Partiamo da un presupposto: data la mole, incommensurabile, di musica nuova che è stata pubblicata e diffusa nel 2023, la maggior parte della quale priva di qualsiasi forma di promozione, immersa nel mare magnum dello streaming senza sosta, nascosta nelle migliaia di pubblicazioni settimanali (YouTube segnala 60.000 video nuovi a settimana…), che sia uscito qualche capolavoro assoluto ma che sia sfuggito a chi ascolta, è molto probabile. La musica oggi è così. Si produce, si suona, si distribuisce, si vende in un altro modo rispetto al passato, non ci sono filtri né regole. Quindi, per scoprire qualcosa di buono, bisogna fare fatica, attenzione, dedicare del tempo all’ascolto. Cosa che, ovviamente, nella vita degli esseri umani avviene sempre di meno.
Gli album che vi proponiamo sono figli di un tempo in cui la gran massa della musica è quantomeno inutile, non intrattiene o piace o diverte nessun altro oltre chi l’ha scritta, prodotta e suonata; al di sopra di questo c’è quello che per comodità chiamiamo mainstream, che punta principalmente all’intrattenimento, musica commerciale avremmo detto un tempo, termine che oggi ha addirittura meno senso visto che l’industria che commerciava in musica è completamente cambiata; sopra ancora c’è chi, con genio e ingegno, mescola l’intrattenimento all’arte e, nella parte più piccola della piramide, chi produce solo e deliberatamente arte, per se stesso e per gli altri. L’ultima nicchia è, comunque, enorme, c’è molta più brutta musica che in passato così come c’è molta più bella musica di sempre.
E tra le ultime due parti della piramide ci permettiamo di segnalare, senza alcun ordine di classifica, alcune delle uscite più interessanti dell’anno che si sta per concludere.
Lankum – False Lankum
Una volta c’era il folk revival, una volta c’era la musica celtica, ieri c’erano post-rock, Shoegaze, l’elettronica. Oggi c’è la musica dei Lankum, che dall’Irlanda si muovono alla conquista dell’infinito. Irlandesi, rigorosissimi, oscuri, raccontano storie di vita, amare, di persone in lotta con gli eventi e gli elementi, spesso storie di mare. C’è la tradizione, quindi, c’è il folk irlandese ma trasfigurato in sonorità che è difficile ascoltare altrove, riempiendo il cuore e la mente. Oggi ci sono i Lankum, una delle cose più originali che vi possa capitare di ascoltare, in grado di essere antichissimi e super moderni. Sorprendenti.
Blur – The ballad of Darren
Non si è più certi di molte cose al giorno d’oggi, soprattutto in musica, ma si può essere certi dei Blur. Sempre più raffinati, nel senso che non cercano di limitarsi alla superficie ma lavorano raffinando costantemente la materia che trattano, e ne ricavano ogni volta qualcosa di più. Popular music, nel senso più pieno del termine, fuori da ogni prevedibile percorso, dentro completamente al loro stile
Paul Simon – Seven Psalms
Se c’è un artista che non si è mai fermato, che non ha mai guardato indietro, che non si è mai ripetuto, che è sempre poetico, visionario, commovente, sorprendente, questo è Paul Simon, che dall’alto dei suoi 82 (ottantadue) anni è più avanti con l’ingegno che con l’età. Un'unica traccia di 33 minuti, che tiene dentro tutto quello che chi ama la musica vuole poter ascoltare, tante canzoni, tanti sogni, tante parole, tante melodie, una più bella dell’altra. Cosa dire di più?
Tinariwen – Amatssou
Un capolavoro, una dimostrazione che la forza della musica supera ogni possibile barriera, che le lingue che il suono fonde sono tante e una sola, che la musica è strumento di liberazione, di opposizione alle violenze e alle repressioni. Una rock band Tuareg che mescola la sua anima con quella dell’elettronica o del country, perché come dice il titolo, bisogna superare la paura, prima di tutto quella dei fondamentalisti che vorrebbero un mondo senza musica. Un capolavoro di straordinaria ricchezza musicale e culturale, affascinante e mai ovvio, violìno e chitarra, banjo e elettronica, percussioni e voci, musica millenaria e musica del futuro, ritmi che si soprappongono e suoni che si stratificano, con una bellezza e un’armonia che è difficile ascoltare altrove. Ascoltatelo e starete meglio.
Sufjan Stevens – Javelin’
Se ha ancora senso, nella concezione che ne abbiamo noi italiani, il termine cantautore per definire un modo di fare le cose, Sufjan Stevens è uno dei più grandi cantautori viventi. E’ un musicista che spazia in tante aree diverse e infatti ci ha messo otto anni dal precedente e meraviglioso Carrie & Lowell a tornare alla canzone. Ma attenzione, canzone come risultato finale di una ricerca sonora e poetica che prevede solo meraviglia e non prevedibilità, canzone che è in se universo sonoro del quale provare a cercare i confini. Non avanguardia, beninteso, ma neanche placida accettazione di una qualsiasi formula. Modernissimo e stravagante, Sufjan Stevens, se provate ad ascoltarlo, vi accompagnerà per sempre e Javelin è solo un’ulteriore tappa verso la perfezione, che, non dubitiamo, potrebbe prima o poi raggiungere.
Sampha – Lahai
Soul, jazz, hip hop, elettronica, canzone e qualcos’altro ancora, servono all’inglese Sampha per tornare su disco a quattro anni dal precedente e migliorarsi, in una ricerca personale e spirituale che diventa musica contemporanea. Niente nostalgie o passatismi, solo grandi intuizioni nel solco di un nuovo soul britannico che guarda al mondo senza dimenticare che c’è un mondo. Per dire, insomma, che l’album è godibilissimo, tutt’altro che cervellotico, mantenendo un sano livello di sperimentazione, li dove Kendric Lamar arriva con il cervello, Sampha arriva con il cuore. Ottimo da ascoltare di notte.
Lana del Rey – Did you know there’s a tunnel under Ocean Boulevard
Sì, d’accordo, ci sono Beyoncé e Nicky Minaj, Doja Cat e Cardi B, Rihanna e Lady Gaga, c’è Billie Eilish, ma francamente se proprio volete qualcuno che canta di tutto, mescolando jazz, soul, pop, elettronica, country e molto altro ancora, cercando di uscire dalle secche del mainstream o dal glamour di chi suona e sembra “alternativo”, scrivendo cose interessanti e belle, bisogna ascoltare Lana Del Rey, cresciuta di album in album fino a diventare una delle più interessanti e originali cantautrici americane di oggi. L’album è una conferma, si parla d’amore e di vita e di sesso e di avventura, senza mai esagerare, bandendo ogni volgarità e tenendo presenti modernità e lezioni di storia.
Bob Dylan - Shadow Kingdom
Il vecchio Dylan da moltissimi anni, forse da sempre a dire il vero, rilegge e riscrive le sue canzoni, e andare ai suoi concerti e lasciarsi sorprendere da come ogni volta "ricrea” le sue canzoni è, ci si consenta il paragone, assistere ad una sessione in cui Picasso dal vivo ridipinge i suoi quadri. Quindi trovare il Dylan di Shadow Kingdom che ricrea, in un finto live, alcune delle sue canzoni più belle e memorabili (poche, ovviamente, rispetto alla quantità di capolavori originali) è occasione superba e imperdibile. Concerto “finto”, creato per la messa in rete durante l’isolamento del Covid, è diventato un disco vero che aggiorna all’attuale fase dylaniana canzoni di un tempo, facendole ancora una volta diventare attuali. No, attuali è una definizione sbagliata: di moderno non c’è nulla, gli strumenti sono poco elettrificati, il mood è quello antico di un club degli anni Trenta, ma non c’è un briciolo di nostalgia per come erano i brani un tempo e molta passione e stile nell’interpretarli come Dylan vuole oggi. E il risultato è eccellente, per una sequenza micidiale che mette insieme, con una superband che vede anche la presenza di Don Was, T- Bone Burnette, Greg Leisz, “When i paint my masterpiece”, “I’ll be your baby tonight”, “To be alone with you”, “Most likely you go your own way and i go mine”, “Queen Jane apporximately”, “Tombstone blues” (meravigliosamente rallentata), “Forever Young”, “It’s all over now baby blue”, “Watching the river flow” e molte altre, con in coda un unico inedito strumentale, “Sierra’s Theme”. Davvero non merita altro che essere tra i dischi migliori dell’anno.
Wilco – Cousin
Potreste, sbagliando, non amare la musica americana di stampo più "tradizionale”, ma se voleste comprendere come la grande tradizione possa essere usata per interpretare i giorni nostri, dovete dare retta a Jeff Tweedy e ai suoi Wilco. Sono grandi canzoni quelle di Cousin, spesse amare, spesso con una forza politica, spesso poetiche e d’amore, mai noiose o conservatrici. Perché Tweedy conosce il dolore e la gioia, e la band sa come interpretare le sue emozioni con una ricchezza musicale come poche altre band sanno fare. E anche questa volta l’album brilla nel gran mare della musica, è una bella isola alla quale approdare.
Animal Collective – Isn’t it now
Band eccellentissima, che da quasi un quarto di secolo ci spiega che gli anni Duemila, per la musica, forse non sono così male. E questo quindicesimo capitolo della loro storia mettono insieme passato e presente con una spettacolare abilità. L’album è complesso e completo, non è roba per ascolti in streaming di pochi secondi, ma mette insieme in poco più di un’ora talmente tanti suoni e invenzioni da non lasciare spazio alla noia e darne molto alla sorpresa e alla creatività. Panda Bear, assieme a Geologist, Avey Tare e Deakin, gli alter ego di Noah Lennox, Brian Weitz, David Portner e Josh Dibb, ci accompagnano in un universo sonoro che non ha confini.
Colapesce Dimartino – Lux Eterna Beach
Uno dei migliori album italiani degli ultimi anni, uno dei migliori album in assoluto di quest’anno. E’ un disco completo, complesso e godibilissimo, che trasmette luce, magari non eterna come nel titolo, che illumina quello che c’è attorno, la musica italiana, e dimostra che la gran parte di quella di massimo ascolto è inconsistente. Colapesce e Dimartino confermano che il loro modo di fare musica tiene presente tutto il passato ma guarda solo in avanti, che i loro punti di riferimento, italiani e internazionali sono chiari ma che restano solo punti di riferimento, non c’è imitazione ma solo originalità. Citiamo Sufjan Stevens e gli Air solo per far capire a chi legge in quale campionato ambiscono giocare, e la distanza tra loro e la maggioranza dei loro connazionali.
Daniela Pes – Spira
Nessun in Italia usa la voce come lei, pensa alla musica come lei, scrive come lei. E quindi Spira è un gran disco, di musica sperimentale e pop, difficile e romantico, cantato in una lingua che è quella del mondo, quindi è comprensibile senza essere intellegibile. Elettronica e tradizione sarda non sono incollati l’uno all’altra ma fusi in una visione meravigliosa che merita tutta la vostra attenzione. Niente facile ascolto, solo ricerca, musica, poesia, arte.
Studio Murena – WadiruM
Se c’è un limite, obiettivo, in gran parte del rap italiano e che i suoi protagonisti non guardano quasi mai lontano in termini sonori e musicali. Non è questo, certamente, il difetto degli Studio Murena, che consentono al rap di vivere sul jazz, sull’afrobeat, sull’improvvisazione, sul rock più progressivo, come avrebbero fatto gli Area, per fare un esempio, se invece di Stratos avessero avuto un rapper come Lorenzo "Carma” Carminati. Unici, originalissimi, potenti, fanno una musica dove le parole hanno tutte un senso, raccontano storie che senza musica non potrebbero essere raccontate.
Calcutta – Relax
Si può essere pop, suonare pop, cantare pop, lasciar cantare agli altri un intero concerto, lasciarsi andare al mainstream senza perdere l’anima. Calcutta ci riesce, dimostrando che solo i pigri e gli ignavi si accontentano di quello che sembra essere gradito al pubblico e non pensano con la loro testa. Invece, e Relax ne è il perfetto esempio, si può mettere insieme il massimo della cantabilità, della popolarità, del "suono che gira intorno”, con le idee, i sentimenti, l’arguzia, e la personalità, producendo un album che sotto al vestito ha tutto. E non è poco.