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Bobby Solo: “Ho detto no ai Beatles e a Moroder. Oggi canto per riparare ai miei errori”

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L’artista, 78 anni, celebra sessant’anni di carriera con un album dedicato ai Fab Four con un inedito scritto con Sean Ono Lennon
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Bobby Solo ha 78 anni, sessanta dei quali passati nel mondo della canzone, visto l’esordio del 1963 con il primo singolo, Ora che sei già una donna. Ma il tempo non ha inciso granché sulla sua voce e nemmeno sulla sua passione per la musica e, soprattutto, per il rock’n’roll, che da sempre (pop permettendo) è stata la sua stella polare. Elvis era il suo mito, e per molti versi lo è ancora, ed è proprio con l’approccio del rock’n’roll e il “sentimento” di Elvis che ha deciso di fare un album diverso da tutti quelli fatti prima, intitolato Get back e dedicato alla musica dei Beatles. Bobby Solo canta i Beatles con il suo stile inconfondibile, con quella profondità ‘alla Elvis’ che lo ha sempre guidato e con uno spirito appassionato e divertito: «Ho fatto una cosa tipo quella che Rick Rubin ha fatto con Johnny Cash, pochi strumenti, tanta passione e la voglia di far diventare mie delle canzoni che ho sempre amato», ci dice, «io amo cantare, non ho una mente da businessman, canto per il g…

Bobby Solo ha 78 anni, sessanta dei quali passati nel mondo della canzone, visto l’esordio del 1963 con il primo singolo, Ora che sei già una donna. Ma il tempo non ha inciso granché sulla sua voce e nemmeno sulla sua passione per la musica e, soprattutto, per il rock’n’roll, che da sempre (pop permettendo) è stata la sua stella polare. Elvis era il suo mito, e per molti versi lo è ancora, ed è proprio con l’approccio del rock’n’roll e il “sentimento” di Elvis che ha deciso di fare un album diverso da tutti quelli fatti prima, intitolato Get back e dedicato alla musica dei Beatles. Bobby Solo canta i Beatles con il suo stile inconfondibile, con quella profondità ‘alla Elvis’ che lo ha sempre guidato e con uno spirito appassionato e divertito: «Ho fatto una cosa tipo quella che Rick Rubin ha fatto con Johnny Cash, pochi strumenti, tanta passione e la voglia di far diventare mie delle canzoni che ho sempre amato», ci dice, «io amo cantare, non ho una mente da businessman, canto per il gusto di farlo e il gusto non va mai in pensione».

Il progetto è nato dalla collaborazione con Francesco Arpino, musicista, produttore, amico e collaboratore di Sean Lennon, che ha coinvolto Bobby Solo, lo ha portato in studio e in tre giorni ha registrato tutti i brani, ‘in one take’, buona la prima, «Comprese le chitarre e i pianoforti, come si faceva una volta», sottolinea Arpino, «con Bobby che cantava in un modo così unico come solo lui sa fare, come se quei pezzi fossero sempre stati suoi». Alla fine ne vengono fuori 11 brani dei Beatles più una versione esclusiva e inedita di Day after day un pezzo che ha scritto insieme a Sean Ono Lennon, in un disco curioso, divertente e elegante, che rende giustizia alla storia e alla personalità di Bobby Solo: «Chissà se renderà giustizia anche ai miei errori», dice lui.

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Perché?

«Inizio col dire che ho fatto parecchi errori nella mia vita, soprattutto all’inizio, quando ero giovane e fesso. Partiamo dai Beatles: era il 1965, avevo avuto un grande successo internazionale dopo Una lacrima sul viso, e un bel giorno chiamò Dick James, l’editore dei Fab Four, che mi voleva vedere a Londra, perché mi aveva ascoltato e voleva propormi delle cose. Io avevo vent’anni, ero fessacchiotto, innamorato di Elvis, il mio unico mito. Quando arrivai a Londra mi ricevette Dick James, sembrava Churchill, tutto rosso. E mi disse: ‘Ho una grande canzone di Paul McCartney e vorrei che la cantasse lei”. Io ero magrolino, con il ciuffo, i pantaloni alla caviglia con il calzino bianco, e gli dico: “Grazie Dick, ma è una canzone francese, io faccio rock’n’roll, grazie no. Era Michelle».

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Incredibile…

«Lo deve aver pensato anche lui, ci rimase un po’ male. Ricordo l’ufficio a New Oxford Street, ricordo la lacca che lui mise sul giradischi. Fu un grandissimo errore. Ma non l’unico…».

E quale altro?

«Nel 1977: “Pronto, parlo con Bobby Solo? Salve sono Giorgio Moroder, sono a Trento, in studio, e ho dei pezzi per te”’. E io cosa ho risposto? “‘No grazie, io i pezzi me li scrivo da solo”. E potrei andare avanti ancora».

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Ovvero?

«A un certo punto ho avuto un clamoroso successo in Giappone, tre milioni e mezzo di dischi, un tour con quaranta concerti tutti esauriti. Mi contattarono dei funzionari di Stato e mi dissero che l’imperatore Hirohito mi voleva invitare a cena. Io risposi che ringraziavo ma non accettavo, era l’unica serata libera che avevo. Per sette anni non ho potuto più mettere piede in Giappone».

Bobby Solo alla sua prima vittoria a Sanremo nel 1965 con 'Se piangi, se ridi'

 

Ma ricorda anche cose belle?

«Certo, il primo Sanremo, e poi le vittorie a Sanremo, ma anche i giorni passati con gli Yardbirds a Londra, a suonare con loro e vedere Jeff Beck fare meraviglie con la sua Esquire, che aveva grattato con la carta smerigliata per farla vibrare meglio, o le serate con Brian Auger e Rod Stewart. O quella volta a San Francisco che incontrai David Crosby. Erano così gli anni 60».

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Un periodo fantastico

«Si, degli anni meravigliosi, con grandissimi successi. Ho avuto i miei alti e i miei bassi. Ora sono nei medi, quindi sono felice del periodo in cui mi trovo e della musica che sto facendo. I Beatles li ho iniziati ad apprezzare tardi ma trovo le loro canzoni davvero stupende. Io sono amico di Francesco Arpino, lui è amico di Sean Lennon, è molto dentro la musica dei Beatles, ed è a lui che qualche anno fa ho detto: “La mia voce si è fatta più profonda, alla Johnny Cash, mi piacerebbe fare i pezzi dei Beatles con questa voce e con il mio stile”. E lui mi ha accontentato. Così è nato questo disco, senza una prospettiva, solo per amore delle canzoni, per la voglia di cantarle».

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È un repertorio nel quale si sente a suo agio?

«Per forza, sono canzoni che hanno armonia e melodia. Non voglio criticare nessuno, ma molte delle canzoni di oggi non hanno né capo né coda. Invece queste ti portano dentro un mondo bellissimo, canzoni come Michelle o Yesterday. Ma la mia preferita è Across the universe, quando la canto mi sento in sella a un cavallo da corsa. Ma è la semplicità di queste canzoni che affascina, come nelle nostre canzoni più note al mondo, come Io che non vivo o Volare. Alla fine le note sono solo sette, le combinazioni tra loro sono tante, ma sono quelle, le usiamo da cento anni, prima o poi si assomigliano. Quindi oggi è più difficile scrivere cose nuove. Meglio, allora, cantare canzoni come queste e farsi emozionare. Mi piacerebbe cantare cose come Una lacrima sul viso o Se piangi, se ridi, ma dato che non ci sono preferisco cantare i Beatles con amore».

Bobby Solo con Lucio Dalla e Gianni Morandi al Festival di Sanremo nel 1972

 (ansa)

Ha nostalgia del passato?

«Nostalgia no, ma erano davvero dei bei tempi. Il mio concetto è che la musica classica è immortalata nell’eternità, mentre il pop è la colonna sonora della contemporaneità. Nei Sessanta c’era lavoro, gli italiani producevano i frigoriferi e i televisori, eravamo noi i cinesi, avevamo il benessere, non c’era bisogno di fare i mutui, affittavi la tua casa. E ballavi, avvinghiato con le ragazze i lenti d’inverno, mentre d’estate in bikini prendevi la tintarella di luna. Poi sono arrivati gli anni Settanta, la crisi, le Brigate Rosse, nasce la musica dei cantautori sociali, poi gli Ottanta, le discoteche, le trasgressioni, e via così, fino a oggi, dove si parla di intelligenza artificiale e la musica è nei computer. Prima non c’era il clic per tenere il tempo, ci si guardava e c’era una pulsazione come il cuore. La musica è lo specchio dei tempi che stiamo vivendo, i giovani apprezzano nuovi cibi come il sushi, io la pasta e fagioli e le tagliatelle. Ma i giovani hanno diritto ad avere nuove sensazioni e nuova musica».

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