Addio al re della tammurriata. Con Marcello Colasurdo, scomparso ieri all’età di 68 anni, se ne va una delle figure più profondamente mediterranee della musica italiana.
La sua voce aveva il timbro arcaico dei cantori popolari, quel rappeggiato incalzante e quella modulazione cantilenante che irrompeva nel presente da un passato remoto. Mescolando le intonazioni contadine al grido gutturale della protesta operaia, le litanie devozionali in onore delle Madonne nere veneratissime dalla gente vesuviana, al lamento laico per le vittime del lavoro nero.
Fu a lungo il frontman dei Zezi, il gruppo musicale nato da una fabbrica-laboratorio come l’Alfa Sud di Pomigliano d’Arco che, a partire dagli anni Settanta ha trasformato le musiche rurali in canti della catena di montaggio.
Era insuperabile nelle fronne, antiche forme di canto a distesa che intonava con la solennità sacerdolate di un introibo, quando accompagnava la cosiddetta “juta dei femminielli”, la processioni del popolo LGBTQI+ al santuario irpino della Madonna di Montevergine. In quelle melodie a gola spiegata risuonava l’eco degli antichi Coribanti, gli adepti della dea Cibele, signora della vita e della morte, che aveva un tempio proprio dove adesso sorge la chiesa. Lì i sacerdoti eunuchi, che vestivano abiti femminili dai colori sgargianti, salivano per rendere omaggio alla Grande Madre. In onore della quale si eviravano ritualmente. Era un modo per rinunciare al loro sesso e rinascere con una nuova identità. Le loro processioni queer, a base di canti balli e suoni di tamburo, erano i Gay Pride dell’antichità.
Adesso a Montevergine ogni 2 febbraio, giorno della Candelora, ci vanno travestiti, transessuali e transgender per incontrare la Mamma Schiavona che “tutto conosce e tutto perdona”. Marcello era diventato un protagonista di questo rito millenario, oltre che il cantore ufficiale della galassia LGBTQI+. Lui entrava in chiesa tra il rimbombo delle tammorre e il crepitio delle nacchere.
Appena varcava la soglia calava un silenzio assoluto, inviolabile, pieno di tensione e di pathos. Poi Marcello si prendeva la scena e iniziava la sua salmodia, traboccante di echi mediterranei. Il richiamo del Muezzin, la modulazione lacerante del flamenco e la canzone tradizionale. “Non c’è uomo che non sia femmina e non c’è femmina che non sia uomo”, ripeteva come un mantra venuto da un altro tempo. In quel momento affiorava tutta l’eredità ancestrale del rituale. E i presenti si mettevano a ballare la tammurriata riproducendo senza saperlo le scene degli affreschi pompeiani. Veli volteggianti, fianchi roteanti, gesti ammiccanti.
Nel 2019 Marcello, insieme a Vladimir Luxuria, aveva ricevuto la cittadinanza onoraria di Ospedaletto d’Alpinolo, punto di partenza del pellegrinaggio a Montevergine. Adesso la juta è rimasta senza voce.