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Irene Effe, come Fornaciari: “Ho fatto un disco per uscire dal buio. A papà Zucchero non è piaciuto, ha detto che è troppo dark. Ricordo la sua depressione anche se all’epoca ero una bambina”

Si intitola ‘Terra bruciata’ l’album che segna il ritorno in scena dell’artista dopo un periodo complicato “in cui mi sentivo insicura, inadeguata, sempre con la paura di non essere apprezzata”. La terapia, la musica, il rapporto ritrovato con il celebre genitore: “Un mentore dall’entusiasmo straordinario”
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Sei anni di silenzio per riemergere dalle nebbie di un io frantumato. Irene Effe, al secolo Irene Fornaciari (è la figlia di Zucchero), 40 anni, ha da poco pubblicato un album intitolato Terra bruciata, da lei definito «un’esperienza liberatoria». Un disco dalle sonorità elettroniche e crepuscolari, molto distante dallo stile dei suoi precedenti lavori. Un disco di “obscure pop”, che somiglia molto a una seduta psicanalitica.

La copertina dell'album 'Terra bruciata' 

Distruggere tutto per ricostruire. Non c’era proprio niente da salvare?

«Qualcosa, non saprei esattamente cosa. Mi rimprovero di non aver creduto abbastanza in me, poi ho trovato la forza di cominciare a dire di no. Ero assillata dal timore di non avere l’approvazione degli altri, ero anestetizzata, senza un’identità. Mi sono fermata coi dischi ma non con i live, che sono la mia dimensione ideale. Dei numeri non me ne è mai freg…

Sei anni di silenzio per riemergere dalle nebbie di un io frantumato. Irene Effe, al secolo Irene Fornaciari (è la figlia di Zucchero), 40 anni, ha da poco pubblicato un album intitolato Terra bruciata, da lei definito «un’esperienza liberatoria». Un disco dalle sonorità elettroniche e crepuscolari, molto distante dallo stile dei suoi precedenti lavori. Un disco di “obscure pop”, che somiglia molto a una seduta psicanalitica.

La copertina dell'album 'Terra bruciata' 

Distruggere tutto per ricostruire. Non c’era proprio niente da salvare?

«Qualcosa, non saprei esattamente cosa. Mi rimprovero di non aver creduto abbastanza in me, poi ho trovato la forza di cominciare a dire di no. Ero assillata dal timore di non avere l’approvazione degli altri, ero anestetizzata, senza un’identità. Mi sono fermata coi dischi ma non con i live, che sono la mia dimensione ideale. Dei numeri non me ne è mai fregato niente, volevo tornare con qualcosa da dire».

Quando ha deciso di cambiare tutto?

«Non è stato facile. All’ultimo Sanremo cui ho partecipato, nel 2016, parlavo di immigrazione ma non mi sentivo all’altezza di rappresentare un tema così importante: mi dissero “o porti questo brano o non vai al festival”. Mi sono sentita piccola, un po’ falsa rispetto al pubblico. Avevo un progetto a cui ho lavorato un anno, ma mi hanno obbligata a portare quel pezzo. Ho un carattere timido, insicuro, se non credo al cento per cento nelle cose non riesco a essere credibile nel difenderle. E poi negli ultimi dischi ero diventata più interprete che cantautrice, ma io devo poter raccontare me stessa».

Un album di obscure pop concepito durante notti insonni.

«La notte è il momento in cui posso scavare nel profondo, di giorno sei presa dalla quotidianità. Il silenzio ti dice di cercare dentro te stessa. Sto facendo anche un lavoro sui social: mostro la mia dimensione reale, ho 40 anni, basta apparenze».

La sensazione, ascoltando le nuove canzoni, è che lei abbia affrontato il disco come una seduta psicanalitica. Ha messo dentro empowerment femminile, salute mentale, diversità, clima. Ma qual è il vero problema che l’ha spinta a questo sfogo?

«L’album l’ho fatto per me, andando contro le regole, mi dicevano sempre “le persone devono rivedersi in quello che scrivi”, ma io ci credo poco. L’ho inciso mentre ho iniziato la terapia, ho messo dentro tanti temi senza ragionarci. Odio l’idea che l’artista debba avere uno stile unico, la musica oggi deve essere contaminata».

La sua paura più grande?

«Tutti gli artisti hanno paura di non essere amati per quello che sono. Poi c’è la paura di non essere apprezzata, di essere giudicata. Di essere di troppo, sempre».

Ha detto che la scelta di cambiare nome è legata al tentativo di affrancarsi da suo padre. Che rapporto ha con lui?

«Abbiamo vissuto a distanza perché i miei sono separati da quando avevo 2 anni. La mia adolescenza è coincisa con il suo successo, non lo vedevo, non c’era. Abbiamo iniziato a conoscerci più tardi, all’inizio lavoravo con lui ma avevamo idee diverse, litigavamo. Oggi ho un rapporto bellissimo, è sempre stato un mentore, un artista incredibile, mi ha regalato insegnamenti importanti. Ma quando ho capito che la professione stava guastando il rapporto, ho messo un paletto. Ora ogni tanto mi fa scoprire cose nuove e io a lui».

Zucchero Fornaciari, papà di Irene 

Sapeva della depressione di cui ha parlato nel documentario sulla sua vita?

«Quello che ha raccontato non è paragonabile a quello che ha vissuto. Ne ero al corrente, anche se all’epoca ero una bambina ma sapevo che non riusciva più a uscire di casa. Tutti in famiglia soffriamo di attacchi di panico, so di cosa parla».

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Si è detta sorpresa che nessuno le chieda mai di sua madre.

«Mia mamma soffre di fibromialgia, al punto che le faceva male anche l’acqua della doccia sulla pelle. In questi anni mi sono presa cura di lei, l’ho accudita come una bambina».

Che pensa papà di questo disco?

«È contentissimo del mio ritrovato entusiasmo, ma a livello artistico non gli piace (ride, ndr). Lui usa suoni caldi, non pensava avessi questa anima dark».

Diversi suoi colleghi di recente hanno manifestato disagio. Cos’è che non funziona nel mondo della musica?

«Dal 2016 a oggi è cambiato tutto, devi produrre continuamente e in velocità ma l’arte e la creatività hanno bisogno di tempo, per questo poi scoppi».

A proposito di disagi: una volta a Sanremo le chiesero di indossare i tacchi…

«Sì. Noi donne viviamo sotto pressione, hai l’obbligo di essere sexy. Sono alta un metro e ottanta, se indosso i tacchi divento una pertica. A Sanremo nel 2010 avevo dei tacchi enormi, non mi sentivo ancorata a terra e avrei cantato male. Ho lanciato via le scarpe prima di entrare in scena, molti hanno pensato a una trovata ma volevo solo stare comoda».

Qual è il suo desiderio, oggi?

«Quando vivi in mezzo a tante malattie, lo dico perché la mia famiglia è stata decimata, i desideri si ridimensionano. Vorrei creare delle belle situazioni live. E riuscire a vivere della mia musica».

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