Il titolo è di per se molto bello, Open lands e moving people, che da una parte si lega all’attualità e dall’altra ci porta in un mondo senza confini e ricco di sentimenti. Ed è questo il territorio del ‘jazz’ di Roberto Pistolesi, eccellentissimo batterista italiano che, in questo caso, è anche bandleader e compositore. ‘Jazz’ è scritto tra virgolette solo per far capire che non si tratta ‘solo’ di jazz, ma di un mondo sonoro decisamente più ampio, che Pistolesi prova a illustrare assieme a un’eccellente band formata da Roberto Tarenzi al piano, Zack Lober al basso, Daniel Juarez al sax, Teis Semey alla chitarra e da Sanne Huijbregts alla voce e al vibrafono. L’album è veramente molto bello, uno dei migliori album italiani di quest’anno, in bilico tra soluzioni spesso complesse e avanguardistiche e momenti decisamente più lirici e emozionanti. Per Pistolesi, che con il suo drumming è ovviamente al centro di questo nuovo album, si tratta di mettere in scena anche nuovi suoni e nuovi sentimenti.
Chi è il musicista Pistolesi oggi?
“Il musicista Pistolesi oggi è molto diverso da quello di dieci anni fa. Nella mia vita musicale ho cambiato ‘pelle’ molte volte, e questa volta penso di aver raggiunto una stabilità artistica che prima non avevo. Nei molti anni da sideman con jazzisti nazionali ed internazionali e nelle mie capatine nel mondo pop ho proposto la mia personalità artistica e il mio drumming, ma di rado sono andato a toccare la trama compositiva della cornice di cui facevo parte, o meglio la accarezzavo con suggerimenti che partivano sempre e solo dal mio strumento. Ora questo equilibrio è cambiato, sento sempre più il desiderio di prendere le redini della musica che voglio suonare, e la batteria ? solo parte della storia, è ‘casa’. Di sicuro, dopo aver passato un po' di anni a studiare composizione, seppur in maniera totalmente informale, sento oggi di avere più strumenti per uscire dal ruolo convenzionale di batterista jazz, scrivendo la mia musica e dando libero sfogo ad un gran numero di suggestioni collezionate in 25 anni di musica, e soprattutto di ascolto di musica! Con questo approccio in mente, anche il mio lavoro da sideman diventa più focalizzato, e riesco a prendere piú distanza dalle emozioni "distruttive". Qualunque cosa si dica del jazz, spontaneo cervellotico etc., bisogna controllare il magma emozionale e spingerlo nella giusta direzione. Quindi in breve, al giorno d'oggi mi sento sempre un batterista, ma ho anche il forte bisogno di scrivere e lavorare ai miei progetti”.
L’album è in bilico tra avanguardia e lirismo. Cosa le interessa di più?
“Mi interessa di più il lirismo, anche perché al termine avanguardia non ho mai pensato, nemmeno per un secondo. Non mi sento intellettuale abbastanza, dotto abbastanza, per dare etichette altisonanti alla mia musica. Il mio desiderio era quello di scrivere qualcosa che toccasse il mio cuore, prima di tutto. Questo ho cercato, suonando una tastiera giocattolo quando ero a N.Y., e in seguito nel mio project studio a Den Dolder, nel mezzo dei boschi olandesi. Durante un anno dedicato quasi solo alla scrittura, se non mi emozionava lasciavo andare l'idea, o la cambiavo finché non mi dava delle belle sensazioni. Il lirismo, o la melodia, sono i miei mezzi di scrittura: da sempre ho avuto tante note che mi passano per la testa, e non intendo ritmo, proprio note! A volte con ritmo, si”.
Alla ricerca di un equilibrio tra composizione e improvvisazione, quindi…
“Certamente, a volte sono indipendenti, altre volte sono consequenziali, altre ancora sono la stessa cosa. A volte la composizione viene da una improvvisazione, che è poi immortalata, fotografata. L'improvvisazione, io credo, viene sempre dall'estensione di una melodia, e poi spesso se ne distacca, tessendo trame più armoniche che melodiche. Ci sono delle leggi, io dico quasi divine, che regolano la successione e la relazione tra le note. Nei miei brani molto spesso le improvvisazioni significano rilascio fisiologico, un ‘ora vai!’ dato ai musicisti come riposo da un brano pieno di atmosfere diverse. Altre volte tratto il brano come un vero e proprio standard, sulla cui forma i solisti del gruppo esprimono quello che hanno da dire sulla musica, e viene fuori la personalità dei miei compagni. Non mi piace improvvisare su un brano che non amo, mi deve piacere la sostanza”.
Sono molto divertenti i riferimenti storici, da Zappa a Coleman.
“Questo mi rallegra tanto. Zappa per me ha rappresentato un punto di ascolto importantissimo: grazie a lui sono riuscito ad apprezzare luoghi reconditi della musica, forme strampalate con una logica spiazzante, ironia che diventa trash estremo, rappresentazioni del grottesco e momenti di alto, appunto, lirismo. Come dire, merda e cioccolata finissima, Zappa era entrambe le cose. Ornette Coleman, era anche un poco un gioco di parole. C-ornette alla crema è l'unico pezzo del mio disco ad avere una pulsazione swing, che non trascuriamo di distruggere in ogni maniera possibile. Mi sono ispirato alla musica di Misha Mengelberg, noto esponente storico del movimento free jazz olandese, che era ispirato chiaramente da Ornette e compari. Nel free ci può essere molta ironia, non è proprio come ci hanno fatto credere! Altri riferimenti sono quelli al prog rock, e al jazz contemporaneo della scena newyorkese, ma anche di quella europea. Tutto nel calderone”.
Nell’album nulla è come sembra, le canzoni non sono tali, la profondità è animata dalla leggerezza.
“Vero, il mio intento è di non ammazzare l'ascoltatore medio, ma di renderlo capace di trovare qualcosa di piacevole a cui aggrapparsi, anche se non si addentra nelle tecnicità della musica che ho scritto, che non è esattamente prêt-à-porter. Ci sono tante fasi, la musica è cangiante come lo sono state le mie idee: ho provato a non dare molto freno a tutto ciò che mi passava per la testa”.
La batteria è al centro, ma non è un album di un batterista. Quindi, cosa vuol dire per lei essere un batterista oggi?
“Molto spesso nei miei brani sono partito dalle melodie o dalle idee ritmiche, ci ho appiccicato una batteria elettronica, e poi sono tornato sulla parte di batteria alla fine di tutto. Non volevo un album classico del batterista che fa uno ‘statement’ di come suona la batteria, Anzi. Penso di aver suonato la batteria meglio in altri album, ma qui sono io, tutto quello che suono qui lo volevo suonare. È come quando una persona sa stare in mezzo alla gente e sa parlare un pò di tutto, risponde a tutti gli stimoli e reagisce di conseguenza ma non esprime mai una opinione: questo non vuol dire avere un'identità, ma solo avere delle capacità, delle skills. Secondo me le skills oggigiorno le hanno un po' tutti, ci sono ragazzi e ragazze di 14 anni che suonano lo strumento batteria meglio di come io riuscirò mai a fare. Ma ciò che veramente conta è il ‘cosa’. Il ‘come’ è sopravvalutato, è la cornice: se il quadro è vuoto passi e vai avanti, pensi ‘si saranno sbagliati’. Essere un batterista oggi per me è concentrarsi un po' e provare a fare una piccola differenza tramite la musica, considerata come elemento in purezza”