Cosmo: “Papà comunista e mamma culturista, l’album del successo che doveva essere l’ultimo. Mi racconto nel mio film”
di Carlo MorettiE’ un periodo di biopic che raccontano carriere e vite di musicisti, artisti non solo stranieri. Al cinema si sono visti i film dedicati a Freddie Mercury e Elton John, in giorni più recenti si sono visti i doc biografici su Vasco Rossi e Zucchero. Ora con Antipop, che verrà proiettato l’8 novembre in anteprima al Festival dei Popoli di Firenze, ci sorprende anche Cosmo, 41 anni, impegnato in una fortunata carriera solista “soltanto” da dieci anni, dopo altri dieci passati nella band dei Drink to me, nata ancora tra i banchi del liceo a Ivrea.
In Antipop, il film diretto da Jacopo Farina, non c’è solo il racconto della carriera né soltanto le esperienze artistiche di Cosmo, che si racconta molto anche nella vita privata, rivela tutti i segreti della sua bella famiglia operaia, comprese le bizzarrie: il nonno che lascia il posto sicuro in fabbrica alla Olivetti per inventarsi insieme ai parenti ristoratori in Sri Lanka, il padre prima fascista e poi comunista, la madre culturista, il d…
E’ un periodo di biopic che raccontano carriere e vite di musicisti, artisti non solo stranieri. Al cinema si sono visti i film dedicati a Freddie Mercury e Elton John, in giorni più recenti si sono visti i doc biografici su Vasco Rossi e Zucchero. Ora con Antipop, che verrà proiettato l’8 novembre in anteprima al Festival dei Popoli di Firenze, ci sorprende anche Cosmo, 41 anni, impegnato in una fortunata carriera solista “soltanto” da dieci anni, dopo altri dieci passati nella band dei Drink to me, nata ancora tra i banchi del liceo a Ivrea.
In Antipop, il film diretto da Jacopo Farina, non c’è solo il racconto della carriera né soltanto le esperienze artistiche di Cosmo, che si racconta molto anche nella vita privata, rivela tutti i segreti della sua bella famiglia operaia, comprese le bizzarrie: il nonno che lascia il posto sicuro in fabbrica alla Olivetti per inventarsi insieme ai parenti ristoratori in Sri Lanka, il padre prima fascista e poi comunista, la madre culturista, il dolore della separazione anche dal fratello che va a vivere con il papà mentre lui resta con la mamma. E poi le prime prove con la musica in casa degli amici, le prime sbronze, le prime canne, anzi, la prima piantagione sul terrazzo di casa…
Perché ha sentito l’esigenza di raccontarsi con un film proprio ora?
“In realtà questo è un film di Jacopo Farina, io poi ho collaborato, visto che si parlava di me, cercando le chiavi narrative che potessero dare qualcosa di speciale. Ma l’idea è di Jacopo, che per anni mi ha seguito con la telecamera e che aveva molto materiale su di me. Volevamo evitare la celebrazione, quindi siamo andati a scavare nei dettagli e tra le persone con cui sono cresciuto, in famiglia e fuori della famiglia, tra gli amici. Persone che guardo e con cui interagisco”.
Jacopo Farina da quando la segue?
“Aveva cominciato a fare foto ai Drink to me nel 2014, ma con me è dal 2015. Ha firmato lui il video di Le voci, Quando ho incontrato te, Turbo e Sei la mia città”.
Guardando il film sembra che la telecamera ci sia sempre stata.
“Le immagini più vecchie sono le uniche che abbia mai girato privatamente ma sono sufficienti per dare l’atmosfera di quegli anni, all’inizio del 2000 con il gruppo Melange, però molto esplicative dell’atmosfera che vivevamo”.
Raccontarsi con un biopic è impegnativo, lei è molto giovane.
“Me l’ha proposto Jacopo e io ho accettato, me lo avesse proposto tra dieci anni lo avrei fatto tra dieci anni, non c’è un motivo particolare. Certo, però, non è soltanto il racconto del ragazzo che nonostante le difficoltà ce la fa. Volevamo offrire anche qualcos’altro, mettere la musica al centro e lasciare l’artista sul lato, che c’è e non c’è”.
Nel suo gruppo di amici lei è quello che persegue la musica con più determinazione.
“La musica mi ha sempre dato un fortissimo piacere, è sempre stato il mio desiderio. Non a caso l’ultima frase del documentario è: “Lo desidero”. Perché mi sono sempre chiesto: cosa rimane di tutto questo? Beh, è il desiderio, che a differenza dei miei amici i ragazzi dei Drink to me, non si è mai esaurito, dallo scrivere alla ricerca di un suono: la musica è la mia vera droga, ciò che voglio”.
L’artista che ce la fa è dunque quello che tiene vivo quel desiderio?
“Penso di sì, poi ci sono mille storie diverse, ci sono anche artisti costruiti a tavolino o che vanno avanti nonostante non ne hanno più voglia”.
E poi c’è questo rivelarsi del privato, questa voglia di raccontarsi che il documentario descrive bene: una famiglia spettacolare. Il papà prima fascista e poi comunista, la mamma culturista.
“Eh sì, la strana coppia. Che poi si sono lasciati ma ai pranzi di Natale ci si ritrova tutti insieme, si vogliono bene, era finita ma si vogliono ancora tanto bene anche se entrambi si sono rifatti una vita”.
Qualche imbarazzo nel parlare della propria sfera privata?
“In realtà no, anzi mi piace, è la chiave del film. Chi sono io? Io sono anche l’incrocio di queste due persone. La mia personalità non la costruisco sul nulla o sulla mia volontà di potenza individuale, ci sono persone intorno a me e sicuramente queste cose hanno avuto un’influenza, anche i miei nonni che si licenziano, rinunciano al futuro sicuro fino alla pensione in Olivetti per andare nello Sri Lanka a rifarsi una vita, anche quello assurdo, ma certamente di grande influenza su di me, mi hanno dato coraggio, sono stati esemplari, mi hanno detto buttati, fai. Nel film non si vede ma sono andati a lavorare da stagionali negli alberghi poi hanno comprato una barca a vela per andare magari a svernare in Indonesia”.
Nel film si capisce che l’album “L’ultima festa”, che avrebbe poi decretato il suo successo, si intitola così perché era l’ultima chance che lei dava alla musica.
“Avevo preso un impegno, nel frattempo insegnavo italiano e storia nei professionali, nel 2013 e 2014 con un figlio, e con il primo disco da Cosmo, mi sembrava di sprecare il tempo, L’ultima festa doveva essere il tour di addio, poi mi sarei dato una calmata, avrei forse continuato con un disco ogni tanto. Avrei rallentato. Invece poi è successo quello che è successo”.
Il film dice che il momento del live è quello in cui lei riconosce la sua passione, annullandosi nella musica. Come le sembra oggi il momento dei concerti?
“Quello dei prezzi dei biglietti è un po’ un problema, e non solo perché sono aumentati anche per effetto dell’aumento dei costi di produzione, e il margine di guadagno è rimasto praticamente lo stesso, se non è addirittura diminuito; soprattutto, è un problema perché rendere i concerti una merce tra virgolette ‘di lusso’ è una sconfitta per tutti. Per i ragazzi il live è una prima necessità, li fa stare bene, è importante. Si sottovaluta sempre il divertimento come accessorio, quando invece anche in un’ottica produttivista e utilitarista, che non è certo la mia, il divertimento ti fa diventare un’unità produttiva migliore. Serve alla salute psicofisica. Il fatto che diventi così costoso è un po’ preoccupante”.
I live la scorsa estate sono andati tutti benissimo, piccoli, grandi o grandissimi che fossero.
“Devo dire però che abbiamo tra tutti i colleghi sperimentato anche un incremento dell’energia da parte del pubblico, è stata una bella spinta, questi anni di privazione hanno evidentemente fatto scoprire le basi e anche capire a tutti perché si va ai concerti, perché si fanno queste cose. In particolare, la musica ne è venuta fuori come protagonista, in concerto succede qualcosa di ben diverso dal semplice ascolto, ci sono tante persone intorno, gomitate, sudore: mentre Marracash lo puoi vedere anche in un video, andare al Marrageddon è tutta un’altra cosa”.