L’idealista Fichte scriveva “Essere liberi è nulla. Diventare liberi è il paradiso”. Un po’ è anche Paradiso maiuscolo, nel senso di Tommaso, il cantautore romano che si è «liberato da schiavitù mentali» per arrivare al nuovo disco Sensazione stupenda, e che proprio sul filosofo idealista in questione fece la tesi di laurea. Il secondo lavoro da solista, dopo il distacco burrascoso dai Thegiornalisti nel 2019, esce il 6 ottobre, pasteggiato a singoli, e condensa il suo gusto estetico, sonoro, citazionista: ritornelloni, apnee negli anni 80, echi dei suoi miti (Vasco, Carboni, Stadio, Dalla, ma anche Amor Fou, Battiato), la fine dell’estate o di una storia, la meta-canzone. Insomma è ancora quello che piange per gli stessi film, si sgola d’amore e si affeziona alle magliette dal 1983, anno di nascita.
Eppure, Paradiso, molto è cambiato?
«Sono riuscito a racchiudere nel disco i momenti tragici e gioiosi del mio quotidiano…
L’idealista Fichte scriveva “Essere liberi è nulla. Diventare liberi è il paradiso”. Un po’ è anche Paradiso maiuscolo, nel senso di Tommaso, il cantautore romano che si è «liberato da schiavitù mentali» per arrivare al nuovo disco Sensazione stupenda, e che proprio sul filosofo idealista in questione fece la tesi di laurea. Il secondo lavoro da solista, dopo il distacco burrascoso dai Thegiornalisti nel 2019, esce il 6 ottobre, pasteggiato a singoli, e condensa il suo gusto estetico, sonoro, citazionista: ritornelloni, apnee negli anni 80, echi dei suoi miti (Vasco, Carboni, Stadio, Dalla, ma anche Amor Fou, Battiato), la fine dell’estate o di una storia, la meta-canzone. Insomma è ancora quello che piange per gli stessi film, si sgola d’amore e si affeziona alle magliette dal 1983, anno di nascita.
Eppure, Paradiso, molto è cambiato?
«Sono riuscito a racchiudere nel disco i momenti tragici e gioiosi del mio quotidiano. Con grande sforzo, ho trasformato il negativo in una tappa necessaria per arrivare a stare bene. Ho vissuto un po’ la triade hegeliana: tesi, antitesi, e finalmente sintesi. Mi sono seduto all’inferno, poi mi sono detto “fai pace”, ed è arrivata l’euforia, la sensazione stupenda».
Di quale inferno parla?
«C’è un’angoscia interiore di cui non sempre conosco le cause, e fatti esterni che incidono se hai un minimo di coscienza: pandemie, guerre, stupri. Ma a differenza del precedente Space Cowboy, questo disco nasce in uno strappo di vita entusiastico, a duemila. Vuole essere raggiante. L’energia mi è arrivata dal grande abbraccio del pubblico, e comunque, malgrado la malinconia, io tendo alla luce».
E pace è stata anche con il suo ex chitarrista Marco Rissa, con lei in tour nei palazzetti dal 16 novembre.
«In realtà, dopo lo scioglimento, noi due siamo sempre rimasti in contatto, ci siamo visti senza sbandierarlo sui social. Doveva essere con me già nel tour precedente. Dagli inizi, nel 2009, gli avevo promesso che qualsiasi cosa fosse accaduta, avremmo suonato insieme. Realizzo il sogno di avere due chitarristi sul palco».
L’altro rapporto, con il batterista Marco Primavera?
«Diciamo che sto molto bene così. È rientrata la figura essenziale della mia carriera, il produttore Matteo Cantaluppi, e siamo andati come treni, come ai vecchi tempi. Mi sono di nuovo sentito a casa».
Blu ghiaccio travolgente, il prossimo singolo, è il suo manifesto?
«Tra le tre canzoni più importanti che ho scritto, gioca nel campionato di Completamente e Questa nostra stupida canzone d’amore. Racchiude tutta la mia poetica e la mia musica. C’è l’andamento oasisiano - e senza gli Oasis oggi non starei qui – l’orchestra, il suono sintetico. La terra sparirà forse bruciata da una supernova e io immagino questo frammento di ghiaccio che viaggia nel tempo e nello spazio, come il dna della storia dell’umanità, con dentro le nostre piccolissime storie».
Atmosfere spesso nostalgiche. Non riesce a pensare al futuro?
«Guardare film come Pane, amore e fantasia o i vecchi autobus verdi, mi dà benessere. Il passato mi incanta ma non lo vorrei indietro, lo osservo dal presente. Sono invece ossessionato dal futuro. Potessi viaggiare nel tempo, mi sveglierei fra cinquemila anni per vedere com’è».
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Non c’è più il futuro di una volta?
«Sono cresciuto bombardato da libri e film di fantascienza che prefiguravano una società all’avanguardia, invece, mi sembra che il nostro futuro si sia racchiuso nei telefonini. Comodo, per carità, ma mi aspettavo di più».
La realtà ha esaurito la fantasia?
«Diciamo che la realtà sta rubando il tempo all’immaginazione. Non so quanti, oggi, sappiano stare da soli a riflettere e fantasticare, senza accessori tecnologici, come facevano Voltaire o Verne. È tutto veloce, tutto uno “scrollare”, il cervello è un magazzino di distrazioni. Ma questa generazione la difendo. Ha a cuore il tema dell’ambiente. Il ritorno al verde, al pascolo, mi è carissimo»
Va tutto così veloce che l’ it-pop, il nuovo pop degli anni Dieci del Duemila, è una playlist dei ricordi. Il rap occupa ogni spazio. Che effetto le fa?
«Nel 2009 si suonava nei piccoli locali, distribuivamo demo autoprodotti. Oggi per avere i numeri devi fare anche altro, i video, i post, Sanremo. Io non ci sto dietro. Alla fine, quel che conta, sono solo le canzoni, non i generi o le mode. L’altro giorno camminavo per strada, un gruppo di ragazzi ha abbassato il finestrino e ha cantato tutta Completamente, e io con loro. Si è fermato il traffico. È una cosa impagabile».
Cos’è che arriva delle sue canzoni, la semplicità?
«Ma la semplicità è difficilissima. Lennon era maestro in questo, profondo e in grado di arrivare a tutti. Puoi scrivere il testo più bello del mondo, ma è il modo in cui dici le parole che fa la differenza. Credo la gente riconosca la mia sincerità. Sono un ragazzo di Roma che vive con una splendida donna e dei cani, circondato di amici, e scrive canzoni. Tutto qui».
La gavetta è stata fondamentale?
«Non è giusto aspettare troppo per avere un’occasione, ma ho avuto successo a 34 anni e, per sostenerlo, ero più strutturato di un giovanissimo. Lo dico spesso agli addetti ai lavori: se fate fare lo stadio a un artista appena uscito, rischiate di bruciarlo. Che dovrà fare dopo?».
Non le è mancato uno stadio?
«Ero già contento prima di aver fatto il Circo Massimo con il gruppo. Vorrei sottrarmi a questa logica dei numeri che sta un po’ rovinando l’ambiente».
Per questo nel suo disco non ci sono tanti ospiti? Altrove abbondano.
«Non punto a “streammare”. Semmai collaboro con artisti che amo, come Baustelle in Amore indiano».
Figlio del mare è il brano più maturo della sua carriera.
«È quello della resurrezione, lo scrissi due estati fa. C’era stato il caos per lo scioglimento del gruppo, gli insulti. In quel periodo mi ero fatto fagocitare, avevo sviluppato una paura di uscire di casa, di fare cose normali. Mi ritrovai su una spiaggia deserta della Corsica, con la canzone in testa, a camminare di nuovo sulle mie gambe. Guarito».
'Sulle nuvole', il primo film di Tommaso Paradiso - Il trailer
Canta “Non sai camminare perché hai piedi in cielo ma moriresti solo ncòpp’ a sta terra. Lo vedi com’è bella?”
«Il napoletano lì mi fa venire la pelle d’oca. Ascolto Pino Daniele, mi addormento quasi tutte le sere con i film di Totò, e mia madre è campana».
Sua madre, una figura fondamentale?
«Mi spinse lei a seguire la musica. La mia è una famiglia matriarcale come le orche, ordinamento al femminile che mi ha fatto crescere con una venerazione per la donna».
Si è espresso spesso sui femminicidi.
«Mi appello alle famiglie. Dove c’è l’ignoranza, prolifica il male. Manca l’educazione sentimentale, l’etica, la morale. Se un ragazzino si schianta in macchina e se ne vanta, vuol dire che non ha più metro di giudizio. Non sa distinguere cosa è giusto o sbagliato perché il suo mentore, il suo professore, non è la famiglia o la scuola, ma un social network».
Lei ha viaggiato tanto, prima commerciava pietre preziose. Mai pensato di lasciare Roma?
«No, sono proprio innamorato. Più Roma soffre, più mi viene da proteggerla. Per la prima volta le dedico un intero brano, Quando si alza il vento».
In Per sempre ragazzi, corre il Battiato di Bandiera bianca.
«Sono amante della citazione, alla Tarantino. Mi piace far conoscere agli altri la musica con cui sono cresciuto. Magari se la vanno ad ascoltare».
'Sulle nuvole', il primo film di Tommaso Paradiso - Il trailer
Chiude il disco uno strumentale, L’ultimo valzer. Anche lì c’è un tocco partenopeo, alla Dicitencello vuje?
«Pensavo più alle colonne sonore di Rota, Piccioni, Morricone, senza paragonarmi minimamente, ovvio. È che sognavo di fare una musica da film, e ne sono molto orgoglioso. Avrà un suo ruolo dal vivo».
Non la vedremo a Sanremo, vero?
«Non partecipo a gare canore. Se poi mi vorranno invitare a omaggiare quel palco, è un altro discorso».