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Amedeo Minghi: “Trottolino amoroso non fu capita, noi citavamo Mozart. Ora celebro ‘1950’, un messaggio di speranza. Io antipatico? Sconto la mia timidezza”

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Quarant’anni fa il cantautore portava a Sanremo il suo capolavoro, un successo che rinnova con un tour. In autunno il nuovo album anticipato dal singolo ‘Non c’è vento stasera’. I ricordi, Roma e gli anni 70: “Gabriella Ferri difficile e straordinaria, la collaborazione con Califano, Renato Zero un grande amico”
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1950, “un anno tondo come un pallone”. Quaranta anni fa (quarantuno, a essere pignoli: era il 1983) Amedeo Minghi portava a Sanremo il suo capolavoro. Ma la sua Serenella, la protagonista della canzone lanciata verso il futuro, non raggiunse nemmeno la finale. Il tempo ha fatto giustizia, inserendo quella visione nel pantheon della canzone italiana. Adesso, dopo quattro anni di stop, Minghi torna sui palcoscenici con il tour “40 anni da 1950” (al via martedì 26 marzo dal Teatro Verdi di Firenze) per celebrare il compleanno di Serenella e per presentare il nuovo singolo Non c’è vento stasera, che anticipa un nuovo album in uscita in autunno (il cantautore annuncia anche un libro di memorie che scriverà con Pino Strabioli) e che, come la canzone simbolo del suo repertorio, è ambientato a Roma.

Il video della nuova canzone sembra un omaggio a una Roma notturna, silenziosa, umida.

"Roma è una città meravigliosa, nascere qui è una grande fortuna. Sono nato al quartiere Trionfale, ho vissut…

1950, “un anno tondo come un pallone”. Quaranta anni fa (quarantuno, a essere pignoli: era il 1983) Amedeo Minghi portava a Sanremo il suo capolavoro. Ma la sua Serenella, la protagonista della canzone lanciata verso il futuro, non raggiunse nemmeno la finale. Il tempo ha fatto giustizia, inserendo quella visione nel pantheon della canzone italiana. Adesso, dopo quattro anni di stop, Minghi torna sui palcoscenici con il tour “40 anni da 1950” (al via martedì 26 marzo dal Teatro Verdi di Firenze) per celebrare il compleanno di Serenella e per presentare il nuovo singolo Non c’è vento stasera, che anticipa un nuovo album in uscita in autunno (il cantautore annuncia anche un libro di memorie che scriverà con Pino Strabioli) e che, come la canzone simbolo del suo repertorio, è ambientato a Roma.

Il video della nuova canzone sembra un omaggio a una Roma notturna, silenziosa, umida.

"Roma è una città meravigliosa, nascere qui è una grande fortuna. Sono nato al quartiere Trionfale, ho vissuto a pochi metri dai Musei vaticani, ma all’epoca era ancora periferia. Roma è lo sfondo ideale per qualunque storia. Qui tutto può accadere e tutto accadrà anche nel futuro”.

Anche Serenella era una ragazza di Roma. Quarant’anni fa è nata in una notte in una interminabile conversazione con Gaio Chiocchio, è diventata un simbolo di speranza e di rinascita. Pensava a qualche figura in particolare?

"Quella notte c’era una magia tra me e Gaio, tra vino e sigarette, e poi è uscita la canzone. Scrivemmo centinaia di appunti che poi rimisi insieme la mattina dopo. Serenella la immaginavano serena di nome e di fatto, ma è un brano totalmente simbolico: lei è l’Italia che poteva affrontare un futuro, finalmente era una Repubblica, si era liberata dai suoi pesi, stavano nascendo cose meravigliose che ci avrebbero trasformato in una potenza economica. Il bambino era il futuro e la gente l’ha capito”.

In fondo ricorda un po’ le donne del film di Paola Cortellesi, pronte a cambiare tutto.

“Erano le donne come Anna Magnani, Cortellesi ha pescato proprio da lì. Anche questo è Serenella, affronta tutto con grande coraggio, disposta a ogni rischio per il futuro”.

A proposito di donne, ha dedicato canzoni di riscatto a donne famose un po’ bistrattate come Anita Garibaldi e Yoko Ono.

"I grandi classici ruotano intorno a storie di donne. Pensi all’opera: io sono melomane e nel melodramma sono dominanti, Tosca, Aida, Traviata. Anita ha contribuito al mito del marito, ha fatto battaglie con lui, ha insegnato a Garibaldi a cavalcare, era una cavallerizza. Yoko l’ho odiata, per decenni l’ho accusata della distruzione dei Beatles, non sapendo la vera storia. Allora sembrava responsabile di tutto, poi l’abbiamo rivalutata. Le grandi canzoni di John si devono anche a lei. Se Lennon la amava ci sarà stato un motivo. E comunque queste operazioni di recupero le ho fatte inconsciamente”.

La donna più importante è stata sua moglie Elena (morta nel sonno nel 2014, ndr).

"E’ stata una storia bellissima, per lei ho scritto L’immenso. Ha saputo convivere con un personaggio complicato come me, senza volermi cambiare. Siamo stati come eravamo. Io di notte uscivo per andare in giro per Roma, da solo: non mi ha mai fatto domande”.

BARBARA GALLOZZI 

La musica. Tra le figure importanti della tua carriera ci sono Edoardo Vianello, Califano, Gabriella Ferri. Che Roma era quella?

"Nei primi anni 70 a Roma c’era un grande fermento. Le cantine erano piene di gruppi, in tutti i quartieri si suonava, c’era il Folkstudio, una fucina incredibile, Ennio Melis si inventò il cenacolo, punto d’incontro di tanti giovani cantautori. In quegli anni ho pubblicato canzoni scritte con De Gregori, ho collaborato con Renato Zero, con Pappalardo, con Edoardo De Angelis. Poi approdai alla piccola etichetta di Vianello, il direttore artistico era Califano, abbiamo scritto Fijo mio, il suo primo successo. C’era grande scambio, per i turni in studio chiamavo Maurizio De Angelis, che col fratello Guido ha dato vita agli Oliver Onions, per 10.000 lire a seduta”.

Franco Califano 

Che ricordo ha di questi artisti?

"Con Zero siamo ancora amici, sono stato ospite ai suoi concerti, le mie figlie sono sue amiche. Con Francesco De Gregori ci stimiamo molto anche se non ci sentiamo spesso: con lui ho scritto una canzone per Marisa Sannia, Il mio mondo il mio giardino. Gabriella Ferri era una donna difficile. Anche Califano lo era, ma faceva la sua vita, con Ferri condividemmo l’esperienza nei Pandemonium e facemmo un tour (76-77) che ebbe molte repliche al Sistina. Era piena di problematiche, cambiava tutto, ma quando cantava ti dimenticavi qualsiasi cosa. Da brividi. Aveva una capacità emotiva mai vista, non mi era simpatica, lavorarci insieme era difficile ma artisticamente era eccezionale. Dava un aspetto così profondo alle parole”.

Gabriella Ferri, scomparsa nel 2004 

Si racconta che “Vattene amore” fosse stata pensata inizialmente per Mina e Ornella Vanoni. Poi che è successo?

"E’ vero solo in parte. Uscì questa notizia che forse le due volevano cantare un brano insieme, la Fonit Cetra mi interpellò e buttai giù questa cosa. Non se ne fece niente, poi per una serie di casualità è arrivata Mietta e l’ho incisa con lei, che è una grande cantante molto imitata anche oggi. Ha fatto scuola”.

“Trottolino amoroso” è stato un tormentone ante-litteram. E pensare che Pasquale Panella, l’autore del testo, citava Mozart…

"È un testo importantissimo. Vanoni mi disse che erano versi per bambini, ma il significato era esattamente il contrario di quello che veniva percepito: racconta di due che si lasciano per non finire ad amarsi solo attraverso nomignoli idioti, per non rovinare il rapporto. Abbiamo fatto tanta fatica a farlo capire, Panella era incazzatissimo, ma poi la cosa lo ha divertito. E’ un testo molto alto, ed effettivamente c’è la citazione di Mozart. E anche quella della pubblicità della Barilla: i due protagonisti non volevano arrivare a quel livello di smielatura”.

Con Mietta, sul palco del festival di Sanremo 1990: 'Vattene amore' si classificò terza ma il "trottolino amoroso" diventò un tormentone che vive ancora oggi (fotogramma)

I suoi Sanremo le hanno spesso reso giustizia dopo la gara. ‘1950’ non entrò in finale, ‘Vattene amore’ fu un po’ contestata dalla critica…

"Ne ho fatti otto, tre erano più che sufficienti. Sanremo mi ha dato cose buone e meno, ero perdente ma poi avevo praticamente vinto con Mietta, in quell’edizione ci furono grandi successi ma abbiamo superato tutti. Il disco di Mietta vendette 500.000 copie, nessuna artista donna aveva venduto così tanto. La critica, a dire il vero, fu spaccata a metà. Ma nessuno poteva immaginare un successo simile. A Sanremo però ho duettato con Katia Ricciarelli e lo ha fatto conoscere Baudo. Non so se Pippo mi odia o se mi vuole ancora bene”.

Minghi con Mietta lo scorso settembre: si sono esibiti in 'Vattene amore' durante una delle serate di Rai 1 'Arena Suzuki' condotte da Amadeus 

Ha scritto anche le musiche di ‘Fantaghirò’, altro tormentone immortale.

"Ha segnato una segnato una generazione di ragazzini, quella serie l’hanno vista veramente tutti. Fu un successo enorme, Mediaset lo vendette in 70 paesi. Il regista Lamberto Bava voleva musica ovunque, ne ho scritta tantissima. Ho colpito il cuore di milioni di ragazzi in tutto il mondo”.

Amedeo Minghi canta "Trottolino amoroso" in Senato: il video è virale

Ha anche incontrato papa Woityla e per lui hai scritto ‘Un uomo venuto da lontano’: è un uomo di fede?

"Sono un artista molto curioso, mi interessano le cose che attengono allo spirito, all’invisibile. Credo nella spiritualità dell’uomo, sono attratto dal mistero, ma non ho un approccio teologico. Gli uomini di fede fanno tanti errori, il loro esempio non mi aiuta. Non credo molto nelle religioni. Ho dedicato una canzone all’uomo Giovanni Paolo, non al Papa”.

Spesso lei è stato definito una persona antipatica.

“È lo scotto che pagano i timidi come me. Sul palco non mi scompongo, faccio difficoltà a esternare i miei sentimenti. Posso sembrare spocchioso. Ho una postura un po’ da stronzo, come mio padre. Posso suscitare antipatia, se non mi conosci. Anche con i miei figli non sono così espansivo, lo siamo nei fatti. Forse perché metto tutto nelle canzoni. Ma sono un gran barzellettiere e le confesso una cosa: sono un grandissimo appassionato di Totò. E se in tv ci siamo io e lui in contemporanea, mi guardo lui”.

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