Bruce Springsteen fa ballare nel buio con i sogni di rock’: “Bisogna vivere ogni attimo”.
dal nostro inviato Emilio Marrese , dal nostro inviato Emilio MarreseBARCELLONA - Malinconico e solare, muscoloso e tenero, struggente e sornione: bentornato in Europa, Boss. Con quel ghigno un po' stupito e infantile di chi ora sa che "deve godersi ogni singolo istante", Bruce Springsteen è arrivato nel Vecchio Continente dove, dal 2016, lo aspettano due terzi dei suoi fan mondiali. Il tour europeo del 73enne rocking class hero del New Jersey è partito dallo Stadio Olimpico Lluís Companys di Barcellona, sulla collina di Montjuic davanti a 55mila spettatori (tra cui Steven Spielberg, Tom Hanks e gli Obama: Michelle è salita anche sul palco da corista durante i bis) per il concerto n. 3.513 in carriera. Impressionante, travolgente e prodigioso, come al solito. Tutta la vecchia potenza del rock celebrata da uno dei suoi più sbalorditivi interpreti dal vivo, sempre in forma strepitosa. Springsteen è sempre lui: sale in scena ogni volta come se fosse la prima. O l'ultima.
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BARCELLONA - Malinconico e solare, muscoloso e tenero, struggente e sornione: bentornato in Europa, Boss. Con quel ghigno un po' stupito e infantile di chi ora sa che "deve godersi ogni singolo istante", Bruce Springsteen è arrivato nel Vecchio Continente dove, dal 2016, lo aspettano due terzi dei suoi fan mondiali. Il tour europeo del 73enne rocking class hero del New Jersey è partito dallo Stadio Olimpico Lluís Companys di Barcellona, sulla collina di Montjuic davanti a 55mila spettatori (tra cui Steven Spielberg, Tom Hanks e gli Obama: Michelle è salita anche sul palco da corista durante i bis) per il concerto n. 3.513 in carriera. Impressionante, travolgente e prodigioso, come al solito. Tutta la vecchia potenza del rock celebrata da uno dei suoi più sbalorditivi interpreti dal vivo, sempre in forma strepitosa. Springsteen è sempre lui: sale in scena ogni volta come se fosse la prima. O l'ultima.
La prima volta (su 21) che sbarcò qui scoprì la sua personale America, ritrovata ora intatta nell'entusiasmo: "Qui le facce del pubblico sono tra le più belle e appassionate del pianeta". Era il 21 aprile del 1981, aveva già scritto una dozzina dei successi sentiti anche venerdì sera sul palco di Barcellona, e durante il concerto gli rubarono l'attrezzatura dai camion e la biancheria in albergo.
Quattro anni dopo scoprì anche il calore degli italiani: "L'Europa ci ha reso una band più determinata a sicura di sé, suonare per gli europei era e continua a essere una delle esperienze più straordinarie della mia vita", ha certificato nella sua biografia e l'ha confermato con uno show poderoso nel suo solito stile, senza risparmiare una goccia. "Us estimem!", vi amiamo, dice in catalano a metà serata poco prima di regalare Pay me my down, canto dei portuali afroamericani della Georgia, cover dei The Weavers.
Rieccolo qui, di nero vestito come tutta la devota E Street Band (17 elementi col coro, la moglie Patti Scialfa ha fatto capolino solo per Glory Days nei bis con Michelle Obama e l'attrice Kate Capshaw, moglie di Spielberg), manica corta sopra i bicipiti ancora tosti (e i pettorali esibiti tipo Hulk alla fine) di un signore che mangia solo una volta al giorno per mantenersi così, appena smaltito il Covid che è andato in tour con loro per due mesi. Barcellona (il 28 e il 30 aprile) è stata la prima tappa all'aperto, dopo le 28 date nelle più tiepide e distratte arene indoor americane, di un viaggio in 31 appuntamenti sold out fino a Monza il 25 luglio. Nella "sua" Italia suonerà prima a Ferrara e a Roma, 18 e 21 maggio: italiani erano i nonni materni, gli Zerilli dalla Costiera Amalfitana, Anthony e Adelina, e italiano è ora il fidanzato della figlia Jessica (amazzone argento olimpionico a Tokyo), il cavaliere azzurro Lorenzo de Luca.
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Dicevano che fosse un po' invecchiato perché ora fa "solo" 27 o 28 pezzi, "solo" tre ore scarse, lontano dal record personale di quattro ore e 6 minuti di Helsinki 2012 e anche dalle tre ore e 52 minuti di Roma 2016. Al debutto barcellonese ne ha fatti 28 in due ore e 50 impetuose, a manetta. “Solo gli stronzi che fingono di essere fan valutano uno show dalla durata”, aveva tagliato corto via social Little Steven Van Zandt, fedele antico scudiero, col tono da “Soprano” o “Lillehammer” che gli abbiamo conosciuto da attore tv.
È innegabile che il Boss guardi sempre di più nello specchietto retrovisore ai suoi Glory Days, i bei vecchi tempi, come i nostalgici protagonisti della canzone stessa. Only the strong survive, ha titolato l'ultimo album, fiero di essere un sopravvissuto senza nascondere la sua fragilità, come per esempio quando introduce Last man standing, dall'ultimo Letter to you (sottotitoli in catalano per tre dei nuovi brani), scritta dopo aver dato l'ultimo saluto a George Theiss, l'amico della sorella che lo accolse nella prima band, The Castiles, nome di uno shampoo dell'epoca. Era il 1965, racconta Bruce, "avevo 15 anni e lì iniziò la più grande avventura della mia vita. Ora sono l'ultimo in piedi di quella band, sono sui binari e vedo arrivare le luci del treno, e questa sensazione mi dà una chiarezza di pensiero mai avuta prima: capisco l'importanza di vivere ogni momento. Quando hai 15 anni è tutto 'tomorrow' e 'hello', ora ci sono un sacco di 'goodbye'...".
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Il Boss onora il suo percorso pieno di auto luccicanti, cuori affamati, ragazze con cui fuggire, terre promesse, sogni da realizzare, fantasmi e bassifondi di provincia da cui scappare, strade da divorare o ballare, riscatti e rinascite da cercare fino alla fine. Anche se è difficile immaginare un sogno americano meglio realizzato del suo, Bruce è ancora lì che fugge come tutti noi - sia pure, lui, su un jet privato - da se stesso. Non ha mai celato il suo dark side, quel mal di vivere che combatte,da quando aveva trent'anni, con sorti alterne a colpi di farmaci e tournée, perché "la felicità è la sorella allegra della depressione". È ancora lì che spala con vigore operaio per riempire quella voragine interiore spalancata fin da quando era un inquieto ragazzo di borgata dal sangue italo-irlandese.
L'incontro terapeutico col pubblico è quindi una trasfusione reciproca, lui sincero, energico e generoso come sempre, sempre più simile nell'anima agli eroi qualunque, perdenti e nostalgici, delle sue canzoni, mai disposti però a mollare. Lo dichiara subito aprendo con No surrender, rivendicando di aver imparato "più da una canzone di tre minuti che in tutto il tempo a scuola". E senza arrendersi sprigiona sempre la potente speranza dei suoi inni ruggenti come Out in the street, Thunder road, Dancing in the dark, Mary's place, Badlands, The Rising, Born in The Usa (seconda esecuzione di questo tour) e Born to run - cantata 1.775 volte dal vivo -, ma sentendo avvicinarsi ormai quel giorno in cui con la Wendy della canzone avrebbe camminato nel sole: gli sembrava lontanissimo, nel 1975, e adesso vede sempre meno strada davanti. Tra le cover stavolta sceglie non casualmente Nighshift che i Commodores dedicarono ai defunti Jackie Wilson e Marvin Gaye.
Human Touch è l'unica novità, l'unica differenza con le scalette americane. Nei bis compare Bobby Jean, fatta solo tre volte prima. Lo show per il resto non si discosta da quello visto negli Usa, mentre in passato i tour estivi erano più ripensati. Non raccoglie più i cartelli con le richieste dal pubblico, come un juke box. Non invita nessuna Cenerentola a ballare con lui sulla scena. Ma regala la sua armonica a una bambina della prima fila, scoperta dalle telecamere a cantare tutti i pezzi a memoria.
Da Because The Night in avanti lo stadio viene illuminato a giorno per gli ultimi dodici pezzi che fanno scatenare tutto lo stadio, il prato è una foresta di braccia al cielo fino all'ultima fila, Il Boss sprizza forza e gioia, è incontenibile e gode davvero ogni istante del delirio che sa ancora scatenare.
Continua a correre verso la meta ancora con più rabbia, mentre gli amici accanto cadono, come il tastierista Danny Federici e Big Man Clarence Clemons (sostituito al sax dal nipote Jake), le cui foto appaiono tra i bis durante Tenth Avenue Freeze-Out. O come il promoter Michael Gudinski per il quale ha composto l'amara e poetica ballata con cui si congeda, da solo al buio salutata la E-Street Band, I'll see you in my dreams: "Ti vedrò nei miei sogni quando tutte le estati saranno finite, ci rivedremo in un'altra terra, dietro l'ansa del fiume perché la morte non è la fine". Ma intanto, balliamo nel buio finché ce n'è.