Spettacoli

Gli Who a Firenze, anche con l'orchestra è sempre grande rock

Gli Who a Firenze, anche con l'orchestra è sempre grande rock
(ansa)
Townshend e Daltrey, insieme ai musicisti del Maggio Fiorentino, rinnovano il loro repertorio senza tradire il loro spirito
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Firenze Rocks, il festival in corso all Visarno Arena di Firenze, e che stasera ospita i Maroon 5, si è acceso ieri con una splendida giornata musicale. Lunga, a dire il vero, perché il pomeriggio si è aperto con Le Distanze, seguiti dai Piqued Jacks, dal sempre originale e interessante Lucio Corsi e poi da un clamoroso e travolgente set di Tom Morello, prima di dare spazio agli Who. Morello ha letteralmente infiammato i cuori del grande pubblico fiorentino, con uno show ad alto potenziale sonoro e d'impegno, aperto dalle note di Bella ciao e chiuso da Power to the people, tanto per non lasciare dubbi sulle convinzioni politiche e sociali del musicista americano. Un set esplosivo, dominato ovviamente dal suono della sua chitarra, animato da una stellare selezioni di brani pescati dal repertorio di Morello e delle sue storiche band (Rage Against The Machine e Audioslave), ma anche in grado di viaggiare nella storia del rock con sapienza e intelligenza, cercando un filo rosso (nel senso pieno del termine), tra ogni canzone, a partire dall'iniziale One man revolution. È un invito costante alla partecipazione, all'unità, all''opposizione, attraverso le canzoni, le parole, i gesti, compreso una vistosa scritta 'niente fascismo' esibita sul retro della sua chitarra, e una citazione di Gramsci sulla sua maglietta. Ma è la musica ad essere protagonista, con i suoi brani e con una selezione di canzoni altrui interpretate in maniera magnifica, passando da Hendrix ai Måneskin. Incanta con The Ghost of Tom Joad di Springsteen, esalta con Power to the People di Lennon e manda tutti in visibilio lasciando il pubblico a cantare 'una vecchia folk song italiana', Killing in the name.

Poi arrivano gli Who e tutto cambia, perché la band inglese, o quel che ne resta, propone non un concerto qualsiasi ma uno spettacolo nuovo, inedito, singolare, per molti versi, andando in scena con l'orchestra del Maggio Fiorentino. Chi scrive è, e va detto, un vero e proprio fan della band, quindi una parte di preconcetto positivo c'è nel giudicare il concerto, ma è anche vero che il primo live visto dal sottoscritto è stato quello di Roma del 1972, oltre cinquanta anni fa, e le volte successive sono state innumerevoli, nelle diverse fasi della vita del gruppo, tanto da poter avere anche una sufficiente obbiettività nel giudizio finale.

Che è clamorosamente positivo: tenendo presente l'età dei due componenti, 79 anni Roger Daltrey, 78 Pete Townshend, è assolutamente incredibile l'energia, la potenza, la resistenza, l'entusiasmo, con i quali affrontano il palco, offrendo uno loro migliori concerti in assoluto. Non c'è trucco e non c'è inganno in quello che propongono dal vivo, niente sequenze, niente computer, niente effetti speciali, se c'è da sbagliare si sbaglia, se c'è arte la si vede, se c'è voglia di suonare e di essere con il pubblico è evidente, così come il disappunto o la noia. Ci sono gli Who in scena, con tutti i loro pregi, innumerevoli, e i loro difetti, pochissimi. Ci sono gli Who con la voglia, nonostante i quasi sessant'anni (li festeggeranno il prossimo anno) che li separano dal loro primo concerto nel 1964, di suonare e cantare, non solo dando soddisfazione al pubblico ma dandone soprattutto a loro stessi.

(ansa)

Alla Visarno Arena sono arrivati con questo nuovo show, sperimentato ampiamente negli ultimi anni (testimoniato con un bellissimo album del concerto di Wembley del 2019 uscito di recente) che li vede supportati da una band eccellente ma, quel che conta di più, da un'orchestra, in questo caso assolutamente leggendaria come quella del Maggio Fiorentino. Bene, se in molti casi precedenti altre band si sono messe alla prova con le orchestre e spesso l'operazione era tutt'altro che interessante o ben riuscita, perché nella maggior parte dei casi l'orchestra serviva a coprire qualche mancanza o semplicemente a imbellettare quello che altrimenti non avrebbe avuto grandi possibilità di successo, in questo caso invece il risultato finale è eccellente. Principalmente perché Townshend e Daltrey, saggiamente, hanno scelto di dare veste orchestrale a quello che concettualmente avrebbe potuto avercelo (o in alcuni casi lo aveva) già nella sua versione originale, ovvero il repertorio delle due opere rock del gruppo, le fondamentali Tommy e Quadrophenia, pensate all'epoca da Townshend usando la band come un'orchestra e che, in questa occasione, permettono ai brani, nei momenti migliori, di trovare una dimensione che li arricchisce e li completa.

I brani di Quadrophenia in particolare, quelli che chiudono le due ore di concerto, nella versione orchestrale vengono addirittura esaltati, soprattutto lo strumentale The rock, che è probabilmente il momento musicalmente più completo e avvincente dell'intero set, un capolavoro di potenza e controllo, in un equilibrio perfetto tra dimensione orchestrale e energia elettrica della band, in un brano ricco e complesso sostenuto anche da un video che ripercorre la storia inglese dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale a oggi in maniera emotiva e appassionante. Un racconto per immagini che gli Who propongono da anni e che viene costantemente aggiornato con gli eventi più recenti, segnando il contatto strettissimo tra arte, musica e storia contemporanea. Ma, come dicevamo, il concerto si apre con i brani di Tommy e il salto indietro nel tempo, al 1969, è annullato dalla nuova versione orchestrale che rende le esecuzioni 'nuove', completamente prive di nostalgia, inedite e appassionanti. Si tratta di musica classica, insomma: così come può essere interpretato oggi Beethoven o Mozart, dando alle loro musiche una nuova vita, gli Who 'reinventano' classicamente la loro, senza far perdere ai brani senso e potenza, anzi ampliandone lo spettro sonoro e emotivo. È rock all'ennesima potenza, non c'è forzatura nel linguaggio, l'orchestra del Maggio Fiorentino è nel suo ambito così come lo sono gli Who, perché gli arrangiamenti di David Campbell non tradiscono né la natura del gruppo né quella della compagine orchestrale, che ha affrontato il compito con grande passione e con la consueta grandezza, senza porsi problemi, come sottolineava qualche giorno fa Marco Salvatori, oboe dell'orchestra: "Quando la musica ha una tale bellezza da toccare l'anima di milioni di persone, da attraversare mezzo secolo di storia e generazioni diverse, significa che ha in sé un dono e quindi perché porsi il problema se non è Mozart?"

Per i fan del rock puro e diretto, quello con il marchio di fabbrica degli Who, c'è comunque soddisfazione, una buona mezz'ora centrale dello show è dedicata a brani in cui la band è in scena da sola, 'indisciplinata' come sottolinea Townshend stesso. E di indisciplina quando esce l'orchestra ce n'è in abbondanza, attacchi sbagliati, finali a sorpresa, variazioni sul tema, come vuole la regola del gruppo, ingovernabile da sempre. Ma se la mezz'ora centrale è una fondamentale scossa elettrica, è soprattutto il finale con Quadrophenia e l'orchestra ad essere maiuscolo, fino all'esplosione collettiva di Baba O'Riley che conclude in gloria una serata magnifica.

La band che va in scena alle spalle di Daltrey e Townshend è solidissima, basata soprattutto sul drumming creativo e ultrapotente di Zak Starkey, che non solo è il figlio di Ringo Starr, e non solo è un batterista rock tra i migliori del mondo attualmente, ma è soprattutto l'unico che sia stato in grado di sostituire degnamente Keith Moon, ridando agli Who quella spinta ritmica irregolare e sorprendente che aveva reso il suono del gruppo diverso da quello di tutte le altre grandi band degli anni Sessanta e Settanta. Accanto a lui ci sono l'ottimo Jon Button al basso, il sempre puntuale Loren Gold alle tastiere, l'immancabile e fondamentale Simon Townshend, fratello di Pete, alle chitarre, Billy Nichols (si, proprio il cantante e autore di I can't stop loving you) ai cori.

Per la parte orchestrale ci sono il direttore Keith Levenson, la bravissima Katie Jacoby al violino, e Audrey Q. Snyder al basso. E soprattutto, diciamolo con orgoglio, c'è la straordinaria Orchestra del Maggio Fiorentino, che brilla costantemente durante la serata, non solo per la ovvia e naturale precisione delle esecuzioni, quanto per la passione e il sentimento che aggiungono alla loro professionalità. Sono una delle orchestre migliori del mondo e lo confermano anche quando, come in questo caso, si mettono alla prova con repertori lontani da quelli che abitualmente frequentano. Peccato, grande peccato a dire il vero, che nonostante Townshend lodi più volte l'orchestra dal palco, non sia riuscito a nominarli con il loro nome nemmeno una volta, l'ha sempre chiamata soltanto 'l'orchestra', anzi 'la vostra orchestra', non ha imparato il nome, peraltro semplice, o non ha letto un bigliettino, cosa che sarebbe stata a dir poco gentile ma decisamente necessaria. Lui, Townshend, in scena fa del suo meglio, come chitarrista è negli anni addirittura migliorato, certo non si scatena 'fuori controllo' come un tempo, ma il suo roteare del braccio è rimasto sempre efficacissimo, come il suo suono e la sua originalità. Daltrey, nonostante l'età, quasi ottant'anni, ripetiamolo, canta ancora con una potenza invidiabile, è spesso imperfetto, ma detto fra noi lo è da parecchi anni, ma non sta in scena per 'guadagnarsi la pagnotta' e basta, canta con passione, ancora ogni tanto 'inventa', non segue la traccia, cerca di superare i suoi ormai naturali limiti, suda, si sforza, combatte e, se possiamo dirlo, alla fine vince, dimostrandosi più appassionato e convincente di alcuni dei suoi coetanei e di parecchi dei suoi colleghi più giovani.

È un gran concerto, insomma, coinvolgente, spettacolare, musicalmente molto ricco e interessante, che dimostra in maniera evidente la differenza tra gli Who, che ancora provano a offrire al loro pubblico qualcosa di nuovo e interessante, e le altre gloriose formazioni degli anni Sessanta, che si limitano a riproporre il 'greatest hits' senza rischiare.