Nick Mason, alle radici dei Pink Floyd ma con l’indipendenza e la passione
di Carlo MorettiSei anni fa, all’inizio dell’avventura dei suoi Saucerful of Secrets, il batterista Nick Mason aveva dichiarato che la formazione che nasceva non avrebbe mai inseguito il gigantismo dei concerti dei Pink Floyd e che la sua non sarebbe mai diventata una cover band di lusso: nessun juke box con i brani più famosi del gruppo da lui fondato nel 1965 a Londra insieme all’indimenticato Syd Barrett, al bassista Roger Waters e al tastierista Rick Wright.
Di sicuro, uno degli obiettivi può dirsi centrato. Come ha ampiamente dimostrato lo strepitoso concerto di domenica 21 luglio all’Auditorium “Ennio Morricone” di Roma, l’interesse della band di Mason si concentra sul periodo iniziale dei Pink Floyd, quello che precedette il successo internazionale della band, nel 1973, con The Dark Side of the Moon.
Nella scaletta ci sono brani dal disco …
Sei anni fa, all’inizio dell’avventura dei suoi Saucerful of Secrets, il batterista Nick Mason aveva dichiarato che la formazione che nasceva non avrebbe mai inseguito il gigantismo dei concerti dei Pink Floyd e che la sua non sarebbe mai diventata una cover band di lusso: nessun juke box con i brani più famosi del gruppo da lui fondato nel 1965 a Londra insieme all’indimenticato Syd Barrett, al bassista Roger Waters e al tastierista Rick Wright.
Di sicuro, uno degli obiettivi può dirsi centrato. Come ha ampiamente dimostrato lo strepitoso concerto di domenica 21 luglio all’Auditorium “Ennio Morricone” di Roma, l’interesse della band di Mason si concentra sul periodo iniziale dei Pink Floyd, quello che precedette il successo internazionale della band, nel 1973, con The Dark Side of the Moon.
Nella scaletta ci sono brani dal disco d’esordio The Piper at the Gates of Dawn, come Astronomy Domine e See Emily Play, brani da More, da Atom Heart Mother, da Meddle e da Obscured by Clouds. E non potevano mancare quelli dal secondo album dei Floyd, A Saucerful of Secrets, dal quale la band ha tratto il suo nome, l’ultimo con i contributi di Barrett.
Del “diamante pazzo” a un certo punto del concerto si ascolta anche la voce: succede su Remember me, una rilettura di una delle prime incisioni della band, introdotta da Nick Mason con queste parole: “Questa canzone la dedichiamo a una persona senza la quale non avremmo mai avuto la possibilità di essere qui stasera, Syd Barrett”.
Mason, 80 anni compiuti a gennaio, è in splendida forma. Siede dietro ai tamburi ma come al solito non si limita a picchiare, suona invece la batteria, attraverso lo strumento aggiunge la sua voce a quella degli altri strumentisti della band, tutti di grande livello. C’è Lee Harris alla chitarra, al quale, come ricorda Mason presentandolo, si deve l’idea iniziale e la spinta decisiva per l’avvio del progetto; c’è il bassista Guy Pratt, turnista di lusso, per anni anche al fianco di Rick Wright, con il quale Mason l’altra sera festeggiava il suo 540esimo concerto insieme; c’è il tastierista e armonicista Dom Beken; e c’è, ultimo ma non ultimo, l’altro chitarrista, Gary Kemp: “Siamo andati a prenderlo a Hollywood, e abbiamo trovato un new romantic, l’ex chitarrista degli Spandau Ballet”. Tutti suonano senza imitare nessuno e soprattutto con l’ottimo risultato di non far rimpiangere nessuno. Un concerto di grande atmosfera e sempre all’altezza del suono importante di cui si fa portavoce, costruito con i pezzi dei Pink Floyd, certo, ma suonati con carattere autentico dalla nuova band di uno di loro.
E ora è il tempo di parlare delle scenografie e di venire così alla seconda delle promesse, o delle avvertenze, dichiarate da Mason all’inizio dell’avventura dei Saucerful of Secrets sei anni fa: il gigantismo. Non c’è ancora, ma il rischio che possa esserci in futuro è dietro l’angolo. Le immagini che accompagnano lo show sono stupende, richiamano lo stile dei Floyd dei primi anni. L’iconografia è puntuale, non fa rimpiangere il livello perseguito dai Pink Floyd lungo tutta la loro carriera. E anche oltre, nelle diramazioni che ne sono seguite grazie alle carriere soliste di Roger Waters e di David Gilmour. Ora tocca a Mason e anche lui tiene il livello egregiamente, riproduce un marchio, uno stile, e per questa via potrebbe scivolare nel gigantismo che desidera invece evitare.
Lo si capisce soprattutto quando, dopo la pausa di venti minuti necessaria a ricaricare le batterie, partono i 23 minuti della suite di Echoes: le immagini grandiose sembrano uscite dall’immaginazione di Aubrey "Po" Powell e di Storm Thorgerson, i due geni della Hipgnosis, lo studio grafico che ha lavorato a lungo con i Pink Floyd e non solo per le copertine degli album. A un certo punto si potrebbe trattare anche di un concerto dei Pink Floyd dell’era The Wall e invece voleva essere solo un ricordo di quando la band suonava nei club di Londra come l’UFO, quando al massimo potevano contare sulle proiezioni psichedeliche sul muro.
Usciamo dall’Auditorium con l’impressione di aver vissuto un concerto formidabile, con un Mason ritrovato in grande forma e una band di primo piano: “Grazie per essere venuti”, dice Mason prima di uscire di scena. Siamo noi a ringraziare idealmente lui, per avere ancora la passione e la voglia di suonare per noi.