Alice: “Il mio nuovo tour con ‘Auschwitz’ di Guccini: oggi serve consapevolezza”
di Luca ValtortaA cosa pensano gli artisti quando scrivono? Che cosa sognano le fidanzate quando baciano? A cosa penserà Alice mentre canta? Qual è il suo mistero? Di Alice non si sa niente o quasi mentre le sue canzoni ci accompagnano da tanto tempo con una forza inscalfibile. È così schiva che pochi conoscono davvero la sua reale importanza nella musica italiana (e non solo) attribuendo ad altri e comunque straordinari autori quali Franco Battiato i suoi successi. Invece Alice ha composto e scritto da sola o con altri come Francesco Messina pezzi straordinari come A cosa pensano, una canzone bellissima. Una canzone che si interroga sul mistero. Perché Alice stessa è un mistero. Che qui, per quanto possibile cerchiamo di raccontare perché, come i veri misteri, non si può spiegare.
A cosa pensano gli artisti quando scrivono? Che cosa sognano le fidanzate quando baciano? A cosa penserà Alice mentre canta? Qual è il suo mistero? Di Alice non si sa niente o quasi mentre le sue canzoni ci accompagnano da tanto tempo con una forza inscalfibile. È così schiva che pochi conoscono davvero la sua reale importanza nella musica italiana (e non solo) attribuendo ad altri e comunque straordinari autori quali Franco Battiato i suoi successi. Invece Alice ha composto e scritto da sola o con altri come Francesco Messina pezzi straordinari come A cosa pensano, una canzone bellissima. Una canzone che si interroga sul mistero. Perché Alice stessa è un mistero. Che qui, per quanto possibile cerchiamo di raccontare perché, come i veri misteri, non si può spiegare.
Come è nata la sua passione per la musica?
«Sono cresciuta in una famiglia dove la musica regnava sovrana: mio padre era un musicista aveva una voce meravigliosa da tenore leggero, mia sorella era diplomata in pianoforte e anche mia madre l’amava e il nonno materno suonava la tromba in una banda cittadina. Quindi nel mio Dna effettivamente la musica c’è».
Quando ha cominciato a cantare?
«Posso dire che ho cominciato a cantare prima che a parlare. In effetti pensandoci era una cosa un po’ particolare perché già a quindici mesi io conoscevo le canzoni che mi cantava mia mamma quand’ero nella culla. C’era quindi in effetti una sorta di predisposizione innata».
Si ricorda quali erano queste canzoni?
«Erano per esempio quelle dedicate al Natale come Tu scendi dalle stelle o quelle per bambini» .
Infatti già a undici anni ha fatto la il primo concorso.
«Prima ancora. Ho una storia un po’ particolare: non ricordo bene ma credo di aver fatto il primo festival quando avevo sette anni e il maestro che faceva le selezioni disse ai miei genitori che avevo un grande talento e che mi dovevano mandare a scuola di musica e di canto. Quindi non è stato un caso, e poi mia sorella che era più grande di me mi aveva spianato la strada e già studiava pianoforte. Così mi sono iscritta al Liceo musicale di Forlì perché il Conservatorio non c’era, ma c’era questa scuola comunale musicale e così a otto anni ho cominciato a studiare pianoforte e contemporaneamente ad andare a scuola di canto della professoressa Rosa Lisi Marsella. E quindi cantare era per me è sempre stato come respirare».
Quali sono state le prime canzoni che cantava?
«Ovviamente canzoni per bambini come quelle dello Zecchino d’Oro».
Nel 1971 c’è la prima vittoria il Festival di Castrocaro giusto con una canzone dei Pooh.
«Sì, ho vinto inaspettatamente con la canzone che andava per la maggiore in quell’estate che era Ho tanta voglia di lei con il testo che io ho ovviamente adeguato al femminile».
Ed è stato lì che ha capito che avrebbe davvero potuto fare questo nella vita.
«No. Ho capito che la mia passione poteva diventare la mia professione qualche anno più tardi, dopo aver vinto la Gondola d’argento a Venezia nel 1972 con La festa mia di Califano e Giancarlo Lucariello, che era il produttore dei Pooh, mi chiamò per fare un album prodotto da lui. E siccome io non ero soddisfatta del repertorio delle canzoni che mi venivano proposte e che avevo inciso decisi di intraprendere questo nuovo percorso. Lui mi propose di cambiare nome e quindi sono diventata Alice Visconti. E con questo, nome d’arte ho registrato l’album La mia grande età».
Come mai decise di cambiare nome?
«Lucariello pensava che fosse necessario dare una nuova immagine per sancire uno stacco rispetto a quello che avevo fatto».
E come mai proprio Alice?
«Probabilmente l’impressione che gli avevo dato quando mi aveva visto in tv era quella di un’Alice nel Paese delle meraviglie (ride, ndr)».
Era giovane ma determinata visto che ha deciso di cambiare e fare un album suo.
«Ho imparato piano piano, identificando prima quello che non volevo e poi quello che volevo, per esclusione».
Tra l’altro in quel periodo la stampa aveva questo modo di rinominare le donne cantanti: c’era Mina, la tigre di Cremona, Milva, la pantera di Goro mentre lei era la cerbiatta di Forlì. Una cosa che oggi non sarebbe più accettabile.
«Sì era decisamente discutibile tutto questo: non mi sembra che per i colleghi uomini venisse usato lo stesso trattamento».
Lei poi da Alice Visconti è diventata semplicemente Alice: perché?
«Già avevo fatto fatica ad accogliere il nome d’arte, il cognome mi sembrava decisamente eccessivo e non adeguato così con il secondo album è scomparso».
Poi ha deciso che voleva essere una cantautrice e così ha cambiato ancora tutto.
«Sì, grazie ad Angelo Carrara a cui avevo chiesto una mano perché io scrivevo già canzoni però non ero così sicura che quello che scrivevo potesse avere effettivamente un senso ed è così che Carrara mi fece conoscere Franco Battiato».
Come fu quel primo incontro?
«Avevo portato con me la musicassetta in cui avevo registrato le mie canzoni con soli piano e voce. La presentazione fu molto essenziale e io ero piuttosto intimorita ed emozionata: Franco aveva una presenza molto forte. Poi dopo una settimana ci siamo rivisti e lui mi ha dato fiducia dicendo di continuare a scrivere. E con mia grande sorpresa mi ha detto che avremmo fatto il disco insieme l’anno successivo».
"Il coraggio di essere Franco", il doc su Battiato su Rai 1: Alice racconta il Maestro
Cosa che si è puntualmente avverata.
«Fu assolutamente di parola e il primo pezzo fu Il vento caldo dell’estate che abbiamo scritto insieme».
Come funzionava?
«C’era una parte di pezzi che erano composti interamente da me e qualcuno che invece abbiamo composto insieme come Il vento caldo dell’estate o Per Elisa. Lavoravamo nella fase di pre-produzione nella sua casa di via Perugino alla stesura degli arrangiamenti insieme a Giusto Pio e alla parte compositiva con Franco e la sera nell’hotel dove stavo poi lavoravo ai testi. Alla fine andavamo in studio: era una cosa meravigliosa. Franco riusciva a creare un’energia creativa incredibile e le canzoni venivano fuori a una velocità inaspettata» .
Vi capivate al volo.
«Ci sono incontri che sono fortunati e questo lo è stato per me in modo determinante» .
Nel 1981 lei vince Sanremo con Per Elisa, un brano fuori dagli schemi musicali del tempo e anche in questo caso con un testo scritto in parte da lei che affronta un tema importante: quello della dipendenza.
«Scritto anche da me ma l’input iniziale fu di Franco: lui era partito dal titolo e aveva scritto la frase iniziale della prima strofa e una frase dell’inciso e tanto mi era bastato per cogliere lo spirito della canzone che era legata anche alla musica. La musica mi parlava e da lì era naturale sviluppare il testo e il tema. Parla di dipendenza che per me era dipendenza emozionale, psicologica. Poi alcuni l’hanno interpretato come droga che comunque è sempre una delle facce della dipendenza anche se non era a quello a cui pensavo io».
Quel disco aveva una copertina bellissima: uno stile tra classico e postmoderno insieme.
«L’ha fatta Francesco Messina che, a partire da quella, ha realizzato tutte le copertine dei miei dischi e con cui abbiamo poi iniziato a lavorare insieme assieme a tempo pieno anche musicalmente».
Un altro album, meno noto ma con una copertina e delle canzoni bellissime solo piano e voce è Mélodie passagère in cui lei canta Satie, Fauré e una meravigliosa versione di Ravel di una delle più antiche preghiere ebraiche: il Kaddish.
«All’inizio non volevo farlo perché credevo di non essere all’altezza ma anche in questo caso Francesco ha insistito e mi sono molto messa in gioco perché cantare quel tipo di repertorio ha richiesto un lavoro molto intenso sulla voce insieme al maestro Michele Fedrigotti al pianoforte e invece è stata una scoperta perché il progetto si è sviluppato molto e dopo una serie di concerti è stato pubblicato il disco così come è avvenuto per God is my dj, un disco nato come idea per dei concerti nelle chiese o in luoghi sacri, cosa che io amo moltissimo».
Come mai?
«Perché per me il canto è sacro: è una forma di preghiera e così, sempre con Francesco Messina abbiamo fatto un programma e poi un disco non di musica sacra ma di ricerca del sacro nella musica».
Questo ci porta al nuovo tour, Master songs: che cosa ci sarà?
«Dopo quattro anni dedicati completamente a Franco e alle sue canzoni ho sentito l’esigenza di riagganciarmi anche a pezzi che in questo preciso momento storico sento importanti, con un’attenzione particolare alla canzone d’autore a cui avevo già dedicato il progetto Viaggio in Italia ma anche alla poesia di artisti come Pasolini, Pierluigi Cappello e Maria di Gleria».
E poi?
«Farò delle canzoni di Juri Camisasca, Mino Di Martino, Lucio Dalla, Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Ivano Fossati, Francesco Guccini e, naturalmente, anche Battiato oltre a quelle che anche ho scritto».
Qualche esempio?
«Sto ancora preparando la scaletta ma di Franco forse ci sarà E ti vengo a cercare e poi canzoni che abbiamo cantato o scritto insieme come Il vento caldo dell’estate e anche Per Elisa. Di Francesco De Gregori credo che farò Atlantide, che per me è un pezzo bellissimo. Di Camisasca sicuramente ci sarà Nomadi».
E di Guccini e De André?
«Auschwitz e Un blasfemo».
Due scelte importanti in questo momento.
«Tutto ha un senso. O almeno io cerco di darglielo. La mia idea poi è sempre quella di essere strumento: non posso estraniarmi da ciò che succede nella vita del pianeta. L’idea di separarsi dal mondo dal fatto che siamo in Italia e tutto va bene è illusoria e in questo momento il pianeta è pieno di sofferenza».
Cosa significa essere strumento?
«Cercare di cogliere e trasmettere l’essenza del brano di cui mi faccio interprete e anche condividere un tipo di consapevolezza attraverso ciò che so fare: la musica e il canto».