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Bruce Springsteen, un negozio di mobili d’epoca e le ferite degli Stati Uniti

Il suo album The Rising, scritto subito dopo l’11 settembre mette in musica tutto il dolore e la compassione di quei giorni. L’estratto da “Bruce Springsteen 50” il libro in uscita oggi edito da Rizzoli e curato da Ermanno Labianca
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Pochi giorni prima del Natale del 2018, mi sono ritrovato da solo con Bruce Springsteen da Macklowe. Non so come avreste reagito voi, ma improvvisamente sapevo che dovevo conoscerlo, stringergli la mano, parlargli, ringraziarlo. Soprattutto per The Rising, il suo struggente album dedicato ai caduti nell’attacco all’America dell’11 Settembre 2001 e al recupero dello spirito americano. Quelle canzoni mi avevano aiutato a esorcizzare il mio ricordo personale e traumatico dell’attacco. In particolare, le sei canzoni evocative del momento, di una tragedia americana, della solitudine, delle salite dei pompieri verso il cielo, dei dettagli quotidiani casuali e domestici di persone comuni che non sarebbero mai più tornate a casa.

Un ricordo traumatico, perché avevo vissuto quell’attacco sulla prima linea del fuoco, all’angolo di Vesey Street con la West Side Highway: ero lì sotto quando il secondo aereo, Flight 175, colpisce la Torre Sud, fra il 77esimo e l’85esimo piano, con 6…

Pochi giorni prima del Natale del 2018, mi sono ritrovato da solo con Bruce Springsteen da Macklowe. Non so come avreste reagito voi, ma improvvisamente sapevo che dovevo conoscerlo, stringergli la mano, parlargli, ringraziarlo. Soprattutto per The Rising, il suo struggente album dedicato ai caduti nell’attacco all’America dell’11 Settembre 2001 e al recupero dello spirito americano. Quelle canzoni mi avevano aiutato a esorcizzare il mio ricordo personale e traumatico dell’attacco. In particolare, le sei canzoni evocative del momento, di una tragedia americana, della solitudine, delle salite dei pompieri verso il cielo, dei dettagli quotidiani casuali e domestici di persone comuni che non sarebbero mai più tornate a casa.

Un ricordo traumatico, perché avevo vissuto quell’attacco sulla prima linea del fuoco, all’angolo di Vesey Street con la West Side Highway: ero lì sotto quando il secondo aereo, Flight 175, colpisce la Torre Sud, fra il 77esimo e l’85esimo piano, con 66 persone a bordo. E ho ancora in testa quell’esplosione assordante, quella palla di fuoco che segnò in modo definitivo il destino di un simbolo americano, del mondo intero e di 2,753 persone chiuse in due torri di vetro in una giornata di sole.

Macklowe è un negozio all’angolo di Park Avenue con la 57esima strada. Vende gioielli, mobili e oggetti d’epoca: belli, cari, acquistati all’asta o da privati in giro per l’America, l’ultimo posto dove ti aspetteresti di trovare Bruce Springsteen a fare shopping. Il nome è quello di una famiglia importante in città: il cugino del proprietario, Harry Macklowe, è il costruttore che ha realizzato a un isolato di distanza, 56esima e Park, il “fiammifero” disegnato dal grande architetto argentino Rafael Viñoly. Con 85 piani e 425,5 metri di altezza, resta il grattacielo residenziale più alto, più discusso, più criticato a New York.

Quel giorno a fine dicembre, nel "distretto” Macklowe, la città era normalmente grigia, quieta, fredda, coperta da un cielo gonfio di nuvole che annunciavano pioggia o forse neve; era quasi buio alle quattro e un quarto del pomeriggio, quando il sole già volge al tramonto. Pur essendoci passato davanti cento volte, in quel negozio non ero mai entrato ma quel pomeriggio, sempre in ritardo, volevo trovare un regalino natalizio divertente per mia moglie. Entro, è deserto. Un commesso gentilissimo mi porta al banco dei gioielli. Dopo cinque minuti la porta si apre con uno scampanellìo ed entra appunto lui, Bruce, da solo. Sembrava uscito dalla copertina di un suo disco: giubbotto di pelle nera, t-shirt bianca, jeans, stivaletti, mani in tasca, il suo passo deciso, i suoi occhi che guardano solo in avanti.

Il mio commesso lo accoglie come se lo conoscesse già e mi abbandona. Bruce gli spiega che cerca una lampada, stile liberty, di un certo tipo di un certo colore, un regalo di Natale. Il commesso annuisce e tra un “of course” e un “how nice to see you” spariscono al piano di sotto. Resto di nuovo da solo con un altro commesso e parte la mia prima missione: incontrarlo senza creare imbarazzo a nessuno. Mi era capitato di conoscere miei idoli musicali, James Taylor, Paul Simon e Art Garfunkel, persino Bob Dylan e una volta Paul McCartney, che mi parlava male di Bill Clinton. Bruce Springsteen l’avevo visto molti anni prima in concerto, nel tour per Born in the USA, un altro album che segnò un mio periodo americano: un giorno avevo persino suonato la sua chitarra con la bandiera americana, che aveva usato per la prima performance acustica di Born in the USA, collezionata da un amico. Ma non lo avevo mai incontrato di persona. Nel frattempo penso già alla seconda missione: chiedergli di The Rising, così importante per me.

Col commesso comincio a tirarla in lungo sui gioielli: epoca, storia, vediamo questo, vediamo l’altro, troppo caro. Finalmente dopo venti minuti Bruce e il suo commesso risalgono, chiacchierando di lampade. Siamo sempre gli unici due clienti in negozio, ma lui si sta avviando verso l’uscita dove l’aspetta una macchina. Lo intercetto. “Bruce?”, dico. “Yes?”, risponde. E’ cortese ma distratto, guarda già oltre. Gli spiego che sono un giornalista italiano (è attaccatissimo a sua madre, italo-americana, magari funziona), mi stringe la mano. Sta per andarsene, ma parte la seconda missione. Lo ringrazio per The Rising: “Perche”, gli dico, “quella mattina dell’11 settembre ero sotto le Torri durante l’attacco, ho visto i pompieri che non sarebbero mai tornati entrare nella Torre Nord carichi di attrezzature. Un ricordo difficile. Il tuo album mi ha molto aiutato”.

Ora da cortese diventa partecipe, interessato. “Come mai eri li sotto?” mi chiede. Gli racconto che verso le 8.49 di quel martedì mattina, una splendida giornata di sole, andavo in ufficio sul mio Land Cruiser verde quando mi chiamano dall’ufficio: ”Mario, un aereo da turismo ha colpito una delle Torri Gemelle”. In quel momento sono davanti al Madison Square Garden sull’8a Avenue. Penso a Inferno di cristallo. Invece di andare a Nord verso la 52 East, dove avevamo gli uffici della EMC/Sole 24 Ore, istintivamente giro a sinistra sulla 33esima, imbocco la West Side Highway e scendo a Sud. In fondo si vede una nuvola di fumo nero in uscita dalla Torre Nord.

Da lontano tutto sembra molto contenuto, ma l’inferno è già per strada, davanti e dietro di me scendono a sud colonne di carri dei pompieri, ambulanze, macchine della polizia, un corteo e un concerto di sirene che urlano con tonalità diverse, stridule, una cacofonia che non avevo mai sentito prima e che non ho mai risentito dopo. Arrivo a ridosso delle due Torri, non ci sono ancora blocchi. Mi aiuta la mia targa, NYP, New York Press, mi fermo all’angolo con Vesey Street, forse a 50 metri dall’ingresso Nord, parcheggio in seconda fila, scendo dal Land Cruiser. In lontananza sulla destra, verso la Statua della Libertà, vedo un aereo che vola basso, sta virando verso sinistra per venire verso le torri. Ormai sappiamo che il primo aereo non è stato un incidente, ma un attacco terroristico. Essendo ottimista penso che l’aereo stia venendo verso di noi per spegnere l’incendio della torre Nord. L’aereo sparisce, coperto dai due grattacieli, non vedo l’impatto, vedo solo alle 9.03 la palla di fuoco, la gigantesca esplosione che viene verso di me.

Racconto a Bruce delle impressioni più forti di quei momenti: pur essendo vicinissimo all’azione non avevo capito che l’esplosione era il secondo attacco. A volte, più vicino sei e meno sai, mi era già successo nella prima guerra in Iraq. Gli racconto del fiume di persone che in modo ordinato avevano evacuato tutti i palazzi vicini. Migliaia di persone che marciavano lentamente, trascinandosi verso Nord, lungo il fiume Hudson, senza guardare indietro. Un esodo biblico. Gli racconto dei tonfi sordi, dei corpi che precipitavano davanti a me, persone come noi, che preferivamo il vuoto e la morte alle fiamme. Gli dico dei pompieri che entravano a frotte e che stavo per entrare anch’io, non c’erano controlli, solo il caos. Ma avevo la macchina parcheggiata in seconda fila, penso che poteva essere d’intralcio o portata via. E resto fuori. Fu il Land Cruiser a salvarmi.

Poi capisco dalla radio di un poliziotto che ci sono altri attacchi, al Pentagono, in Pennsylvania, che l’America è in fiamme, che i cieli sono vuoti e tutti i voli bloccati. Salto in macchina e vado in ufficio per seguire meglio il primo attacco della Storia sul continente americano. Entro giusto in tempo per vedere in televisione le Torri crollare là dove ero con la mia macchina. E rivedo l’immagine dei pompieri che entrano. Vado in diretta con Radio 24 e sento scendere le lacrime. So che sono tutti morti. Un cretino intervistato fa il filosofo: l’America se l’era cercata. Gli urlo addosso. Gli dico dei pompieri e dei morti e che doveva vergognarsi. Abbiamo poi saputo che quel giorno sono morti 347 pompieri newyorchesi.

Bruce mi mette la mano sulla spalla: ”Sorry man – mi dice - that must have been hard!”. Gli chiedo cosa faceva lui in quel momento, quando il tempo era sospeso e il mondo era incollato davanti ai televisori. Mi racconta che all’inizio era a casa, in cucina a prepararsi un breakfast: “Poi qualcuno entra, hai sentito? E’ terribile. Vado in soggiorno, accendo la televisione e vedo l’impatto del secondo aereo con la Torre Sud. Poi il crollo, e ho pensato alle vittime di ogni genere, ma anche ai pompieri e alla loro storia, alla loro abnegazione. Non erano dentro, sono entrati per salvare chi era dentro. Il loro sacrificio e quello dei soccorsi per me è l’abnegazione insita nella natura americana, quella della gente comune pronta a dare per gli altri. A casa, in New Jersey, ero a 12 miglia di distanza. La sera sono andato a Manhattan, ho visto le macerie e il fumo. Molta emozione. Molto diverso che in televisione”.

Gli chiedo quando ha sentito l’ispirazione per The Rising. “Subito”, mi dice, “in quei giorni. C’era un’emozione comune a tutti gli americani, c’era un’emozione unitaria che ci legava tutti senza differenze, e quel legame quella sofferenza dovevano essere raccontanti”. Si sofferma un attimo, poi dice “Sorry I have to run (sic! ndr), see you soon I hope”.

Non l’ho più rivisto, è sparito sull’auto fuori del negozio, di sicuro diretto a casa in New Jersey. Compiute tre missioni (ho anche trovato l’anello) ne restava una quarta: tornato a casa dovevo riascoltare The Rising, rileggere tutto quel che era stato scritto. Bruce non me lo aveva detto nel nostro breve incontro fortuito, ma ad altri ha raccontato che subito dopo l’attacco era fermo a un semaforo e dall’auto vicina il conducente aveva abbassato il finestrino e gli aveva detto: “Bruce, we need you now”, ora abbiamo bisogno di te. Si mette al lavoro quasi subito, scrive le canzoni, le prova, le registra fra il settembre del 2001 e il maggio del 2002.

L’opera è molto diversa dalle sue precedenti. Intanto per la prima volta dopo diciotto anni torna in studio con la sua E-Street Band. Il lavoro è rapido, sceglie il leggendario produttore Brendan O’Brien, decidono di mettere le chitarre e i violini in primo piano e le tastiere dietro, di usare molto il lamento di Clarence Anicholas Clemons Jr, Big Man, e naturalmente l’armonica di Bruce. Il mantra è semplice: niente asprezze, molte emozioni. Spiritualità, dolore infinito, vulnerabilità, lacrime, sensi di colpa, rimpianti dominano ma portano un messaggio di resurrezione e di speranza.

C’è subito un impegno, è per il 21 settembre 2001: artisti e attori americani si ritrovano al Telethon per raccogliere fondi per le vittime. Bruce decide di eseguire My City of Ruins, scritta nel novembre del 2000 per aiutare Asbury Park, città del New Jersey avvizzita, a ritrovare un suo percorso. Cambia appena qualche parola. Poi scrive You are Missing, poi si sveglia una notte e gli viene The Fuse. In tutto 15 canzoni, alcune già uscite come Farther On, Waiting for a Sunny Day, Nothing Man e, appunto, City of Ruins. Ma fra tutte, sei per me sono davvero emotivamente taumaturgiche: Lonesome Day che apre l’album, che subito dà il contesto, racconta la solitudine di chi è rimasto, ma è densa di dubbi e amarezza e di sensi di colpa per non aver approfondito in tempo un sentimento, una parola.

La canzone presenta la complessità di questo lavoro di Springsteen anche nella sua connotazione religiosa. Chiacchierando con Ted Koppel di ABC News ha detto: “Sono cresciuto come un bravo ragazzo cattolico, certi valori, certe speranze mi sono rimasti”. Ricordiamo alcuni versi: ”Credevo di sapere tutto di te…ma non sapevo molto..,It’s gonna be okay If I can just get through this lonesome day” e poco dopo “I am gonna pray right now, all I got it’s this lonesome day” e infine: “Let Kingdom come, I’m gonna find my way through this lonesome day”. Solitudine, preghiera e resurrezione, dunque, fanno da introduzione al resto dell’album. Poi si arrivano le altre cinque: Into the Fire, Empty Sky, You are Missing, The Rising e My City of Ruins.

Into the Fire sono i pompieri e gli addetti sanitari e i poliziotti che “salgono su per le scale nel fuoco per amore e dovere… Love and Duty called you some place higher, somewhere up the stairs into the fire”. E poi il ritornello: ”Che la tua forza ci dia forza, che la tua fede ci dia fede, che la tua speranza ci dia speranza, che il tuo amore ci dia amore”. Già queste prime canzoni esprimono la profonda novità nell’esperienza artistica di Springsteen, certamente più universale. Non c’è la narrativa dura, violenta di Born in the USA, la sofferenza di classe dopo la rottamazione Reaganiana, l’asprezza descrittiva, con il giovane picchiato come un cane per strada, finito a combattere in Vietnam e a lavorare nella raffineria; ne’ la solitudine di Bill Horton “il cauto uomo di strada…con due tatuaggi.. Amore da una parte e Paura dall’altra”, non ci sono gli operai che hanno perso il lavoro nella cintura industriale ormai arrugginita, non c’è la spaccatura sociale tra quelli che hanno e quelli che non hanno, non c’è la rabbia nella voce ruvida, non c’è il rock aggressivo che rivendica qualcosa per coloro che sono stati dimenticati, non c’è la sobrietà dei lavoratori, l’isolamento dei criminali, persino degli assassini che troviamo in Nebraska. Le canzoni di The Rising sono sottotono. La voce è morbida. La musica a tratti e’ un lamento, le parole sono ripetitive, spesso rappresentano un descrittivo di normalità quotidiane nelle quali possiamo davvero identificarci tutti noi che ascoltiamo, pensando a quanto hanno sofferto i figli e le madri e i padri e le mogli e i fratelli di chi e’ stato ucciso nelle fiamme. Anche perché sappiamo che in quel giorno normale poteva succedere a noi. E’ in questa normalità che spuntano Empty Sky e You Are missing. La prima rievoca il simbolo dei cieli vuoti. In quella giornata quando ogni volo fu cancellato dal cielo americano. Ma, soprattutto, nella testa di chi, dopo, ancora stordito, si sveglia al mattino senza trovare speranza nel cielo azzurro, vita nelle nuvole in movimento, colori nelle albe e nei tramonti, ma solo questo cielo che appare arido e vuoto. Segue la dolcezza rassegnata di You Are Missing, forse la più intima, la più condivisibile fra tutte le canzoni dell’album. Qui Springsteen esplora tutto quello che resta, le scarpe nel corridoio, la camicia appesa nell’armadio, la giacca sullo schienale della sedia “come l’avevi lasciata ieri sera”. L’assoluta normalità degli oggetti nella loro dinamica di vita quotidiana…”But you are missing”, ma tu non ci sei… Your Keys in the door, Your voice in the hall, your smell drifts through our bedroom, but you are missing”. Struggente, commovente, realistica, You Are Missing, è la più tenera fra tutte le canzoni dell’album, cantata quasi sottovoce, così atipica per Springsteen.

Infine The Rising che dà il titolo all’album. La storia di un singolo pompiere, giovane, che segue la sua vocazione, che sale e sale, fino a trovarsi nell’oscurità “con uno zaino da 40 chili e una corda lunga mezzo chilometro”. Il pompiere ascende cosi’ verso il cielo, c’è il suo ricordo ostinato della moglie e dei figli piccoli che restano. Questa volta, a differenza di You Are Missing, il punto di vista è il suo, di quello che lascia non di quelli che restano, e il cerchio si chiude. La canzone del singolo pompiere diventa inno universale grazie a una struttura che apre la melodia su tre approcci diversi e un testo che racconta l’ascesa nelle sue varie forme: verso il cielo, verso la missione, verso il dovere, verso l’astratto. E’ di nuovo densa di tratti e riferimenti religiosi, la Mary che aspetta in giardino può essere la moglie del pompiere o può essere Maria Maddalena che incontra Cristo risorto; il giardino di mille sospiri e’ il giardino di Shakespeare in Twelfth Night. Ci sono croci e preghiere. La canzone diventa gospel nel gennaio 2009 quando Bruce apre il concerto per l’inaugurazione di Barack Obama davanti al Lincoln Memorial. Canta accompagnato solo dalla sua chitarra acustica e da un coro di 125 donne in tuniche rosse, una performance da brivido. Il Rising, l’ascesa, diventa l’ascesa del primo nero alla Casa Bianca.

Ed è in questo che troviamo, costante e ricorrente, la grandezza di Springsteen: nella sua capacita’ di renderci partecipi di un momento della nostra storia, collettiva e personale, della nostra vita, sociale e politica. Coglie il momento e ci trasmette quelle emozioni che sono centrali nella vita di tutti noi e che rappresentano la risposta al desiderio del signore del finestrino: ci fanno star meglio.

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