C’era un tempo in cui si chiamava 'musica leggera', ma in molti casi non era affatto vero. Oggi non si dice più, ma di musica ‘leggera’, senza peso né sostanza, è pieno il mondo. Vinicio Capossela musica fatta di leggerezza ne ha creata abbastanza nella sua lunga e luminosa carriera, ma oggi ha bisogno di altro. E di altro sono fatte le Tredici canzoni urgenti che compongono il suo nuovo album, che esce il prossimo 21 aprile e che nello stesso giorno verrà presentato in un unico concerto nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano. “Questi tredici brani, scritti fra febbraio e giugno 2022, sono stati composti tutti insieme, generati da un sentimento di urgenza nata dal pericolo e insieme dalla necessità di opporvi una reazione in affermazione della vita”, scrive nella presentazione dell’album, “sono diretta conseguenza del momento storico che stiamo vivendo, momento che faccio partire dall’osceno plauso in Senato alla bocciatura del progetto di legge contro i reati di odio e discriminazione razziale (ottobre 2021). Momento storico in cui diritti costantemente elusi, ma permanenti nella loro urgenza di soluzione, dallo ius soli al diritto di scegliere il fine vita, rimangono privi di un riconoscimento. Sono problemi stringenti, il cui violento epilogo si prepara in una cultura tossica nella quale maturano la violenza di genere, l’abbandono della scuola, la cultura usata come mezzo di separazione sociale, la cattiva educazione alla gestione delle emozioni, la delega all’intrattenimento digitale in cui versa l’infanzia. E poi la situazione emergenziale delle carceri, lo stato di minorità in cui versiamo, massimamente rappresentato dalla reclusione senza riabilitazione. E ancora, i nuovi modelli predatori di consumo sintetizzati nella formula all you can eat. L’affermazione dei populismi, del neo liberismo, del post fascismo, il cortocircuito del sistema dei valori etici. Un campionario di mali che abbiamo quotidianamente davanti ai nostri occhi ma che – schiacciati dall’incessante berciare della società dello spettacolo (che è sempre più la società dell’algoritmo) – affrontiamo ciascuno chiuso nel proprio guscio, indifferenti, spesso appiattendoci su facili posizioni da tifosi più che da cittadini”. Leggere queste parole prima di ascoltare le canzoni è necessario, perché nulla in questo album è dettato dal caso e tutto, invece, è creato con l’urgenza di parlare, anzi di cantare, qualcosa che sia, come scrive ancora Capossela, una denuncia della “follia di cui è caduta preda la terra”.
“Come una priorità individuale, non è detto che sia una faccenda collettiva. Le mie sono motivazioni private e personali, dovevo farle e fare spazio per occuparmene, sono dovute uscire, scritte, registrate prodotte e pubblicate nel giro del minor tempo possibile. Ci sono condizioni come quella in cui stiamo vivendo in cui tutti noi diventiamo urgenti, nel momento del pericolo ogni vita diventa urgente, non ha tempo di rimandare. E’ interessante il senso di urgenza nell’arte, per ognuno è diverso. Ariosto ha impiegato 25 anni per scrivere L’Orlando furioso, ma ogni giorno era urgente scrivere un ottava. Quello che si impone su ogni altra cosa, in un fatto artistico o sentimentale, è una forza maggiore, forse è la cosa che sta dietro all’urgenza che può riguardare anche l’arte”.
E’ un album che musicalmente tocca ambientazioni anche molto diverse tra loro. Questa varietà le serviva per poter incidere meglio sulla realtà?
“Queste canzoni non vogliono incidere dalla realtà, ma ne traggono origine. E’ un disco di attualità, come veniva chiamata nei vecchi giornali, nel quale le canzoni traggono origine dal mondo così com’è ora, in questo esatto periodo. La musica ritengo che abbia la bella qualità dei giochi, perché asseconda i nostri stati d’animo: io non mi sono mai legato a un solo suono, un solo stile, perché veramente siamo fatti di così tante cose e per fortuna la musica le può assecondare tutte può assecondare e dare un ampia gamma di emozioni. Se si vuole evocare il battere dei piedi in una pozzanghera si trova il modo, come in “Cha cha cha della pozzanghera”, o ci si ingegna a inventare il tono di una pedalata in bicicletta, come in “Staffette in bicicletta”, o provare a fare una ballata che trae spunto da un tema cinquecentesco, come “Gloria all’archibugio”, usando il passo della follia e il tema della battaglia. La musica è la nostra migliore compagna di giochi”.
“Degli alleati, come Cesare Malfatti, come la bravissima Mara Redeghieri. Non avrei mai immaginato di trovarmi a cantare con voci come quella di Raiz, Oliver Skardi e Bunna, mentre ritrovo vecchi amici come Marc Ribot, ma anche Don Antonio Gramentieri, Asso Stefana, Mauro Ottolini, Cesare Malfatti, o giovani comune Margherita Vicario. Ognuno mi ha aiutato a mettere insieme musicalmente tante cose, che vengono dal cammino che si è fatto fino a oggi. L’urgenza è interessante anche in questo, perché ti fa fare molta pulizia, ci si fa meno questioni legate al suono o all’estetica e si va dritti al sodo, cercando di parlare nella maniera più chiara possibile nei testi e con una forma leggibile e più penetrabile possibile”.
Di che umore è Capossela oggi? Arrabbiato, preoccupato, appassionato, curioso…?
“E’ divertente la domanda sull’umore. Sa, nella musica orientale si parla di umori a seconda dei suoni che si interpretano. L’umore ha sempre qualcosa a che fare con la medicina antica, e io ho frequentato spesso la musica con la bile nera, l’umore della melanconica, una sorta di ammorbamento dell’anima. Le cosiddette musiche dell’assenza, come il Rebetiko, il Fado, il Tango, danno i nomi a questo umore nero, hanno a che fare con Saturno. Però in questo caso l’umore non è quello e credo si capisca dal brano che apre l’album, Bene rifugio, dove dico ‘la speranza si riduce e tu sei il mio bene rifugio’, l’amore è rivoluzione. Io credo che l’amore sia una forza laddove non si riduca a contemplare se stesso, può causare cambiamenti rivoluzionari perché attiva tutto il nostro sentire, cambia la percezione delle cose, ci porta fuori dall’alto recinto di noi stessi. A volte è solo uno specchio ed è una tragedia, risuona solo della propria voce, ma è una forza che può operare rivoluzioni, è una forza di attivazioni del sentire che rende anche partecipi, attiva una nostra partecipazione al mondo. Dunque sono brani che comunque si muovono verso una partecipazione attiva delle cose”.
“Il problema non me lo sono posto. Ci sono due modi di fare le cose, o pensando al pubblico o pensando all’opera in se, e io ho sempre scelto la seconda ipotesi, nella convinzione che fosse il modo più sincero in cui posso operare. Certamente è vero che è cambiato tutto nella musica, la fruizione, la circolazione, il supporto, la musica non è mai stata così accessibile ed economica, quasi gratuita, la libertà è totale per l’ascoltatore. Ma forse proprio perché è cosi smisurata questo non sempre coincide con una grande attenzione. Non c’è mai stato tanto accesso all’informazione e così tanta disinformazione, mai stata tanta musica eppure l’algoritmo premia quello che è già conosciuto. E’ tutto poco faticoso, una faccenda di comodità, ma credo che per ascoltare davvero uno sforzo bisogna mettercelo e operare delle scelte, scoprire cose che non sai. La cosa terrificante del digitale è che se vuoi sapere esattamente in quanti ti ascoltano e chi lo fa, lo puoi sapere davvero. Io è una conoscenza che non vorrei avere mai”.
Che rapporto ha con la tecnologia, allora?
“Sicuramente ci sono trasformazioni in corso che sono interessanti, ma non è detto che siano in meglio. Ad esempio questa cosa che incombe, il metaverso, mi incuriosisce ma non riesco a non vederci anche un ulteriore rapido passo aventi verso un mondo in cui scegli di evitare di vedere quello che non ti interessa, più asettico. Un mondo con meno librerie, edicole, cinema, non piace tanto, a me piace sporcarmi con l’umano e mischiarmi, impiastrarmi nella pozzanghera. Certo, è troppo facile parlare con preoccupazione dei tempi futuri, ma noto ci sono cose che non mi piacciono alle quali ci siamo abituati troppo in fretta”.
“Una cosa che è veramente evidente è la sofferenza della terra, questa si sente molto, lo vedi intorno a te ma in tanti non ci pensano nemmeno. Eppure è evidente anche solo nella cosa che è sempre stata la divinità che ha retto il nostro stare sulla terra, il sole. Nel caldo oggi c’è qualcosa di malato, senti che sono radiazioni che non ti fanno bene me, che manca di qualche filtro. La sensazione di apocalisse servita un tanto al giorno diventa abitudine”.
Come proporrà le nuove canzoni dal vivo? L’aspetto visivo e teatrale dei suoi concerti è sempre stato importante.
“Innanzitutto, a parte la presentazione a Milano, i concerti veri e propri avverano in ottobre novembre. Poi vale un po’, come per il disco, il tema dell’urgenza, quindi non credo che siano canzoni che necessitino di un corredo scenografico. Certo sarà difficile portare in scena tanti strumenti bene orchestrati, ci sarà bisogno un corposo numero di musicisti. Punteremo all’essenzialità, un po’ come è avvenuto per l’art work della copertina, il cui autore ha detto che ha avuto l’idea nel sonno e ci ha visto tutto. L’importante è che non spieghi nulla: quando l’autore si mette troppo in mezzo con l’immaginario e le maschere, lascia meno spazio all’ascoltatore, e io non vorrei disturbare…”.