Federico Zampaglione: “Con mia moglie Giglia e Claudia Gerini una bellissima famiglia allargata. Sono il mio porto sicuro contro i fuffa-guru. A mia figlia dico che il successo non ha odore. Tiromancino? Forse...”
di Simona Orlando«Riconoscere una stella fra tanti aeroplani» è l’invito di Federico Zampaglione in Puntofermo, il nuovo singolo in uscita venerdì 22 marzo, prodotto da Michele Canova. Ce lo racconta con una chitarra in mano e altre venti intorno, appena rientrato da festival internazionali in cui ha presentato l’horror The well, quinto film da regista.
In Puntofermo canta “è un cielo difficile”. Cosa intende?
«Siamo bombardati da ogni lato: violenza, tutti che vogliono venderti qualcosa, fuffa-guru che vogliono insegnarti la vita. L’individuo si perde in un mare magnum di informazioni. Si chiede, sì vabbé ma io dove devo andare? C’è bisogno di un porto nella tempesta, qualcosa che ti accolga e non ti lasci alla furia del mare. A livello emotivo, vieni sopraffatto se qualcuno non ti ricorda che esiste anche l’amore. Per un libro, un figlio, un cane come nel video che accompagna …
«Riconoscere una stella fra tanti aeroplani» è l’invito di Federico Zampaglione in Puntofermo, il nuovo singolo in uscita venerdì 22 marzo, prodotto da Michele Canova. Ce lo racconta con una chitarra in mano e altre venti intorno, appena rientrato da festival internazionali in cui ha presentato l’horror The well, quinto film da regista.
In Puntofermo canta “è un cielo difficile”. Cosa intende?
«Siamo bombardati da ogni lato: violenza, tutti che vogliono venderti qualcosa, fuffa-guru che vogliono insegnarti la vita. L’individuo si perde in un mare magnum di informazioni. Si chiede, sì vabbé ma io dove devo andare? C’è bisogno di un porto nella tempesta, qualcosa che ti accolga e non ti lasci alla furia del mare. A livello emotivo, vieni sopraffatto se qualcuno non ti ricorda che esiste anche l’amore. Per un libro, un figlio, un cane come nel video che accompagna la canzone».
Il suo porto sicuro qual è?
«Oltre la famiglia, i miei film, le mie canzoni. Lì dentro sto bene, mi sento protetto, esce il meglio di me. So che tutto il resto non mi porterà via da lì. Una chitarra, quando suona, ti fa sentire il motivo per cui vale la pena continuare ad esserci. Ma i punti fermi li ho costruiti con sacrifici, perché prima li devi individuare, poi difendere, altrimenti svaniscono. E difendere ciò in cui credi, la tua identità, a volte ha un prezzo salato».
Anche nella musica?
«Spersonalizzarsi, seguire la corrente, è più facile che restare coerente. Un tormentone può aiutarti a restare a galla, poi però ti risvegli in panni che non sono i tuoi. Mi è anche capitato di non far uscire brani che “funzionavano”, rischiando lo stallo. Quando una cosa sento che “funziona” in modo che non mi piace, allora mi scatta l’antenna. Perché il “funzionismo” non è artisticità».
Sì può ragionare così, con le pressioni di oggi?
«Leggo di giovani stritolati dalla macchina dell’industria musicale e mi fa orrore. Ma ormai non c’è un campo in cui non si venga schiacciati. E con i social, chi ha più follower è messo al pari di chi è competente, si promettono soldi facili, si cerca il successo immediato. Da padre di un’adolescente, mi preoccupo».
Cosa dice a sua figlia?
«Le spiego che il successo non esiste, non ha forma, non ha odore. Come lo hai, lo perdi. Esiste invece la passione, l’impegno. Il resto, sono danni».
Come ci si salva?
«Spostando l’attenzione dal “cosa ottengo” al “cosa do”. Niente ti viene dato, se tu non hai prima dato. Devi essere davvero dentro la cosa che fai e poi condividerla. È la mia generazione che deve indirizzare i giovani, con consigli e buoni esempi. Altrimenti si crea il muro: i boomer, i millennial. Sono termini che ammazzano il concetto di “insieme”. Così ci perdiamo tutti».
Anche lei passò una fase buia, dopo il successo di Tiromancino.
«Dal 2000 inanellai La descrizione di un attimo, Due destini, Amore Impossibile, Un tempo piccolo. Ecco, in un tempo piccolo, accadde tutto. Mi sono detto: e mo’ che faccio? La gavetta, gli anni in trincea per emergere, mi avevano dato stimoli, creatività, e avevo finito il viaggio. Il mio umore non era più lo stesso».
Cosa le mancava?
«Mi mancava che non mi mancava più niente. Pensai che dovevo scappare e andai verso la mia altra passione, il cinema. Ora posso tornare alla musica quando mi va».
È anche ospite in un bel brano di Tommaso Zanello (Piotta) intitolato Serpico, sull’omicidio di Francesco Evangelista da parte dei NAR. Ne ha ricordi?
«Bella la canzone, e tutto il disco di Tommaso, dedicato al fratello scomparso. Si sente il cuore. Quello fu un episodio triste, e da allora l’essere umano non mi sembra migliorato. Era il 1980, Tommaso mi ha rinfrescato la memoria. Lui lo visse da vicino. Avvenne davanti al liceo Giulio Cesare».
Lei dove andava a scuola?
«Ho fatto vari licei, non studiavo molto. Verso i 16 anni mio padre mi regalò una cassetta di Eric Clapton e rimasi folgorato. Io strimpellavo e pensai: ma davvero la chitarra può fare queste cose? Poi mio padre mi portò a vedere Roberto Ciotti dal vivo, un grande bluesman a due passi dal mio naso. Uscii dal locale dicendo: “So cosa voglio fare”. Cominciai a suonare blues nei locali romani, prima di scrivere brani miei. E ancora faccio concerti blues, vado ai concerti blues. Amo il tocco di certi chitarristi, come Mark Knopfler».
Suo padre insegnava storia e filosofia al liceo. È coautore di molte sue canzoni.
«Tra cui Amore Impossibile. Lui fa riferimenti alti, tipo Sartre, io traduco nel pop. Il suo punto fermo è lo studio, perenne. Adesso ha pubblicato un libro di sonetti romaneschi, divertenti e taglienti. Per me è un faro, un fan, un critico, un collaboratore, un sostegno psicologico. Senza lui, non so se starei qui».
La portò anche a vedere Gigi Proietti a teatro.
«Decine di repliche di A me gli occhi, please. Gigi era un artista enorme, comunicava una sana passione per il suo mestiere, ed era di un’umiltà spaventosa. Persona bellissima. Morì il primo giorno di riprese del mio film Morrison. Piangevo a dirotto. Gli dedicai il primo ciak, c’era la troupe con il cuore spezzato».
A “Cavalli di battaglia” lei e Proietti duettaste su “La mia libertà” di Califano.
«Franco è stato un’altra guida. Tra le tante cose, mi insegnò che un testo non deve avere riempitivi. Lo vedevi scrivere e dava peso a ogni parola, non cercava mai la rima facile».
Con Lucio Dalla fece Com’è profondo il mare. Che ricordi ha?
«Tantissimi, insieme alle isole Tremiti, insieme a Natale, con lui fissato per il presepe napoletano. Era divertente, visionario, un uomo delle stelle. Alle prove sembrava distratto, in un mondo suo, poi si rivelava un mostro sul palco. Ricordo una sera in particolare, in un locale di Bologna...».
Cosa successe?
«Eravamo d’accordo: io facevo due strofe del suo brano Washington e a sorpresa entrava lui. Invece, durante il concerto, Dalla si addormentò sulla sedia accanto al fonico. Me ne accorsi e non sapevo che fare, se ridere o piangere. Poi Lucio si svegliò di soprassalto e attaccò preciso, senza sbagliare niente, facendo i numeri. Venne fuori una cosa che non dimenticherò mai».
I Tiromancino compiono 35 anni. A una reunion non ci pensa?
«Sarebbe bello riunire tutti i musicisti che nel tempo hanno fatto parte del progetto, magari per una data a Roma. Chi lo sa. Intanto da quindici anni ho lo stesso gruppo, un pezzo di cuore, e il 2025 vedrà un evento speciale per i 25 anni da La descrizione di un attimo».
È d’accordo con chi vi definisce anticipatori dell’indie pop?
«Forse fu la Roma di fine anni Novanta a partorire quel sound e noi ci trovammo esattamente lì, i primi che venivano dall’underground ma portavano canzoni in radio e classifica. Cambiammo un po’ le regole: far cantare tutti ma senza fare musica leggera. Perché il pop e la musica leggera sono due cose diverse».
“Puntofermo” prelude a un disco?
«No, di album ne ho fatti tanti e oggi sono più estemporaneo. Faccio canzoni che fotografano un momento particolare e chiedono di uscire. Avremo un’estate piena: Tiromancino in tour, e poi esce nelle sale italiane The well, il mio horror che sta avendo ottime recensioni ed è stato comprato ovunque all’estero. Ci recita mia figlia Linda».
E la madre, la sua ex compagna Claudia Gerini. Com’è l’amore a questa età?
«C’è più consapevolezza, più spontaneità. Se non hai capito certi meccanismi, l’amore diventa veramente cervellotico, ingarbugliato. Lo complichi così tanto che finisci per rovinarlo. L’esperienza aiuta».
Ha postato una foto di sua moglie (Giglia Marra ndr) e della Gerini insieme. Difficile trovare questa armonia?
«Nessuno ti regala una foto così. Dietro c’è un mare di lavoro, dolori, milioni di accortezze, volontà di non mettere in moto energie negative. Sono stato fortunato perché si tratta di due donne meravigliose e intelligenti, però io avrei potuto comunque combinare un disastro. Una famiglia allargata, con mia figlia felice: è una delle cose più belle che sono riuscito realizzare».