15.000 lire gli servivano per l'affitto e poi per mangiare gliene restavano 35.000. Io avevo una cifra più o meno simile perché avevo fatto il muratore e vari mestieri e così siamo partiti e in questo viaggio ci siamo raccontati quali erano i nostri sogni da bambini, le nostre aspettative, cosa avremmo desiderato per il futuro. Nessuno di noi avrebbe mai immaginato di diventare, nel mio caso, il leader di un gruppo, i Dik Dik, che ha venduto milioni di dischi e lui, beh… Lucio Battisti! Uno che è parte della storia italiana. Tutti sanno da un certo punto chi è Battisti ma nessuno conosce il Battisti non famoso quando viaggiavamo con i panini e l’acqua con l’Idrolitina per farla diventare minerale".
Cosa vi univa?
"Venivamo entrambi dalla periferia, dalla campagna in un certo senso perché io pur abitando a Milano stavo in Via Stendhal, un quartiere che confinava con la campagna: eravamo dei cittadini di campagna! Io sono nato nel '41 e come miei compagni avevo Moni Ovadia, Cochi Ponzoni che era il mio compagno di banco della terza elementare, Ricky Gianco, anche lui di zona e poi Aldo Reggiani diventato poi attore di sceneggiati come la Freccia Nera e Lallo Sbriziolo che era con me nei Dik Dik. Eravamo tutti ragazzi del dopoguerra. Mi ricordo quando gli americani ci regalavano il cioccolato e degli strani palloncini che noi gonfiamo con scritto sulla confezione 'Gold One' (ride)".
Come ha iniziato?
"A suonare la chitarra mi ha insegnato un vicino di casa che era stato in campo di concentramento ad Auschwitz a cui davo una mano a fare dei lavoretti e lui per ringraziarmi mi ha dato le prime lezioni. Poi ho messo in piedi il primo gruppo, The Dreamers, I Sognatori".
"Mio fratello, Cesare Monti Montalbetti, che poi sarebbe diventato il fotografo di molte delle copertine di Battisti, per mantenersi agli studi lavorava all’arcivescovado. Il parroco della mia chiesa, don Angelo, aveva fatto il seminario insieme a monsignor Montini che sarebbe poi diventato papa. Io avevo scoperto che la Ricordi procurava gli organi da Chiesa a tutta la curia e così grazie a mio fratello e a Don Angelo mi sono fatto fare una raccomandazione 'perché questi ragazzi sono dei bravi parrocchiani'. E così abbiamo fatto il primo provino che andò bene e poi facemmo il secondo e sento un pianoforte che suona. Mi avvicino e, sai quella cosa che si chiama empatia? Vedo questo tipo con una bella faccia e la testa piena di ricci: era lì che suonava da solo e mi fa: 'Chi sei? Sei un tecnico?'. E io: 'No, no. Ho un complesso, devo fare un provino e sto aspettando gli altri. E tu?'. 'Io? Io sono di Poggio Bustone e sono anch'io qua per un provino. Suono in un'orchestra che si chiama I Campioni, mi chiamo Lucio Battisti'".
E poi diventaste amici?
"Lui si fermò al mio provino dandomi dei consigli del tipo: 'Quel do lì mettilo più vicino che sta meglio'. Si creò insomma tra di noi una empatia reciproca. Poi mi fa: 'A Petrù non è che m'aspetti che ho finito il provino e così mi dai un passaggio in centro?'. E poi: 'A Petrù, ti posso fare sentire delle canzoni?'. 'Va bene!'".
"Macché, erano di quelle ciofeche... Lucio mi fa: 'Ti piacciono?' E io, mentre dentro di me dico 'poveraccio', rispondo: 'Eh beh, dai. Diciamo che ce n'è una che non è mica male'. Era vero, infatti poi l'avremmo incisa. Poi lo accompagno in centro 'ciao', 'ciao': era il novembre del 1965. Il 24 dicembre poi in una città che sapeva di Natale, non come adesso, mentre stavo per salire sulla mia 500 mi sento tirare la giacca, mi giro: era questo bel ragazzo perché aveva una bella faccia con tutti questi ricci e una giacca di pelle un po' sdrucita: 'Ahó Pietruccio, te ricordi de me? So' Luscio...'. 'Ohé Lucio, dai andiamo a bere qualcosa. Allora come va?'. 'Abbiamo fatto questo tour ma insomma, il pubblico era un po' freddo. Perché non vieni a vedermi stasera che suoniamo al Caprice?'. Era una specie di night club. Dico 'va beh. Ma domani cosa fai?'. 'Eh niente, non faccio in tempo a tornare a casa'. Io ho visto che gli dispiaceva perché era molto affezionato a sua mamma, molto meno a sua papà, anzi non parlava quasi mai di lui'. Poi torno a casa da mia mamma che mi dice: 'Adesso tu vai al night e lo inviti a casa per Natale a mangiare con noi'. Io non sapevo neanche che cos'era un night, non c'ero mai stato. Mi ricordo ancora che erano vestiti tutti con una giacca rossa e i calzoni neri: quando mi ha visto era tutto contento. Aveva una chitarra Fender rossa. Quando finisce mi chiede ancora se gli era piaciuto e io mentivo, a me quella musica lì da orchestra non piaceva per niente, non puoi neanche dire la verità, non lo puoi mica umiliare. Lo invito e lui: 'No, no, no, no!'. Non voleva disturbare. Ma io insisto: 'Dai Lucio, Natale non è un giorno come gli altri, mia mamma ci tiene davvero'. E così l'ho convinto. L'ho accompagnato alla sua pensione che aveva quelle luci blu che rendono tutto triste: era una pensione di quart'ordine, sulla porta c'era un cartello con scritto 'vietato far entrare cani e donne'. Va beh...".
È stato contento?
"A mezzogiorno in punto è arrivato con un fiasco di vino, mia mamma l'ha accolto. C'erano l'albero di Natale e il Presepe. Sotto, tra i regali, c'era un pacchetto con un paio di guanti con scritto 'Per Lucio'. C'era il panettone, il vino bianco frizzante e mio papà aveva addirittura affittato per l'occasione un televisore. Lui era un ingegnere ma poi le cose erano andate male e ha perso la fabbrica: era rimasto vittima di un attentato tra la prima e la Seconda guerra mondiale al cinema Diana fatto dagli anarchici e aveva perso una gamba. Era un vero gentleman. Noi vivevamo in due stanze con servizi ma pensa che io non ho mai visto né lui né mia madre in déshabillé. All'inizio Lucio era un po' intimidito ma poi comincia a prendere confidenza finché mia madre non si fa dare il numero: noi avevamo uno di quei telefoni attaccati al muro e chiama la signora Dea: ‘Lucio è qua da noi, sta bene’ e poi glielo passa e io sento che diceva piano ‘No dai mamma, non piangere, sono qui con gente che mi vuole bene, hai sentito’. Da quel momento lì, lui è diventato parte della mia famiglia".
Che memoria!
"Sai cosa? Il segreto per invecchiare bene è quello di mantenere le sinapsi del cervello sempre attive, continuare a leggere, a studiare: pensa che io sto leggendo adesso Socrate e Platone: i greci avevano già detto tutto. Ho scritto diversi libri dei miei viaggi e non ho neanche bisogno di prendere appunti: mi ricordo tutto. Anche per il primo libro che ho scritto, I ragazzi della via Stendhal, mi ricordo ancora tutto come fosse ieri: sembra davvero I ragazzi della via Pál".
Lucio Battisti in seguito è stato il vostro produttore esecutivo agli inizi dei Dik Dik: ha anche scritto dei testi insieme a Mogol come quello di Vendo casa.
"Certo, noi lavoravamo bene insieme, lui era un ottimo musicista e ha anche scritto delle canzoni per noi. Lucio era una persona molto sensibile e nel viaggio fatto con lui di cui parlavo all’inizio sono venute fuori tante cose. Lui amava stare in mezzo alla natura, guardare gli animali, sdraiarsi sull’erba: sono le sensazioni che vengono raccontate anni dopo intitolato Emozioni. Ebbi la fortuna di ascoltarla in studio proprio mentre nasceva quella canzone con Mogol che cercava di rendere al meglio le cose che Battisti gli trasmetteva".
E poi ha continuato a vederlo?
"Sì, ogni volta che tornavo da uno dei miei viaggi mi invitava a casa sua e voleva che gli raccontassi tutto. Era molto curioso, anche dei particolari. Mi chiedeva cose come: 'A Pietrù, ma come era quel serpente? Di che colore era?'. Poi aveva i periodi. C’era stato quello del jogging e devo dire che l’ha attaccato anche a me: era diventata una specie di mania tanto che mi portavo ovunque anche nei miei viaggi le scarpe e l’abbigliamento per fare jogging. È una cosa che mi ha molto aiutato. Ci telefonavamo: 'Quanti km hai fatto oggi?'. Facevamo una sorta di gara…".
"Due volte: la prima quando non mi disse che aveva creato la Numero Uno insieme a Mogol. Non lo chiamai per sei mesi e dissi a mia madre che non lo volevo vedere. Poi ci riconciliammo e tornò tutto come prima, non ne parlammo più. La seconda volta invece, quando si era già ritirato, mi invitò a casa sua insieme a Lallo, voce e basso del gruppo: 'Dai vieni, mi presenti tua moglie'. Lucio aveva una casa un po’ tipo Aiazzone, sicuramente al di sotto delle sue possibilità economiche. Ma questo era il suo bello: era rimasto semplice e senza fronzoli, non gli piaceva mettersi in mostra in nessun modo. In quel periodo Lucio però si era messo a leggere Freud e a pranzo incominciò un po’ a pontificare. Mia moglie era ed è una psicoanalista che esercita da moltissimi anni e anche se con pazienza a un certo punto si trova inevitabilmente a contestare certe sue affermazioni: del resto non è una cosa semplice l’analisi. Mia moglie stessa ha dovuto sottoporsi per anni a delle sedute ed è anche un po’ pericoloso improvvisare, non basta aver letto qualche libro. Comunque fu solo un piccolo episodio. Dopo quello continuammo a frequentarci".
Altre rivelazioni?
"Ci sono due cose che voglio sfatare: la prima è che Lucio fosse di destra".
Non è vero?
"Assolutamente. Assolutamente. Non gliene fregava niente. Anzi semmai, una volta ci era capitato, tornando dalla Ricordi che era vicino a pazza San Babila, di venir apostrofati con frasi come 'brutti comunisti, tagliatevi i capelli'. E un’altra entrammo in un bar perché faceva molto freddo e dopo un po’ ci si avvicinarono dei tipi. Uno si siede al nostro tavolo, ci guarda con aria di sfida con gli altri schierati dietro e ci dice: 'Cosa ci fate in questo bar? Non lo sapete che il vostro posto è la fogna? Se avete coraggio venite fuori'. Avevano più o meno la nostra età ma era evidente che erano dei picchiatori. Per fortuna c’erano dei manovali che stavano giocando a carte lì vicino che avevano sentito gli insulti e a un certo punto uno di loro, enorme, si avvicina e tira un ceffone a quello seduto davanti a noi, talmente forte da farlo ribaltare e cadere per terra. A quel punto, spaventati, tutti se la diedero a gambe mentre l’omone ci disse: 'Fermatevi ancora un po’ qua altrimenti magari quei porci fascisti vi aspettano per vendicarsi'".
E i 'boschi di braccia tese' de Il mio canto libero?
"Tutte cazzate. Quella foto lì l’ha fatta mio fratello, Cesare Monti Montalbetti, che ha fatto molte foto delle copertine di Lucio e poi di molti altri artisti. Era un genio assoluto. In quelle braccia e gambe della foto ci sono anche le mie e quelle di Lucio. Sai come l’ha fatta?".
No. Come?
"Ci ha fatto sdraiare per terra con le braccia in alto e ha scattato così, altro che saluto romano! Sai poi lì quante volte sono passate delle manifestazioni di sinistra davanti alla Ricordi e noi ci aggregavamo?".
E la seconda cosa da sfatare?
"Ci sono in giro delle voci secondo per cui Battisti veniva accusato di essere avaro. Non è vero. Lucio, come me, era parsimonioso. C’è una bella differenza. A me, per esempio, non me ne frega niente di avere delle cose firmate però ho viaggiato in tutto il mondo anche se non certo in maniera comoda: per esempio ho affrontato in solitaria la scalata del Kilimangiaro e del monte più alto delle Ande, l’Aconcagua. E Lucio uguale: anche quando ha avuto tanti soldi aveva una bella macchina sì, una Mercedes comoda ma niente di straordinario tipo che so, una Ferrari".
"Un vero artista per me ha tante sfaccettature. Battisti i primi anni ha fatto dei magnifici quadri da artista figurativo. Poi ha sentito la necessità di cambiare ed è diventato un impressionista. Non gli interessava fare i soldi, ne aveva già abbastanza. I soldi servono per due cose: la libertà o il potere. Lui non aveva bisogno del potere ma aveva bisogno della libertà e così ha fatto quello che voleva fare. Io, per esempio non sono un artista, ho un temperamento artistico che è differente: faccio libri, faccio dischi, faccio viaggi, faccio quello che mi pare. Adesso sto lavorando a un disco country in stile Johnny Cash, raccontando storie di vita reale. E Lucio voleva esprimersi in maniera differente e in Panella ha trovato la persona giusta per fare questa cosa. Secondo me non sono ancora stati abbastanza capiti ma prima o poi succederà".
Io li trovo stupendi, sia dal punto testuale che da quello musicale.
"Allora vuol dire che siamo sulla buona strada. Le canzoni di Panella sono bellissime e molto interessanti".
Perché Battisti è cambiato nell’ultimo periodo?
"Lucio è sempre stato una persona timida e schiva. Una volta mi dicono che Vasco Rossi avrebbe fatto molto piacere conoscerlo. Glielo dico e lui mi risponde: 'Vasco chi?'. Ma non per spocchia. La portinaia del comprensorio in cui viveva mi diceva: 'Meno male che ogni tanto viene lei perché non vede mai nessuno, è sempre da solo'. Pensa che lui in Inghilterra aveva due grandi fan: Peter Gabriel e David Bowie. E Paul McCartney, che era venuto in Italia per chiedergli di firmare un contratto con lui? Lucio sai cosa gli ha risposto?".
Temo di immaginarlo.
"Che non gliene fregava niente. Era un personaggio unico".
Un’ultima curiosità: ma lei all’Isola di Wight ci è mai stato?
"Io non sono mai stato né all’Isola di Wight né in California. Sono stato in Perù, Ecuador, Bolivia, India, Pakistan, Tibet, Nepal, Africa ma non andrò mai né all’Isola di Wight né in California perché non sono posti che mi interessano. Io devo trovare luoghi selvaggi. Mi piacciono i posti dove non va nessuno. Non faccio il turista".