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Cisco, il ricordo del ‘segretario’ Berlinguer: “Non era un uomo di partito ma uno di famiglia: dava l’esempio su come comportarci”

Cisco, il ricordo del ‘segretario’ Berlinguer: “Non era un uomo di partito ma uno di famiglia: dava l’esempio su come comportarci”

A quarant’anni dalla morte, l’ex voce dei Modena City Ramblers ricorda il grande politico e segretario del Pci a cui dedicò il brano ‘I funerali di Berlinguer’

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Berlinguer, ti voglio bene, anche oggi che sono passati 40 anni dalla morte del segretario del Pci. «Era uno di famiglia, per noi laici il parroco che ci mostrava la via e dava il buon esempio», lo ricorda Cisco, che ancora lo chiama solo «Il Segretario».

Nel 1994 nel primo disco dei Modena City Ramblers spiccava il brano I funerali di Berlinguer, in cui il cantante emiliano raccontava il viaggio di una combriccola modenese verso le esequie del segretario del Pci. Quei funerali diventarono anche quelli di un ideale, di un popolo di sinistra che non trovò più un uomo attorno al quale raccogliersi, e oggi Cisco ne parla in un’estate che lo porterà in tour per celebrare da solista i 30 anni dal debutto dei Ramblers Riportando tutto a casa, con crowdfounding lanciato per ricavarne anche un disco e dvd live.

I funerali di Enrico Berlinguer a Roma, 13 giugno 1984
I funerali di Enrico Berlinguer a Roma, 13 giugno 1984 

«Erano previste poche date, è diventata una cosa incontrollabile che ci ha fatto capire quanto era importante quel pezzo di storia artistica e sociale italiana – racconta – e che stiamo riscoprendo non solo noi, ma pure La Crus, Marlene Kuntz, Cccp…» I Cccp, infatti.

Che effetto le ha fatto vederli tornare sul palco sventolando falce e martello e bandiera del Pci?
«Non so i giovani, ma io mi sono emozionato, ho avuto la sensazione che hai davanti a film come Novecento di Bertolucci, è la messa in scena di un periodo storico e un mondo in cui noi abbiamo vissuto e creduto e che ora loro cercano di comunicare a chi li va a vedere, senza gridare a rivoluzione o proletariato».

Il che ci porta al Pci che fu. Quando ci furono i funerali di Berlinguer lei aveva 16 anni, da che ricordi nasce il brano?

«La scrissi con Alberto Cottica dei Ramblers, fu una crasi di tanti ricordi personali, come quello di quando i miei mi portarono a Firenze a un suo comizio e c’era così tanta gente che in piazza non siamo nemmeno riusciti ad arrivare, bloccati nella folla ad ascoltare la voce del Segretario dai megafoni: ecco il verso “la piaza l’era pina, ma quant comunesta a ghé”. I nomi citati sono tutti parenti scomparsi o amici che son stati ai funerali e mi hanno raccontato quelle emozioni».

Enrico Berlinguer
Enrico Berlinguer 

E lei cosa ricorda di quel giorno?

«La grande tristezza in famiglia. Lo so che è difficile da spiegare a un giovane di oggi, ma per noi il Segretario era uno di famiglia, non un uomo di partito. Era uno che ci diceva come stavano le cose e dava l’esempio di come comportarsi, quello che per i credenti era la figura del parroco per noi era Berlinguer. Se eravamo a tavola e al tg parlava Berlinguer, ci si fermava e si stava zitti. Non lo si faceva per nessun altro. Come diceva Gaber, era soprattutto una brava persona, che lavorava per il bene collettivo, oggi si fatica pure a capirlo».

Qualcuno davvero era comunista perché Berlinguer era una brava persona, allora…

«Ma sì, lo dicevi per lui, che non era un sovietico né un oltranzista, e gli avversari lo stimavano. Come io stimavo Moro, e il suo rapimento è un ricordo allucinante che porto dentro, ero a scuola quando arrivò la notizia e ci mandarono a casa per paura di un colpo di stato. In quegli anni andavano così le cose. Poi è cambiata tutta la sinistra e l’idea della politica, come quella dell’uomo di partito che pur con le sue idee cerca il bene per tutti».

Oggi forse nel solo dichiararsi di sinistra c’è titubanza, mentre a destra non c’è tanta timidezza…

«S’è capovolto un mondo, ora c’è da vergognarsi a dirsi figli di un pensiero socialista, mentre a mostrarsi fascisti non ci si fa problemi. Una volta certe cose magari le pensavi, ma te ne guardavi bene dal dirle ad alta voce, soprattutto in certi luoghi. Oggi sventolarle sembra quasi giusto, ma non la si confonda con una manifestazione di libertà. Quella si misura sui valori, non sui disvalori. E quando togli valori alle persone, vale per i diritti dei migranti, Lgbtq, di famiglie che non possono adottare, quella non è libertà».

Chi è rappresenta meglio la figura di Contessa, oggi?

«Quanti ce ne sono. Allora Contessa era la vecchia nobiltà decaduta che non esiste più, adesso è incarnata benissimo dalla società medio-scarso-borghese che si fregia di una finta ricchezza per reputarsi migliore degli altri».

Riscriviamo la canzone Quarant’anni, ma stavolta non sono quelli della Repubblica ma i 40 dalla morte di Berlinguer ad oggi: cosa citerebbe?

«Quando la scrivemmo nel ’92 ai tempi di Mani pulite e di un Paese che sembrava volesse mutare pelle sul fronte di affari e corruzione, pensavamo che in pochi anni non avrebbe avuto più senso cantarla. Invece 30 anni dopo va aggiornato solo il titolo, son parole che valgono ancora in un Paese che è ancora come allora, anzi, è peggiorato. Credo irrimediabilmente, pensavo le nuove generazioni avrebbero migliorato quel che hanno trovato, e invece…».

Giovani complici o travolti dal sistema?

«Ma io ci metto dentro pure la mia, di generazioni. Sembravamo quella del cambiamento, e abbiamo fallito, siamo stati i primi ad adagiarci a quel metodo, a dirci che il paese va così e se vuoi sopravvivere ti devi adeguare a fare gli affarini, evadere, pensare al tuo interesse e non a quello generale. Il grande male del nostro tempo, dopo Mani pulite alla collettività non abbiamo mai più pensato».

Per 30 anni la vostra versione è stata la Bella ciao per antonomasia. Oggi da un lato c’è chi continua a dirla divisiva, dall’altra è diventata fenomeno pop: non si rischia ne esca diluito il significato?

«Ho sempre pensato fosse la canzone migliore per rappresentare l’inno d’Italia, più di quello di Mameli; è davvero un canto di libertà e se dal Sudamerica al Medio Oriente un popolo oppresso lo prende e lo intona contro i suoi oppressori in mille lingue diverse vuol dire che ha una forza intrinseca che nessuno governa. E se diventa un fenomeno pop come capitato per la serie “La casa di carta” a me non dà fastidio, anzi, ne sono felice perché può viaggiare tra le generazioni. Oltre a dar fastidio a chi non la ama: mi fa sorridere l’idea di una famiglia radicata nel pensiero fascista che si trova in casa un figlio che fischietta “Bella ciao” perché l’ha sentita nella serie».

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