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Eurovision, ecco perché ci vorrebbe tutto l’anno. E non è una minaccia

Perché non immaginare altri programmi, altri momenti che possano ispirare maggiore vicinanza, familiarità, con gli altri cittadini europei?
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La verità è che ci vorrebbe l’Eurovision tutto l’anno, e detta così potrebbe anche sembrare una minaccia. Spieghiamo meglio. Quello di cui avremmo davvero bisogno è una televisione che parli europeo più di quanto faccia ora, che periodicamente apra una finestra, almeno uno spiraglio, per farci vedere quello che succede nei paesi vicini, cugini, fratelli o parenti lontani che siano.

Pensate, potremmo contribuire a quel pensiero complesso e non compiuto di identità europea, con poco sforzo, magari anche divertendoci. E all’occorrenza, lo sappiamo bene, non c’è niente di più potente della cultura, del gioco, della comunicazione, dello spettacolo. Ve lo ricordate? Un tempo c’era Giochi senza frontiere, con tutta l’ironia che possiamo scatenare al ricordo di quei giochi un poco baracconeschi, ma già quella frase, “senza frontiere” qualcosa ispirava, poi più nulla. Ci rimaneva appunto l’Eurovision, e fino a qualche anno fa era stata marginalizzata e messa fuori dai palinsesti.

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La verità è che ci vorrebbe l’Eurovision tutto l’anno, e detta così potrebbe anche sembrare una minaccia. Spieghiamo meglio. Quello di cui avremmo davvero bisogno è una televisione che parli europeo più di quanto faccia ora, che periodicamente apra una finestra, almeno uno spiraglio, per farci vedere quello che succede nei paesi vicini, cugini, fratelli o parenti lontani che siano.

Pensate, potremmo contribuire a quel pensiero complesso e non compiuto di identità europea, con poco sforzo, magari anche divertendoci. E all’occorrenza, lo sappiamo bene, non c’è niente di più potente della cultura, del gioco, della comunicazione, dello spettacolo. Ve lo ricordate? Un tempo c’era Giochi senza frontiere, con tutta l’ironia che possiamo scatenare al ricordo di quei giochi un poco baracconeschi, ma già quella frase, “senza frontiere” qualcosa ispirava, poi più nulla. Ci rimaneva appunto l’Eurovision, e fino a qualche anno fa era stata marginalizzata e messa fuori dai palinsesti.

La Rai aveva smesso di crederci, la riteneva poco interessante per il pubblico, non si partecipava neanche più alla gara, malgrado l’Italia fosse tra i paesi fondatori. Buffo a ripensarci, ma in quel periodo di oblìo, nel 2009, visto che non l’aveva presa nessuno, e il broadcast era rimasto libero, fummo noi di Repubblica a trasmetterla in streaming, poi la Rai è rinsavita, è tornata a tasmetterla, fino ai fasti di quest’anno. E ancora una volta è un’occasione per curiosare, per scoprire, nel bene e nel male cosa voglia dire e se ha senso immaginare una musica europea.

Questi giorni abbiamo ascoltato canzoni che vengono dalla Grecia, dall’Albania, dall’Armenia, che per inciso ha presentato uno dei pezzi più interessanti di tutta la manifestazione, dal Belgio, dall’Olanda, bizzarrie sorprendenti come The Code dello svizzero Nemo che ha il pregio tra elettronica e rap di offrire una notevole sintesi del mix in atto in questo periodo storico e di essere, proviamo a immaginare, uno di quei prodotti che a buon diritto potrebbero definirsi “europei”. Che sia anche un artista dal nome improbabile come Baby Lasagna, che canta Rim Tim Tagi Dim. Pazienza, il punto è: quando mai ci capita di ascoltare canzoni che vengono da questi paesi?

A volte c’è da sorridere, certo, a volte rimaniamo delusi da una certa piattezza pop, da troppe casse dritte, e da un assoluto predominio della lingua inglese, mentre sarebbe sicuramente più interessante scoprire voci più originali, segnali di appartenenza più significativi, insomma tutti vorremmo i norvegesi con i pezzi a ritmo di birrerie e balletti a bordo di renne oppure gli spagnoli con volteggi di flamenco, ma in fondo a pensarci bene anche una certa omologazione a suo modo ha qualcosa da raccontarci, per esempio che le musiche, in Europa, tendono ad avvicinarsi, a dialogare a distanza, colmando certe distanze che invece in altri ambiti sono più accentuate. E’ un fatto che al contrario abbiamo perso il contatto con paesi che abbiamo sempre sentito affini come la Francia e la Spagna, di cui musicalmente sappiamo davvero poco, e questo è comunque un danno oggettivo.

E allora, una volta l’anno, abbiamo l’Eurovision, è già qualcosa, ma viene da chiedersi: perché non immaginare altri programmi, altri momenti che possano ispirare maggiore vicinanza, familiarità, con gli altri cittadini europei? Chi dovrebbe farlo se non la televisione? Magari non c’è bisogno di resuscitare Giochi senza frontiere, oppure sì, perché no, ci prenderemmo anche quello, ma di sicuro ci vorrebbe un appuntamento che abbia continuità, che non si esaurisca nel furore della gara di una settimana. Se l’Europa è una missione, anche la televisione dovrebbe essere un modo di viverla, tutto l’anno.

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