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Calcutta: “Soffro quando finisco al centro dell’attenzione. Sulla politica? Scherzo, non sono mica Bob Dylan”

foto di Mattia Zoppellaro

 

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Dopo cinque anni il cantautore simbolo della scena indie italiana torna il 20 ottobre con il nuovo album ‘Relax’
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Calcutta, che fine aveva fatto?

«Niente di che, gli anni passano velocemente. Ho scritto canzoni per altri, ho visto film, sono stato a casa. Ma non mi piace parlare di fine. Preferisco pensare la vita come una cosa in divenire. E poi non avevo voglia di fare un disco».

L’album alla fine l’ha fatto, si chiama Relax, vero manifesto di vita per il cantautore di Latina, 34 anni, e arriva venerdì 20 ottobre a cinque anni dal precedente. Relax, perché vuole fare le cose a modo suo, con i suoi tempi, senza stress. Nell’ansia da presenzialismo del mondo dell’intrattenimento Edoardo “Calcutta” D’Erme non compare spesso, neanche sui social. E ora, a disco finito - ed è un album maturo, denso, bello, con echi di «oscuro pop italiano anni Settanta», forse «un po’ di Battisti, Dalla» - alla vigilia di un tour nei palasport subito tutto esaurito, nella prima intervista dopo anni, con il suo consueto understatement racconta, seduto nella rampa di un garage che porta alla sala prove, nel quartiere …

Calcutta, che fine aveva fatto?

«Niente di che, gli anni passano velocemente. Ho scritto canzoni per altri, ho visto film, sono stato a casa. Ma non mi piace parlare di fine. Preferisco pensare la vita come una cosa in divenire. E poi non avevo voglia di fare un disco».

L’album alla fine l’ha fatto, si chiama Relax, vero manifesto di vita per il cantautore di Latina, 34 anni, e arriva venerdì 20 ottobre a cinque anni dal precedente. Relax, perché vuole fare le cose a modo suo, con i suoi tempi, senza stress. Nell’ansia da presenzialismo del mondo dell’intrattenimento Edoardo “Calcutta” D’Erme non compare spesso, neanche sui social. E ora, a disco finito - ed è un album maturo, denso, bello, con echi di «oscuro pop italiano anni Settanta», forse «un po’ di Battisti, Dalla» - alla vigilia di un tour nei palasport subito tutto esaurito, nella prima intervista dopo anni, con il suo consueto understatement racconta, seduto nella rampa di un garage che porta alla sala prove, nel quartiere Africano a Roma… «L’album? Io non sono mai soddisfatto, l’importante è capire quanto non sono soddisfatto, e a me sembra di non essere soddisfatto in una maniera sufficiente per dire che presto mi piacerà». Tanti in realtà i brani che entreranno di diritto nel canzoniere italiano, tante le melodie memorabili, da 2 Minuti a Controtempo, da Loneliness a Giro con te, fino a Tutti, Ssd e Allegria.

La copertina di 'Relax'

 

Otto anni fa usciva il suo album Mainstream e si parlò di ricambio generazionale della musica italiana: con altri cantanti, amici, colleghi, vi prendevate la scena. Ma poi la situazione ha subito un’accelerazione ulteriore.

«Forse dipendeva anche dalla nostra età, ma avevamo un modo di fare un po’ diverso, unprofessional, diciamo, c’era una bella costellazione di persone che non era accomunata da un genere, ma c’era un fil rouge, forse generazionale. Ma non era una cosa nata a tavolino, o se è andata così io non ero a quel tavolino. Ora siamo tutti un po’ sparpagliati. È normale che nella musica ci sia un ricambio generazionale. Forse semplicemente la gente si rompe un po’ le palle, compreso me. Successe tutto perché ci ritrovavamo a suonare negli stessi posti, agli stessi festival, e quindi magari passavo ore in camerino con Cosmo o con altri. Ora non succede più spontaneamente, dobbiamo andare a cercarcele quelle situazioni, perché suoniamo tutti in posti più grandi, con meno possibilità di interazione. È una questione economica, semplicemente».

Ma in questa corsa al gigantismo, dove tutti vogliano suonare negli stadi e moltiplicarli, si sente a suo agio?

«Io sto già bene così, non ho la fame di suonare in posti così grandi, per me non è necessario. Dopo un po’ l’idea di grandezza è come se fosse tutta uguale. Che poi già in molti palazzetti italiani si sente malissimo, non credo che negli stadi si senta meglio. La mia ambizione è qualitativa, non quantitativa. Senza troppe pressioni».

Relax.

«E poi per suonare negli stadi crei scompiglio. Ricordo quando ho suonato allo stadio di Latina che mi scrivevano “guarda sto stronzo che ha bloccato la circolazione” e cose così… Capita anche a me di ritrovarmi a misurarmi in qualche maniera ma lo stadio non è un mio metro. E poi soffro molto a stare al centro di un certo tipo di attenzione. Mi logora. Poi magari gli stadi li farò comunque, non lo so. Ma non mi piace parlare di mercato, non ci capisco niente».

La fama la vive male?

«Mi piace sentire che ho fatto una cosa bella. Meno il corollario che c'è attorno. C’è stato un periodo in cui non mi chiedevano tanti selfie, forse perché portavo la mascherina. Ma se posso fare felice una persona semplicemente sorridendo in una foto perché no. Non mi piace quando si creano situazioni non naturali, quando mi sento costretto a partecipare a cose che non mi interessano, poi magari domani finisco nel peggiore dei talk show, non lo so. Ma in tv mi sento come di dover riempire uno spazio, potrei semplicemente fare la ruota e sarebbe uguale. Il mio è un misto di sofferenza e timidezza, anzi no, imbarazzo. Diciamo che in generale non mi piace curarmi della mia immagine pubblica. Magari è una scelta sbagliata per la carriera, ma mi sento più onesto così».

Molti avrebbero paura di essere dimenticati.

«Ma se le canzoni continuano ad ascoltarle vuol dire che non mi hanno dimenticato. Tanta gente non si accontenta. Io preferisco stare più tranquillo».

Relax. Però nel fine settimana del 14 e 15 ottobre ha suonato otto ore di seguito per due giorni consecutivi in un concerto-installazione a Villa Medici a Roma, nascosto al pubblico tranne che da piccole fessure. Altro che relax.

«Mi incuriosiva fare qualcosa in un museo, per vedere come funziona il mondo dell’arte. Così ho chiamato Nico Vascellari e gli ho spiegato l’idea di un’esibizione in cui il pubblico potesse spiare per varie ore. E lui mi ha detto: bello, ma l’ho già fatto io venti anni fa (nel progetto Glitter Secondario, ndr). Quindi è diventata una specie di citazione per l’anniversario».

Chissà quanti no avrà detto invece in questi anni, sicuramente l’avrebbero voluta come giudice di X Factor…

«In quei casi devi proprio dedicare la tua vita a quella cosa lì. Per far che, poi? Per prenderti addosso i tweet della gente. Ti pigli i soldi e ti pigli le coltellate, ne esci consumato. Io faccio il musicista, non credo di dover avere per forza una vita pubblica, no?».

Anche la presenza sui social è minima.

«Ho passato un periodo in cui volevo stare per fatti miei. Niente di particolarmente interessante da raccontare, non sono mica da Barbara D’Urso, no?».

Nell’album si parla molto di solitudine. In Loneliness, in Giro con te (“sono stato un po’ solo…”), in Ghiaccioli (“e adesso che sono solo…”).

«Sono stato chiuso in un monolocale a Bologna durante il Covid. Non è stato semplice ma mi ha fatto bene, mi sento cresciuto. Il mio è un tributo alla solitudine come medicina. Non è che sono diventato un misantropo, ma per me è stato un momento speciale. E ho capito che molte cose che facevo magari erano inutili, non esco più spesso come prima».

foto di Gianluca Palma

 

Qualche brano in particolare è nato così?

«In quel periodo ho scritto un pezzo per Emma, un altro per i Sottotono. Componendo al telefono con Davide Petrella. Anche un altro brano bellissimo scritto con un omnichord ma lo abbiamo tenuto fuori dal disco perché non c’entrava molto con il mood. Ma in generale durante la pandemia non avevo grande voglia di suonare, è arrivata dopo. Ma non è che ci abbia messo cinque anni a fare il disco, in realtà mi ci sono messo davvero solo un anno fa. Però ho giga e giga di idee musicali da parte».

L’album inizia con un coro alpino in cui canta “Se non esistessero i soldi noi due dove saremmo? Non si farebbe Sanremo. Forse è anche meglio così”. Così finalmente smettiamo di chiederle quando andrà al festival?

«Ma no, è uno scherzo. È una riflessione sull’economia, non ho nulla contro Sanremo. Non mi farete dire questo! Mi sta simpatico, è un totem, ci si può anche scherzare, non è niente di sacro. Prendere bonariamente in giro Sanremo è prendere in giro noi stessi purtroppo, ahaha».

In Controtempo canta “Non ero mai finito a letto con una di destra”…

«Nasce da una fantasia, diciamo. Non mi è mai capitato e mi sono chiesto: chissà come sarebbe. Sarebbe un po’ strano. Ma non è neanche una fantasia erotica, solo una cosa che mi incuriosiva».

In Tutti invece cita “i leghisti lì in riva al Po non hanno più un capobranco”. Mai pensato di scrivere un testo prettamente impegnato, come i cantautori degli anni Settanta?

«Era stata scritta per un’altra persona ma poi ho deciso di usarla io quando ho capito che non sarebbe stata valorizzata. E ho cambiato parti del testo. Prima non dicevamo “sembriamo tutti falliti”. Ma non c’è niente di offensivo contro i leghisti. Mi piaceva questa immagine in riva al Po, una specie di processione in cerca di una direzione. Gli argomenti, anche quelli politici, li tratto in modo diverso rispetto a quello diretto dei cantautori. Mi diverte di più disseminare cose, anche scherzarci».

E poi c’è SSD in cui immagina di parlare con sua madre (scomparsa improvvisamente nel 2021) sotto effetto di Lsd.

«Parlando con amici ho scoperto che c’è gente che usa gli allucinogeni come strumento medianico. Ho cercato di metterci un po’ di umore in un momento di amarezza. Non dirò certo se ho provato in prima persona. È stato un avvenimento molto triste, quindi ovviamente ha influenzato l’umore del disco e dei miei pensieri. Ci sono varie cose disseminate nell’album. Io comunque alla fine sono uno che ha un’impostazione un po’ strana per i testi, non sono Bob Dylan. Scrivo le canzoni per creare sensazioni, paesaggi, cose, ma i miei testi senza la musica forse non sono così forti».

Vorrebbe un Mogol al suo fianco?

«No, perché è un tutt'uno di testi e musica. Soprattutto in questo album. Negli altri c’era un'urgenza dirompente, come quando una cosa ti scappa dalla bocca, stavolta esce piano piano, come quando sbavi...».

I testi dei brani sono diventati anche un video ASMR su YouTube, quelli realizzati per rilassare chi ascolta.

«C’è venuto in mente a proposito del tema del relax. Mi incuriosiscono molto quei video, con quel sound e i suoi della bocca, i soffi, i respiri, anche se non ne sono ossessionato. Abbiamo cercato a lungo la voce giusta per sussurrarli e abbiamo trovato questa ragazza, Sara Asmr appunto, bravissima».

Nell’album ci sono collaboratori francesi.

«C'è sempre questa voglia di non fare le cose da solo, per una sorta di insicurezza. E quindi ho arrangiato e prodotto il disco con varie persone. C'è Giorgio Poi che ha suonato tutte le chitarre e mi ha aiutato nell'arrangiamento di tanti pezzi. È un artista che stimo e un carissimo amico. Poi c'è Suri che come al solito ha dato la mano finale di vernice insieme a me. E poi questo ragazzo francese che si chiama Myd, una persona squisita, mi piaceva la sua roba, ho provato a scrivergli, poi l'ho incontrato a Milano, ci siamo trovati subito bene come esseri umani e quindi il resto è venuto naturale. E Coro è stato composta da Laurent Brancowitz (della band Phoenix, ndr), mi ha chiesto se volevo scrivere il testo per questo coro alpino. Alla fine mi ha detto: cantalo, mettilo nel tuo disco. E l'abbiamo fatto, abbiamo registrato le tracce tutti in cerchio intorno al microfono, varie mandate, pennellate su pennellate, finché è diventato sufficientemente grande per essere un coro alpino. È uno dei pezzi di cui sono più soddisfatto. È stato emozionante vedere come ha preso vita magicamente».

In futuro si immagina solo autore o anche interprete?

«Non lo so, secondo me ci sono delle persone che sono nate per fare questo. Tipo Elisa, si vede, è nata per scrivere, per cantare, per essere un faro della musica italiana. Probabilmente Jovanotti geneticamente è predisposto. Forse Paul McCartney, anche se lui si è fatto pure molto i fatti suoi a un certo punto. Io non mi sento di dire che sono parte di quella stirpe. Avere l'opportunità di scrivere anche per altri è una cosa che mi fa fare il mio lavoro più serenamente, so che se un giorno non andranno bene le cose o se non mi andrà più ci sarà comunque una cosa che posso fare».

Anche Battisti a un certo punto scelse di farsi i fatti suoi.

«In qualche modo mi ha influenzato, ma non mi ci sono fissato come per altri. In questo disco c’è qualcosa, un sentimento, un ricordo di quello che ha fatto Battisti. Me lo fa ascoltare spesso la mia ragazza. Dalla invece lo sento più vicino. Per l’album ho recuperato tanto vecchio pop italiano anni Settanta, anche oscuro, e una mia passione, la Yellow Magic Orchestra».

Ma quindi alla fine possiamo dire “Calcutta: cantautore”?

«È una parola che non dico, però se la dicono gli altri non mi dà fastidio. In fondo è solo una parola, va benissimo».

Tra un mese parte il tour. Come sarà?

«Spero che vada bene come gli altri, che dia felicità. M'accontenterei, diciamo». Relax.

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