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Daniele Silvestri, 30 anni sul palco: “L’amicizia con Fabi e Gazzè si è cementata durante un viaggio in Africa con i medici dell’associazione Cuamm: abbiamo scoperto le persone, dietro i musicisti”

2020 Albert D'Andrea 
Il cantautore romano festeggia trent’anni di carriera e si racconta: dagli inizi in un piccolo locale romano fino al duetto con Fulminacci, passando per ‘Salirò’ e arrivando al Circo Massimo
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I primi trent’anni da cantautore di Daniele Silvestri vengono scanditi da altrettanti concerti in cartellone all’Auditorium Parco della Musica di Roma a partire dal 18 gennaio. Una lunga cavalcata che lo stesso capostipite della generazione di mezzo dei cantautori romani racconta mettendo in fila i momenti spartiacque della sua vita artistica.

Daniele, torniamo al primo brano che il pubblico ha potuto ascoltare, quello che ha fatto uscire la sua musica allo scoperto.

“Era il ’94, per l’appunto trent’anni fa. La mia prima canzone trasmessa alla radio è stata Idiota. Era il mio modo di presentarmi e di scherzare su se stessi, mettendomi a nudo. E’ un gioco che resta uno dei miei preferiti, che è poi è anche un modo di svelare i trucchi del mestiere, trovando un bilanciamento…

I primi trent’anni da cantautore di Daniele Silvestri vengono scanditi da altrettanti concerti in cartellone all’Auditorium Parco della Musica di Roma a partire dal 18 gennaio. Una lunga cavalcata che lo stesso capostipite della generazione di mezzo dei cantautori romani racconta mettendo in fila i momenti spartiacque della sua vita artistica.

Daniele, torniamo al primo brano che il pubblico ha potuto ascoltare, quello che ha fatto uscire la sua musica allo scoperto.

“Era il ’94, per l’appunto trent’anni fa. La mia prima canzone trasmessa alla radio è stata Idiota. Era il mio modo di presentarmi e di scherzare su se stessi, mettendomi a nudo. E’ un gioco che resta uno dei miei preferiti, che è poi è anche un modo di svelare i trucchi del mestiere, trovando un bilanciamento tra la magia che uno spettacolo deve avere e appunto la rivelazione del trucco che c’è dietro”.

2020 Albert D'Andrea 

L’anno dopo arriva un momento spartiacque tra i più determinanti: nel ’95 sale sul palco del festival di Sanremo (dopo essere transitato per la sezione Giovani). L’uomo col megafono la fa conoscere al grande pubblico.

“Quella canzone presentata all’Ariston in quel modo, mettendoci la faccia pur se nascondendola dietro a dei cartelli, ma così facendo mettendo ancor più in evidenza le parole… è stata un po’ il primo seme di alcune canzoni che più marcatamente si sono occupate della collettività e non solo dell’individuo”.

Immediatamente dopo arriva uno dei brani che più ha raccontato il privato di quella generazione di ventenni a metà anni Novanta: Le cose che abbiamo in comune.

In quel caso la ricerca stilistica intercettava qualche scheggia rap. Certo non in una chiave hip hop, ma sempre con il mio modo da cantautore di mettere le cose in rima. Un crossover che poi è arrivato fino a oggi”.

I primi anni sono serratissimi: appena un anno dopo, nel ’96 esce Il dado, addirittura un triplo album. Circostanza inconsueta per un giovane artista che aveva appena intrapreso la sua strada con i precedenti due album.

“Quello è in effetti il disco che allora mi rappresentava di più. Un lavoro che per la prima volta era pensato non come una compilation di canzoni, ma come un articolato e consapevole percorso artistico. E in quell’album c’è Coiba, una della canzoni che difficilmente posso togliere dai concerti”.

Uscendo dalla frenetica sequenza discografica di quel periodo, va messo in luce un aspetto importante dei suoi inizi. Ovvero quel posto nel centro di Roma, Il Locale, che ha fatto da palestra artistica a lei quanto a un gran numero di musicisti (e attori).

“Quei tempi in cui andavano a suonare sul quel piccolo palco a vicolo del Fico sono stati importanti perché era un luogo che ti dava energie e stimoli continui. Il fatto che così tanti siano emersi dal quel contesto, secondo me è un segnale di quanta elettricità artistica c’era nell’aria in quello spazio. Siamo stati fortunati a trovarci là, lo scambio di idee era veramente impressionante e questo ci ha aiutato a crescere”.

Tra i tanti che frequentavano Il Locale c’erano anche Max Gazzè e Niccolò Fabi. L’amicizia è rimasta così salda in questi trent’anni che a luglio salirete insieme sul palco del Circo Massimo.

“Dopo quel periodo di grande passione, l’amicizia con Max e Niccolò si è cementata definitivamente una decina di anni fa, quando abbiamo realizzato insieme il disco del trio. Anzi: ancora prima, quando decidemmo di fare un viaggio andando in un altro pezzo di pianeta, l’Africa del Sud Sudan con i medici dell’associazione Cuamm. In quell’esperienza siamo scomparsi come artisti, sono rimaste le persone. E di quello avevamo bisogno”.

2020 Albert D'Andrea 

Ritornando indietro sul filo del tempo, a cavallo del nuovo Millennio prima arriva il Sig. Dapatas, l’album dove c’è Aria, brano sulle condizioni di vita nelle carceri, poi si materializza la folgorazione Salirò. Due brani diversissimi, entrambi proposti a Sanremo.

“Nel primo caso torno a presentare un brano al festival affrontando argomenti non esattamente leggeri. Scelta volutamente non facile, ma che anche in quel caso fu premiata. Con Salirò esce fuori un lato più divertito del mio modo di scrivere, una vera esplosione di gioia. Forse è questo lo spartiacque più grande di tutta la mia carriera: quella canzone accende ogni attenzione del pubblico. Per fortuna ero già strutturato e sono riuscito a tenere la testa sulle spalle. Come contraltare, nello stesso album (Unò Duè) c’è Il mio nemico, che sta sul mio altro versante. E la canto al Primo Maggio di Roma, introducendola con una mini filippica politica, cosa che portò l’anno dopo a trasmettere il concerto dell’anno successivo in differita televisiva di 5 minuti”.

Impossibile continuare a mettere in fila tutte le canzoni che hanno continuato a segnare ulteriori snodi nella sua vita artistica, da Gino e l’Alfetta a La paranza per arrivare a A bocca chiusa…

“Coincidenza vuole che quest’ultima canzone che nel 2013 presento ancora una volta all’Ariston (e che poi ha avuto un videoclip girato da Valerio Mastandrea) dieci anni dopo ha incontrato una sorta di seconda vita nel finale del film di Paola Cortellesi, C’è ancora domani”.

Tra le tantissime collaborazioni – comprese alcune veramente speciali come quella con Andrea Camilleri – forse una delle più significative è quella che spicca nel recente album X: L’uomo allo specchio in duet con Fulminacci.

“Fulminacci mi fa ricordare com’ero io 30 anni fa. Chiaramente siamo due persone distinte: ci divide non tanto la differenza di età, ma il fatto che i miei inizi erano in un’epoca storicamente così diversa dal mondo com’è oggi. Ma riconosco tante cose nel suo approccio alla musica che hanno a che vedere con quello che facevo io agli esordi. Poi chissà farà tutta un’altra strada, e secondo me ha delle doti artistiche diverse e magari maggiori alle mie. Ad esempio ha un grande talento nel suonare e nel cantare”.

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