Lino Patruno: "Ho conosciuto tutti, tranne Totò. E ho corteggiato tanto: per questo non mi sono mai sposato"
di Carlo MorettiSe è vero che la vita è l’arte dell’incontro allora Lino Patruno è davvero un grande artista della vita e della musica italiana. Cabarettista con i Gufi all’inizio degli anni Sessanta, musicista jazz, personaggio televisivo, autore e anche attore per il cinema, Patruno ha attraversato l’arte popolare del Novecento diventandone uno dei testimoni ai più alti livelli. Nel suo ultimo libro intitolato Amapola - e non poteva che essere un libro di incontri - ha scelto per epigrafe la frase: “Ho conosciuto tutti. Tranne Totò”.
Può sembrare un’esagerazione ma parlando con lui nella sua casa romana piena di oggetti e strumenti musicali, a 87 anni i ricordi fluiscono ricchi di dettagli e descrivono una traiettoria punteggiata dai volti di grandi e indimentic…
Se è vero che la vita è l’arte dell’incontro allora Lino Patruno è davvero un grande artista della vita e della musica italiana. Cabarettista con i Gufi all’inizio degli anni Sessanta, musicista jazz, personaggio televisivo, autore e anche attore per il cinema, Patruno ha attraversato l’arte popolare del Novecento diventandone uno dei testimoni ai più alti livelli. Nel suo ultimo libro intitolato Amapola - e non poteva che essere un libro di incontri - ha scelto per epigrafe la frase: “Ho conosciuto tutti. Tranne Totò”.
Può sembrare un’esagerazione ma parlando con lui nella sua casa romana piena di oggetti e strumenti musicali, a 87 anni i ricordi fluiscono ricchi di dettagli e descrivono una traiettoria punteggiata dai volti di grandi e indimenticabili artisti come Frank Sinatra, Federico Fellini, Chet Baker, George Brassens, e ancora Herbie Hancock e Chick Corea, e poi tanti attori divenuti amici come Tino Buazzelli, Walter Chiari, Gian Maria Volonté. Per non dire di una curiosa vacanza in Sardegna con un gruppo di amici celebri come Massimo Troisi.
All’inizio c’erano i Gufi, che devono tutto a Didi Martinaz.
“Una donna di una bellezza senza pari, eravamo in due a farle la corte, io e Renato Pozzetto. Divenne la mia fidanzata, nella mia vita oltre al jazz non ho fatto altro che corteggiare, è per quello che non mi sono sposato. Didi fu fondamentale per la nascita dei Gufi”.
Come andò?
“Lei non era ancora una cantante, recitava in teatro, io lavoravo alla Dischi Ricordi, mi occupavo delle etichette estere, la Cbs, la Blue Note, e quando arrivavano grandi jazzisti come John Coltrane e Thelonious Monk andavo a prenderli alla stazione e li portavo in albergo o a cena. Mostri sacri, per me era una festa meravigliosa. Una sera con Didi litigammo al telefono, mi aveva chiamato alle tre di notte a casa dei miei genitori, dove vivevo, svegliando tutti, era fuori di sé, cercai di rabbonirla, lei si scusò, mi diede appuntamento in un locale, da Capitan Kidd, in centro. Lei a capotavola, di fronte a me era seduto Nanni Svampa: “Sono appena tornato dal militare", mi disse Svampa, "ho tradotto le canzoni di Brassens dal francese al milanese”. Il proprietario del locale era Mario Angelini, lo stesso del Santa Tecla dove suonavo il jazz, glielo presentai. Didi mi disse poi che Angelini aveva chiesto a Svampa di esibirsi. Lei avrebbe presentato la serata e si sarebbe aggiunto anche Roberto Brivio, “ottomila lire a sera”. Le dissi che per quella cifra sarei andato anche a piedi. Insomma, iniziai a fare cabaret per amore. Era il 1964”.
Alla Ricordi però respirava musica.
“I miei amici erano i cantanti della Ricordi, uno dei più grandi amici era Luigi Tenco e quando veniva da Genova a Milano restava con me nel mio ufficio a parlare di donne. Non credo che si sia ucciso, Luigi era un ragazzo divertente, molto simpatico, davvero speciale. E poi, perché uccidersi per una canzone? Non l’avrebbe mai fatto, non ci credo. Qualcosa è successo, ma lui non era il tipo da uccidersi per una canzone”.
Un giorno alla Ricordi arrivò Bobby Solo.
“L’ho scoperto io. Lui dice sempre che l’ha scoperto il direttore Vincenzo Micocci ma Bobby su questo è un bugiardo. Ero io a fare i provini alla Ricordi, selezionavo i più bravi tra gli artisti giovani e li segnalavo al direttore. Era venuto per accompagnare un amico, Andrea Lo Vecchio, che sarebbe più tardi diventato un autore. A un certo punto Bobby prese una chitarra e si mise a canticchiare in un angolo una canzone di Elvis Presley. “A me non me ne frega niente di fare i provini", mi disse con il suo accento romanesco, "sono venuto a trovare Andrea a Milano, ci siamo conosciuti questa estate al mare, e l’ho accompagnato qui”. Lo convinsi a registrare Love me tender e la feci ascoltare a Vincenzo che disse di andarlo a chiamare subito. Lui voleva fare solo Elvis, gli chiesi se avesse qualcosa in italiano e ci fece ascoltare Cristina, che aveva scritto per una fidanzatina. La pubblicammo, vendette 14 mila copie in una settimana, così da Roberto Satti diventò Bobby Solo, il nome che inventò Micocci”.
Con i Gufi eravate piuttosto macabri.
“Sì, decisamente. Ma in ogni caso eravamo leggeri, e autoironici: Brivio era detto il cantamacabro, Svampa il cantastorie, io il cantamusico e Magni il cantamimo”.
Cantavate pezzi contro la guerra, come Il ponte e La Badoglieide.
“La Badoglieide l’abbiamo cantata al Costanzo Show di fronte alla figlia di Badoglio, era seduta in prima fila: O Badoglio, Pietro Badoglio, ingrassato dal fascio Littorio, col tuo degno compagno Vittorio, ci hai già rotto abbastanza i coglion; ti ricordi quand’eri fascista, e facevi il saluto romano...”.
Cominciaste con le canzoni politiche.
“Eravamo molto comunisti allora, oggi meno”.
E venne il Derby di Milano.
“Quando in tv si rievoca il Derby si dimenticano di noi, è successo ultimamente anche a Domenica In. Ma con i Gufi siamo stati i primi, sono venuti tutti dopo, a cominciare dai Gatti di Vicolo Miracoli che abbiamo portato noi a teatro".
Come avete iniziato a esibirvi nel Club?
“Ci volle il direttore artistico Enrico Intra, che d’estate organizzava serate a Castiglioncello in cui partecipavamo con Enzo Jannacci, con Luisa e Gabriella (Ferri, n.d.r.), con Franco Nebbia, che poi sono tutti finiti sul palco del Derby. Come gruppo c’eravamo solo noi, poi sono arrivati i Gatti e Cochi e Renato. Massimo Boldi in quel periodo ci accompagnava alla batteria”.
Non ha nominato Giorgio Gaber.
“Gaber suonava il jazz, come me. Io ero nei Windy City Stompers, senonché mi chiama un’orchestra più famosa, la Riverside Jazz Band, e il mio posto nella Windy lo prende Giorgio Gaber. In quel periodo andavo a casa sua in via Londonio a insegnargli i pezzi del jazz”.
Eravate amici anche con Jannacci?
“Oltre che mio amico, Enzo era il mio medico anche se come medico lasciava a desiderare, non si faceva mai trovare. Tante volte, non trovandolo in casa e dopo aver fatto un viaggio a vuoto attraversando Milano per recuperare le sue ricette, me le scriveva sotto sua dettatura la moglie Pupa e le firmava anche al posto suo. Enzo era così, nella vita come sul palcoscenico”.
E Dario Fo?
“Era incuriosito dai gruppi, siamo stati molto aiutati da lui, con Franca Rame ci hanno sistemato molti testi dei Gufi”.
Dopo il Derby arrivate in tv.
“Sì, facciamo Studio Uno di Antonello Falqui, con Lina Wertmüller autrice. Eravamo fissi insieme a Sandra Milo e Lelio Luttazzi”.
Tra gli ospiti anche Mina.
“Con lei facevamo anche La Bussola, ma non è che Mina avesse un bel carattere. Noi facevamo la prima parte al Bussolotto e lei la seconda alla Bussola. Un pomeriggio arriva Vittorio Gassman e Sergio Bernardini comincia a blandirlo, lo invita a salire la sera stessa sul palco, ‘recita qualcosa per noi’. Lui si lascia convincere, sala gremita, sale prima del numero di Mina presentato da Renato Sellani: ‘Ecco a voi un grande nome del teatro italiano’, Gassman arriva al microfono e si esibisce in una sonora risata, poi una seconda, una terza. Il pubblico rumoreggia, molti ridono con lui, altri restano sorpresi. E Vittorio con voce impostata: “Tutto sommato, siete dei simpatici stronzi”. Ridono tutti tranne uno che si alza e dice: “No, stronzo sei tu!”. A quel punto è successo il finimondo, si sollevano tutti contro Vittorio, lo volevano picchiare, abbiamo dovuto nasconderlo nelle cantine. Il giorno dopo gli chiedo: ‘Ma cosa ti è venuto in mente di dire quella cosa’, e lui: ‘Volevo vedere fino a che punto potevo osare’”.
All’inizio degli anni Settanta l’incontro con Fellini per un ruolo in “Amarcord”.
“L’impresario dei Gufi era Remigio Pavone che aveva creato Wanda Osiris, Renato Rascel, Walter Chiari, l’ultima cosa che inventò furono i Gufi. Ci invitò nell’ufficio di Fellini perché ci desse qualche dritta di regia, ma Fellini ci disse: ‘Voi siete i registi di voi stessi. Se fate il teatro truccatevi solo di più ed esasperate i movimenti’. Io poi avevo come agente il fratello di Gabriele Ferzetti, Fausto, fu lui a propormi per un provino ad Amarcord. Fellini mi prese perché diceva che avevo la faccia da bambino, io gli dissi: ‘Ma sono pelato!’, e lui, ‘non importa, ti metto il berrettino’. Ho fatto qualche posa, ero uno dei ragazzini della scuola, nonostante la mia età, insieme ad Alvaro Vitali”.
Poi la lunga frequentazione con Tortora, per 3 anni al suo fianco come direttore musicale a “Portobello”.
“Era un caro amico, mi chiamò e mi disse di una trasmissione tutta improvvisata, mi fa: ‘Si intitola Portobello, quindi cosa meglio del jazz per commentarla’”?
Subì una vicenda giudiziaria terribile.
“Andai a casa sua a Milano dopo che fu prosciolto, mi portò nello studio pieno di libri e mi disse: ‘vedi, caro Lino? Questo è lo studio di un terrorista’. Che peccato”.
Era impegnato con i radicali, e anche lei.
“Mi sono presentato alle elezioni ma non mi hanno fortunatamente eletto. Mi chiamò Pannella, per simpatia, in quel periodo mi stavano bene i radicali. Anche con Rutelli è andata allo stesso modo. Preferisco così, litigano tutti come matti”.
Ancora cinema con Pupi Avati.
“Con Pupi ho scritto il film Bix di cui ho composto anche la colonna sonora, girammo in America. Andò al Festival di Cannes. Quel film è la ragione per cui vivo a Roma”.
Pupi Avati jazzista e clarinettista come Lucio Dalla.
“A Lucio ho fatto le prime foto, avevo 16 anni, al festival del jazz di Bologna. Suonava nella Rheno jazz Band. Avevano due clarinetti, uno era Lucio, l’altro Pupi Avati, che però smise per fare il cinema. A Lucio dissi che non avrebbe mai dovuto scrivere canzoni ma continuare a suonare il clarinetto. Era bravissimo”.
In una foto è ritratto tra tante belle ragazze insieme a Massimo Troisi.
“Eravamo in Sardegna, in vacanza. C’eravamo conosciuti a una festa a Roma, per l'estate era stato invitato nella stessa villa in cui ero stato invitato anch’io. Era molto simpatico. Una compagnia anche di belle donne, con una giovanissima Anna Falchi, davvero bella, a 17 anni, Clarissa Burt e altre mie amiche, mezze fidanzate”.
E Gian Maria Volonté?
“Eravamo molto amici, andavamo d’accordo anche politicamente. Un giorno mi telefona che stava venendo a Milano e mi chiede di accompagnarlo a un incontro con Elio Petri a Novara, dove stava facendo i sopralluoghi per un film. Petri mi chiede se conoscevo una ragazza che sapesse cantare in milanese, dico sì, una bravissima è Mariangela Melato. Lui non la conosceva, in quei giorni lei recitava a teatro a Bolzano. Fatto il provino e subito presa, protagonista accanto a Gian Maria di La classe operaia va in paradiso. Grazie a me”.
C’è una foto che la ritrae in grande confidenza con Liam Neeson.
“Uno dei miei più grandi amici è Franco Nero, che ha sposato Vanessa Redgrave. La loro figlia Natasha, che poverina è morta, era sposata con Liam Neeson. Quindi Liam è un parente acquisito di Franco, ogni volta che viene a Roma si ferma a casa sua. E ci sono sempre anch’io”.
E poi c’è la foto con il suo dichiarato idolo, Frank Sinatra.
“Qui siamo a Las Vegas nel 1990, dove dopo aver incontrato la sua segretaria, Dorothy, ci ha prima invitato nello studio di Sinatra e la sera al suo concerto. Sinatra è il numero uno, ci sono soltanto lui, Dean Martin, Nat King Cole, Tony Bennett e Bing Crosby”.
Il jazz è l’inizio di tutto.
“Il jazz è italiano, lo sa? Louis Armstrong incide la prima volta nel 1923 con l’orchestra di King Oliver, ma il primo disco della storia del jazz, che io posseggo in originale, è del 1917 e l’ha inciso Nick La Rocca, figlio di Gerolamo La Rocca, di Salaparuta, in provincia di Trapani. Primo clarinettista era Leon Roppolo, anche lui nato a Salaparuta. E anche Louis Prima era di Salaparuta. Sono i siciliani emigrati in America ad aver creato il jazz, prima non c’era nulla. Lo chiamavano ancora jass, poi all'etichetta Viktor gli cambiarono il nome in jazz, perché jass in America si prestava a qualche greve fraintendimento”.