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I 5 dischi della settimana consigliati da Ernesto Assante. Tutto il meglio, da Fulminacci ai Beatles

Le recensioni degli album usciti negli ultimi giorni
3 minuti di lettura

Lina Simons – P.A.S.

Pasqualina De Simone, in arte Lina Simons, ha realizzato uno degli album hip hop più interessanti degli ultimi tempi, dodici brani in cui racconta sé stessa e la sua vita, in un linguaggio che mescola italiano, napoletano (Lina è di Cerreto Sannita, Benevento) e inglese. E dato che è donna scrive rap da un punto di partenza diverso da quello dei colleghi maschi in un universo musicale e verbale fortissimamente maschilista, sfruttando a proprio favore i luoghi comuni e demolendoli con entusiasmo. Musicalmente l’album è nel solco delle produzioni contemporanee, nulla di particolarmente nuovo, ma l’album suona bene e, soprattutto, mette in luce la personalità di Lina, che con rabbia e gioia mette in scena senza filtri non solo la sua vita, le sconfitte e le vittorie, le difficoltà quotidiane, con una capacità di scrittura e di interpretazione decisamente al di sopra della media nazionale.

Voto 6 ½

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Lina Simons – P.A.S.

Pasqualina De Simone, in arte Lina Simons, ha realizzato uno degli album hip hop più interessanti degli ultimi tempi, dodici brani in cui racconta sé stessa e la sua vita, in un linguaggio che mescola italiano, napoletano (Lina è di Cerreto Sannita, Benevento) e inglese. E dato che è donna scrive rap da un punto di partenza diverso da quello dei colleghi maschi in un universo musicale e verbale fortissimamente maschilista, sfruttando a proprio favore i luoghi comuni e demolendoli con entusiasmo. Musicalmente l’album è nel solco delle produzioni contemporanee, nulla di particolarmente nuovo, ma l’album suona bene e, soprattutto, mette in luce la personalità di Lina, che con rabbia e gioia mette in scena senza filtri non solo la sua vita, le sconfitte e le vittorie, le difficoltà quotidiane, con una capacità di scrittura e di interpretazione decisamente al di sopra della media nazionale.

Voto 6 ½

Fulminacci – Intinito +1

Come deve scrivere una canzone un ‘cantautore’ nel 2023? Fulminacci, cantautore degli anni Duemila, probabilmente si è risposto ‘in ogni maniera possibile’ e con questa convinzione ha realizzato il suo nuovo album, Infinito +1. Le variabili, quindi, sono molte, molti i suoni e le storie e l’unico filo conduttore del terzo album del cantautore romano è la sua notevolissima capacità di scrivere testi interessanti, intelligenti, ironici e appassionati, il suo stile, il suo marchio di fabbrica. Se è vero che Fulminacci era ‘maturo’ già al suo esordio, in Infinito +1 la sua crescita come musicista, autore e produttore è evidente, in grado di mettere insieme canzone d’autore, pop, rap, in maniera equilibrata, quindi divertente e profonda quando serve, ed infatti i due ospiti dell’album sono non a caso i Pinguini Tattici Nucleari e Giovanni Truppi. C’è qualcosa per tanti pubblici diversi, insomma, cosa perfetta in un’era in cui gli album vengono smembrati a piacimento da chi ascolta. Ma c’è anche l’idea di fare musica da ascoltare con attenzione, canzoni ricche di particolari e di sfumature, anche se ci si vuole soltanto divertire.

Voto 7

Lankum – False lankum

La migliore folk band irlandese in circolazione. Popolari in un doppio, meraviglioso, senso: perché suonano musica di tradizione, musica ‘del’ popolo, e al tempo stesso sono moderni, scrivono musica ‘per’ il popolo, con strumenti contemporanei e antichi che danno vita a una musica originalissima e senza tempo. Radicali nelle loro scelte, basta ascoltare il brano che apre l’album, Go dig my grave per capire che non ci sono concessioni alle vie di mezzo, sono però allo stesso tempo nella condizione di poter parlare a tutti e di far rientrare nel circolo della ‘musica che gira intorno’ atmosfere antichissime, come fanno ad esempio in Master’s crawley, che inizia con una musica da danza irlandese e si espande in un ‘ambient noise’ che pesca a piene mani dal suono metallico e industriale. In False lankum, quarto album della band, ci sono ballate e canzoni, esperimenti e sogni, ci sono le uillean pipes assieme a droni psichedelici, e il risultato, esaltato anche dalla voce della bravissima Radie Peat, oltre che dalla ‘visione’ singolarissima della band, è davvero magnifico e affascinante

Voto 9

The Beatles – 1962-1966 – 1967-1970

Le due leggendarie raccolte beatlesiane, quella ‘rossa’ e quella ‘blu’, sono state ripubblicate, rimasterizzate, arricchite, completate. La ‘rossa’, con il repertorio realizzato dalla band tra il 1962 e il 1966, la ‘blu’ con quello tra il 1967 e il 1970, oggi sono ognuna su tre LP o su due CD, la prima con ben 38 tracce, (dodici in più dell’originale) e la seconda con 37 (nove in aggiunta). Non volete l’intera discografia dei Beatles in casa? È, lasciatecelo dire, una scelta insensata, ma se proprio non volete averli tutti, allora è il caso che vi orientiate verso questi dischi, che con tutta la loro ricchezza, sono imperdibili. Inutile ripetere quello che abbiamo detto e scritto centinaia di volte: il mondo lo hanno cambiato loro, proprio con la musica che è contenuta in queste raccolte, quindi come si può, ragionevolmente, vivere senza conoscere la loro arte? Per chi già la conosce e magari non è tanto interessato ai ‘remix’ stellari di Giles Martin, ci sono comunque gli altri brani, alcuni di Harrison, qualche cover, versioni alternative, e la ormai notissima Now and then. Ognuno, è ovvio, ha la propria raccolta di canzoni ‘preferite’ dei Beatles, è naturale notare delle ‘assenze’ o giudicare discutibili le scelte che all’epoca fece Allen Klein assemblando gli album, ma è pur vero che queste due raccolte si avvicinano molto a quello che la maggior parte degli esseri viventi vorrebbe ricordare per sempre dei Favolosi Quattro. E sono le due raccolte che aprono, per chi non conoscesse ancora l’arte di John, Paul, George e Ringo, la porta di un mondo che ancora oggi è assolutamente da scoprire.

Voto 10

Orchestral Manoeuvres in the Dark – Bauhaus staircase

C’era una volta il synth pop, o l’electropop, o la new wave elettronica o come altro la si voglia chiamare. Da qualche tempo è tornata in parte di moda, il suono e l’atteggiamento dell’epoca aggiornato ai tempi. E da qualche tempo sono tornati anche gli Orchestral Manoeuvres in the Dark. Da quando si sono riuniti nel 2006, Andy McCluskey e Paul Humphreys (i due fondatori, con il fedelissimo Martin Cooper, con la band dall’80, e Stuart Kershaw, con la band dal 1993) hanno realizzato diversi album, questo è il quarto, il primo dal 2017, e il livello della loro produzione migliora sempre. Se è certo che gli OMD sono stati fondamentali nello sviluppo del pop elettronico, non solo avendo un clamoroso successo (molto oltre Enola Gay), hanno anche e soprattutto influenzato generazioni di musicisti, prima elettronici e poi digitali, delle ere seguenti, comprese quelle attuali. Album maturo e sorprendente, Bauhaus staircase vede canzoni più politiche, commenti sulla politica e la società contemporanei, e brani più semplicemente pop, il loro suono ‘antico’ è sempre riconoscibile ma anche la loro visione ‘futuribile’, in dodici brani che sono scritti, cantati, suonati con grande classe e eleganza. Niente nostalgia, anzi, uno dei migliori lavori di una band nata 45 anni anni fa, ma che ha ancora qualcosa da dire.

Voto 7 ½

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