I Maneskin e il giro di boa dopo il concerto all’Olimpico: adesso riusciranno a fare i conti con il loro futuro?
di Ernesto AssanteDiciamolo subito: il concerto dei Maneskin allo Stadio Olimpico ieri sera (si replica stasera e poi il 24 e il 25 luglio a San Siro) è stato un trionfo. Due ore di concerto, sessantamila persone entusiaste, rock a tutto volume. Il fattore campo è stato certamente un fattore importante, il calore del pubblico romano è per forza di cose più grande, la band gioca in casa, con tanta, però, emozione in più perché come giustamente dice Damiano David, “suonare in questo posto è il sogno di una vita, era l’obbiettivo impossibile da raggiungere”.
Quella dell’Olimpico è una performance a suo modo simbolica, dunque, anche perché il “trionfo” capitolino lo avevano già ricevuto con il concerto ‘imperiale’ al Circo Massimo. Simbolica perché chiude idealmente un percorso, partito come tutti sanno dalle strade e dai club di Roma e arrivato gloriosamente allo Stadio Olimpico, fatto di successi e soste, in soli sette anni che li hanno vi…
Diciamolo subito: il concerto dei Maneskin allo Stadio Olimpico ieri sera (si replica stasera e poi il 24 e il 25 luglio a San Siro) è stato un trionfo. Due ore di concerto, sessantamila persone entusiaste, rock a tutto volume. Il fattore campo è stato certamente un fattore importante, il calore del pubblico romano è per forza di cose più grande, la band gioca in casa, con tanta, però, emozione in più perché come giustamente dice Damiano David, “suonare in questo posto è il sogno di una vita, era l’obbiettivo impossibile da raggiungere”.
Quella dell’Olimpico è una performance a suo modo simbolica, dunque, anche perché il “trionfo” capitolino lo avevano già ricevuto con il concerto ‘imperiale’ al Circo Massimo. Simbolica perché chiude idealmente un percorso, partito come tutti sanno dalle strade e dai club di Roma e arrivato gloriosamente allo Stadio Olimpico, fatto di successi e soste, in soli sette anni che li hanno visti crescere fisicamente, mentalmente, musicalmente, da adolescenti a ragazzi, da sognatori a star. Più di questo, in termini di successo, per quello che riguarda il nostro paese, non possono chiedere; più di questo ci sono magari concerti più affollati, più dischi d’oro e di platino, più stream sulle piattaforme, ma sono solo numeri in più, nulla di sostanziale.
La sostanza era in scena ieri sera, con sessantamila cuori e voci a cantare in coro le loro canzoni, come solo sette anni fa non immaginavano potesse mai accadere. Quindi? Quindi c’è il mondo, che già in parte hanno conquistato, ma che ha spazio in abbondanza per far crescere altri sogni, altri obbiettivi, altri stream, biglietti, soldi. Ma poi c’è la musica, o ci dovrebbe essere; quindi quando la cavalcata che stanno facendo e che continuerà in giro per il pianeta nei prossimi mesi, un lungo tour nei quattro angoli del mondo, dovranno fermarsi e fare i conti, non dei soldi guadagnati (saranno abbastanza da far risultare il conto inutile) o dei sogni realizzati, ma su quello che sono, che possono essere, che vogliono essere.
Maneskin all'Olimpico, la dedica di Damiano alla sua band: canta Iron Sky di Nutini
Dovranno fare i conti con il loro destino, che per adesso sembra segnato ma che, come ogni artista sa, non lo è mai davvero. Dovranno fare i conti con le loro idee, che certamente verranno condizionate da infinite pressioni, aziendali, industriali, commerciali, d’immagine, perché non potranno fare finta di non essere diventati i Maneksin, ovvero una band dal successo internazionale. E sarà curioso vedere cosa vorranno e potranno fare, sarà interessante soprattutto per noi italiani, perché nel nostro paese nessuno si è mai trovato nella condizione in cui sono loro, alla loro età, con la loro musica.
Concessioni per adesso ne hanno fatte poche, e anche quelle che hanno fatto svaniscono non appena salgono sul palco (dove per fortuna non esiste Max Martin o i suoi amici americani). Si, vabbè, ci sono luci e i colori, il palco è enorme, la distanza dal pubblico sugli spalti è infinita e loro per gran parte dei sessantamila dell’Olimpico sono solo dei puntini lontani, altro che via del Corso. Si, d’accordo, ci sono le fiamme, per altro come unico effetto speciale dell’intero concerto, ma del resto le usa anche Paul McCartney e non viene considerato un reato.
Quindi qual è la sostanza del concerto? La musica, il rock, anzi se ci è concesso dirlo senza che sembri offensivo, il rumore. Si, il sano e solido rumore che produce una rock band quando gli interessa scuotere le anime di chi ha di fronte. Rumore, bello, potente, assordante, tanto quando quello dei cannoni che usavano gli Ac/Dc in concerto durante Hell’s bells. Rumore, quello della chitarra di Thomas Raggi, distorta e incasinata al meglio, quello quadrato e ben scandito della batteria di Ethan Torchio che con Victoria De Angelis tiene in piedi l’intera macchina sonora della band. Quello di Victoria, che nel rumore si trova incredibilmente a suo agio, e sorride, estatica, per tutto il concerto senza mai fermarsi. Rumore puro, limpido, essenziale, che la band gestisce al meglio, giocando con gli alti e i bassi del volume e del ritmo, tenendo alta la tensione per due ore senza pause.
Melodia? Canzone? Un paio di cose, nulla di più, quando spengono i motori e intonano Coraline o nel brevissimo spazio acustico, chitarra e voce, nel quale cantano Torna a casa e Vent’anni. Il resto è rock, basilare, ultrapotente, quadrato, gestito da basso, chitarra e batteria come vuole la regola e ‘impreziosito’ solo dal canto di Damiano David. Che si toglie anche lo sfizio di cantare a cappella (benissimo peraltro) “Iron Sky” di Paolo Nutini. Ed è quanto basta, quanto serve, quanto è anzi ‘necessario’ per ribadire la loro distanza dal resto del pop italiano, senza se e senza ma. Gli altri, quelli del rap o del pop, quelli che fanno i tormentoni estivi e le ballate ‘romantiche’, il rumore non sanno cosa sia, non lo frequentano, non lo vogliono, lo rifiutano, cercano di apparire e non di essere.
Mentre i Maneskin ‘sono’, con il loro entusiasmo, il loro casino, con la distorsione al massimo e le urla “alzate quelle cazzo di mani” che sembrano una volta tanto avere senso. Si perché la festa non è solo per loro che sono sul palco, ma per i sessantamila dell’Olimpico, entusiasti. Va detto che qualche anno fa, diciamo anche parecchi anni fa vista la sostanziale scomparsa del rock dallo scenario musicale italiano) a sentire un concerto di hard rock come quello dei Maneksin (si, ho scritto hard rock perché, anche se aggiornato ai tempi, di questo si tratta) ci sarebbero andati in tanti di quelli che la gente ‘normale’ avrebbe descritto come ‘disagiati’, ‘strani’, ‘dropout’, rocker nazionali possibilmente vestiti di nero anche d’estate, con i capelli lunghi e qualche catena d’ordinanza.
Invece al concerto dei Maneskin ieri a dominare era il bianco estivo delle magliette indossate da un pubblico di ragazzi ‘normali’, addirittura ‘nerd’ se ci è concesso dirlo. Ragazzi che della trasgressione non sanno che farsene e non gli interessa, che della ribellione hanno forse letto in qualche libro o sentito parlare dai nonni. Che a cambiare il mondo non ci pensano nemmeno e che, davvero, ve lo assicuro, venti anni fa a un concerto rock non ci avrebbero messo piede nemmeno se pagati. Invece ora sono la maggioranza allo Stadio Olimpico, perché il mondo è cambiato, gli anni Duemila sono in giro da ventitrè anni, Internet è roba vecchia, la rivoluzione è andata in pensione. Ma tutti, in coro, cantano con convinzione ‘siamo fuori di testa ma diversi da loro’. E non c’è dubbio che sia così, vista la distanza incommensurabile che c’è tra “Kool Kids” e “Disco Paradise”.
Ragazzi ‘normali’ ma che hanno voglia, bisogno, necessità del rumore, di qualcosa che spezzi l’orizzonte fisso che hanno davanti agli occhi. Niente di eccessivo, sia chiaro, l’eccesso non fa parte della cultura dei Maneskin, non è nel loro messaggio visivo o nei testi, ma quanto basta per dichiarare una qualche piccola difformità dall’ovvio quotidiano, che li ricatturerà non appena il concerto sarà finito. Poco? Si, certo, ma non nulla, e di questi tempi accontentarsi non è di certo godere, ma è già qualcosa. E poi, altra clamorosa novità, la maggior parte del pubblico è femminile. Sono arrivate allo Stadio Olimpico solo perché Damiano David è bello? Anche, perché negarlo, ma non è possibile nemmeno negare che il rock, ancora oggi, è roba da maschi. Invece i Maneskin, complice ovviamente la liberissima e solare Victoria De Angelis, parlano alle ragazze, gli chiedono di fare rumore, cosa che nessun altro chiede loro di fare. E anche questo non è poco in un mondo come quello in cui viviamo.
Alla fine, comunque, è un bel concerto? Possiamo dire di si, la band si spende con energia e entusiasmo, suonano bene, hanno un repertorio con una buona dose di hit che la gente canta con piacere, la noia non arriva mai, ognuno dei quattro ha il suo spazio e lo usa sapientemente, fanno quello che vogliono fare e lo fanno bene. E i sessantamila dell’Olimpico vanno via sudati e contenti.