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Jack White e il rock che vuole (ancora) sovvertire il mercato

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Il fondatore dei White Stripes ha appena pubblicato un album “misterioso” per la sua etichetta discografica
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No name, titolo che più vago non si può, stampato al centro di un vinile bianco senza alcuna altra indicazione. Ecco come Jack White, già eroe planetario del “po po poppo po po…po” lanciato ai mondiali di calcio del 2006 quando si presentava come White Stripes, se n’è uscito a due anni dai suoi ultimi album solisti, con l’evidente intenzione di scombinare, smuovere, sfuggire alla spietata routine del nuovo mercato della musica. Come? Cominciamo dall’inizio.

White possiede una sua etichetta discografica la Third man record (nome ispirato al famoso film con Orson Welles) alla quale sono collegati solo tre negozi, dislocati a Detroit, a Nashville e a Londra, insomma una chiccheria da veri appassionati, considerando che White oltre a essere uno dei più brillanti chitarristi della scena rock, è anche un sobillatore, un divulgatore, un’artista in missione per conto del Dio della buona musica. Dunque i frequentatori di questi …

No name, titolo che più vago non si può, stampato al centro di un vinile bianco senza alcuna altra indicazione. Ecco come Jack White, già eroe planetario del “po po poppo po po…po” lanciato ai mondiali di calcio del 2006 quando si presentava come White Stripes, se n’è uscito a due anni dai suoi ultimi album solisti, con l’evidente intenzione di scombinare, smuovere, sfuggire alla spietata routine del nuovo mercato della musica. Come? Cominciamo dall’inizio.

White possiede una sua etichetta discografica la Third man record (nome ispirato al famoso film con Orson Welles) alla quale sono collegati solo tre negozi, dislocati a Detroit, a Nashville e a Londra, insomma una chiccheria da veri appassionati, considerando che White oltre a essere uno dei più brillanti chitarristi della scena rock, è anche un sobillatore, un divulgatore, un’artista in missione per conto del Dio della buona musica. Dunque i frequentatori di questi negozi si sono visti consegnare alla cassa, qualsiasi cosa avessero comprato, un disco un gadget, una maglietta non importa, una busta bianca contenente il misterioso vinile bianco con al centro la scritta “no name” e nessuna altra informazione. Alla inevitabile domanda dei sorpresi utenti, il cassiere diceva di non avere alcuna idea sull’identità del disco e che aveva semplicemente l’ordine di regalarlo agli acquirenti.

Un post dell’etichetta ha poi aggiunto un commento sulla bellezza della condivisione, del quieto rumore prodotto da un oggetto misterioso che inizia a circolare liberamente, praticamente un esplicito invito a piratarlo, pubblicando a piacimento tutto quello che c’era da condividere. Una volta messo sul piatto il disco rivela il suo contenuto, la riconoscibile voce di Jack White alle prese con una scarica di adrenalina, 13 pezzi che esprimono senza se e senza ma voglia di rock, duro, puro, sporco e per di più clandestino. Che sia uno sfogo, un divertissement, è fin troppo evidente, ma è allo stesso tempo un segnale forte di indisciplina, di libertà, di ribellione al dogma imperante che è fato di streaming, di suoni compressi e beat ripetitivi. I precedenti, a cui certamente si è ispirato Jack White, sono arcinoti, a partire dall’album bianco dei Beatles, che è l’archetipo dei dischi senza titolo e quasi senza nome, fino al cosiddetto “black album” di Prince.

Ma nell’operazione di White che, chissà, magari si evolverà, forse diventerà un disco vero e proprio con titoli e crediti, o forse no, c’è il ghigno del monello, l’impertinenza dell’outsider che possedendo un etichetta e dei negozi molto ricercati e alla moda, può permettersi di fare come gli pare, anche cose apparentemente senza senso, e suona “garage” e altra ruggine rock cercando di scrostare la polvere della storia e rendere attuale quell’energia creativa con riff alla Led Zeppelin, lui che di riff se ne intende e senza volerlo ha inciso quello che almeno una volta è stato cantato in ogni stadio del mondo.

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