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Wayne: "Ora basta con abusi e ostentazione. Ma con la Dark Polo Gang abbiamo cambiato i ragazzi"

Il trapper ritorna con un nuovo singolo. E ripercorre la storia della band che lo ha portato al successo
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Un tempo ci si arrovellava per comprendere la trap, che entusiasmava la generazione Z e preoccupava i boomer (giovanilisti esclusi). Sette anni dopo, non è che la trap sia stata capita, ma ha venduto, si è imposta, è stata assorbita in prima serata e nelle serie tv. Ormai si chiama trap anche ciò che non lo è. Quasi fosse un'idea, un approccio, un intercalare "Racconta i momenti difficili e, in modo semplice, traduce una generazione" ci spiega Wayne, che con la romana Dark Polo Gang importò quell'onda in Italia. La DPG, denominazione di origine incontrollata, esplose da indipendente, piaccia o meno dando una rappresentanza ai "piskelli" e trasformando il mercato discografico. Siccome fra le varie cose, la trap è opportunità, il genere da cui di parte per fare altro, lui, come molti, se la lascia alle spalle nel nuovo singolo Dirty Love, in uscita il 21 aprile per Warner. Guarda agli anni 80, "quel…

Un tempo ci si arrovellava per comprendere la trap, che entusiasmava la generazione Z e preoccupava i boomer (giovanilisti esclusi). Sette anni dopo, non è che la trap sia stata capita, ma ha venduto, si è imposta, è stata assorbita in prima serata e nelle serie tv. Ormai si chiama trap anche ciò che non lo è. Quasi fosse un'idea, un approccio, un intercalare "Racconta i momenti difficili e, in modo semplice, traduce una generazione" ci spiega Wayne, che con la romana Dark Polo Gang importò quell'onda in Italia. La DPG, denominazione di origine incontrollata, esplose da indipendente, piaccia o meno dando una rappresentanza ai "piskelli" e trasformando il mercato discografico. Siccome fra le varie cose, la trap è opportunità, il genere da cui di parte per fare altro, lui, come molti, se la lascia alle spalle nel nuovo singolo Dirty Love, in uscita il 21 aprile per Warner. Guarda agli anni 80, "quelli della gloria megapop" ci dice dalla casa di Milano, fra un gatto e una tela cinese. Umberto Violo (vero nome) è del 1991, si cala in un immaginario fra Flashdance e Ghostbusters, Rick Astley e Soft Cell. Un tuffo negli Eighties "The Weeknd è stato un'ispirazione", ma prodotto dal giovane Luigi Bordi, che arriva dalla musica elettronica. Le parole-chiave del progetto sono: "Nostalgia felice, modern love, energia da città, attitudine glam, vestire cool ma meno vistoso". Wayne si è laureato in Marketing e Comunicazione e, sentendolo parlare, sembra impossibile anche solo immaginare trentenni (e da lì in giù) che non usino termini stranieri o ibridati. Canta facile: "Ma tu mi chiami solo quando si fa night" e "Ho messo il cuore nel caveau/ Non provo niente come un robot".

Wayne, questo è il primo vero inizio da solista?

"Sì, il precedente Succo di Zenzero Vol.2 fotografava un passaggio. Il cambiamento repentino non sarebbe stato autentico. Vivevo in un gruppo che era una grande famiglia, le storie dovevano raccontare tutti noi, l'immagine era collettiva, ora invece mi espongo con esperienze personali e non ho restrizioni".

Fine dell'ostentazione?

"Gli abusi stancano, e, a un certo punto, cambi o smetti. Non significa rinnegare ciò che ho fatto, che è stato bellissimo, né criticare chi ancora lo fa. Sono solo cresciuto, scegliendo la sottrazione. Non ho bisogno di oggetti che prima quasi determinavano il mio personaggio. Credo sia normale. Kanye West si vestiva zarro, oggi usa tinte unite e tenui. Voglio che a parlare sia io, non la maglia che indosso".

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Così non si rende piu vulnerabile?
"Mi riconosco molto più nelle fragilità che nel machismo. Non sarà facile essere accettato in questa nuova versione, ma ho la fortuna di essere nato fra le critiche. Ho le spalle larghe. E poi, alzare l'onda è sempre meglio che passare inosservati".

Cosa le è successo nell'ultimo anno?
"Siamo figli di un'epoca in cui devi sempre essere sulla scena, ma se non ne esci, se non vivi, da che cosa ti fai ispirare? Sono stato fermo per ragionare su ciò che volevo fare, ho ripreso in mano la mia vita, e poi ho lavorato il doppio in studio per preparare i singoli che rilascerò fino al disco".  

Perché la ispirano proprio gli anni 80?
"Da quelle casse usciva positività. Nel presente sento un po' di apatia, una tristezza di fondo".

Ma il malessere non deriva proprio dall'individualismo e dall'edonismo anni '80?
"Vero. Chi li viveva però riusciva a proiettarsi nel domani. Noi siamo tartassati da crisi climatica, guerre, problemi, è difficile avere speranza nel futuro. I suoni brillanti dei sintetizzatori servono a staccare da tutto questo. È come riattivare l'energia happy innescando ricordi belli a livello uditivo. Aiuta almeno a respirare".

Ha presentato il concept scrivendo Uscire dalla droga dark: meno Trainspotting, più Febbre del sabato sera. Che significa?
"Non voglio essere sad, ma mostrare una nightlife allegra, leggera. Vivo a Milano, che è caotica ed esotica. La notte ne vedi tutti i colori, è divertente. Si può cercare lo svago senza l'autodistruzione".

Dopo una relazione tossica, lei è precipitato nelle dipendenze. E poi?
"Poi allenamento, disciplina, lavoro. La parte dark l'ho vissuta, e non è bella, non va descritta così alle persone. Io che ci sono passato voglio dire: prendete la parte buona dello svago, quella della socializzazione. State a contatto, non chiudetevi nel vostro buco nero. Sono percorsi che ti segnano per sempre".

In che rapporti è con la DPG?
"Ci vogliamo veramente bene. Abbiamo un brand insieme (Triplosette n.d.r.) e ci spingiamo sullo stesso canale You Tube. Il cambiamento di ognuno è bene accetto".  

Nell'ossessione per soldi, moda e droghe, c'era chi vedeva trash e insignificanza, chi autoironia. Si tirò in ballo anche il dadaismo...

"Ma no! Era tutto molto più semplice. Scrivevamo ciò che vedevamo. Per questo, anche se piovevano critiche, ci sentivamo inattaccabili".

Come a dire: è il mondo che ci avete dato, di che vi lamentate?
"Non l'ho mai vista così, come un dispetto a chi ci ha preceduto. La musica deve rompere degli schemi. Se funziona, è perché qualcuno sta dicendo una verità".

Qual era la vostra?

"Univamo chi aveva bisogno di sentirsi parte del mondo, più vicino a New York, Parigi, Londra. E siamo rimasti nel cuore perché siamo stati motivazionali. Abbiamo dato gli strumenti per aprirsi e buttarsi. Vuoi fare musica? Falla".

Già il rap funzionava così, ma richiedeva altre capacità.
 
"Capacità che noi, in un certo senso, abbiamo distrutto. Era come sentirsi dire: se non hai tre gambe, non puoi giocare a pallone. Ok, ma in quanti nascono con tre gambe? Era limitante, infatti nel 2016 il mercato musicale era piccolissimo. Noi abbiamo dato quella spinta ai ragazzi: inizia, prova, fai. Poi se spacchi, la gente se ne accorge".

Avete aperto un mercato. È più o meno facile emergere oggi?

"È più facile emergere, ma più difficile costruire una carriera".

La trap nasceva da una certa noia, ora lei parla di apatia. Che differenza c'è?

"Le dico come l'ho vissuta io. Nel 2015 sembrava non succedesse niente nelle serate. La musica che piaceva a noi non era sulla mappa, né nei locali. Abitavamo un mondo che non ci rispecchiava. Ora invece ci sono serate, occasioni. Sei anni fa non stavo al telefono quanto adesso. Non appena capisci il meccanismo di Instagram, c'è già Tik Tok. Sembra di non riuscire a godersi mai il momento, di non avere il controllo sul tempo. Prima la noia nasceva dal non avere nulla, ora dall'avere tutto".   

La pandemia ha giocato un ruolo in questa presa di coscienza?

"Altroché. Mi è salita una voglia di vita, di esperienze vere, di incontri fuori dallo schermo.  Esco anche da solo, non vado per forza in locali famosi, non mi faccio notare. La normalità è una bella libertà. La gente si stupisce: che ci fai qui? Ma bro, io sono una persona! Non vedendomi più così distante, alcuni chiacchierano e rinunciano anche al selfie".

Però in Dirty Love le relazioni intime continuano a essere complicate.  
"L'amore non riesce a prendere forma in un mondo così distratto e veloce, c'è una iperconnessione che disconnette. Tutto è pubblico, condizionato. I social portano a lasciare mille porte aperte, e a non decidersi".

Si chiama paradosso della scelta. Più opzioni, meno libertà.  
"È una sorta di loop. Potresti conoscere un'altra persona, e un'altra ancora. Aspetti di meglio e intanto ignori le persone giuste o non le distingui da quelle sbagliate. Non ti riservi spazi privati, momenti speciali. Il sentimento profondo, che va costruito, lo rimandi spesso alla settimana successiva. Abbiamo un po' paura di innamorarci".