Tracy Spencer, meteora anni 80: “Mi piace fare tour revival, tra coetanei mi sento giovane come allora”
di Luigi Bolognini«Su Rete 4 il telefilm Spenser. Con Spencer Tracy e Tracy Spencer». Così a fine anni Ottanta Francesco Salvi faceva l’annunciatore a modo suo. Il telefilm Spenser era un poliziesco americano. Spencer Tracy è uno dei più grandi attori della storia. E Tracy Spencer? A chi ha una certa età il nome dice ancora parecchio, anche se ha ballato – ovvero cantato, ma quanto cantato – solo una stagione. In quella stagione, però, anno di grazia 1986, riuscì a battere in hit parade anche Madonna che stava esplodendo in tutto il mondo, quella che stava per sbancare anche in Italia col devastante concerto di Torino. Da allora la cantante anglo-capoverdiana, ora 62enne, ha tenuto viva una certa popolarità partecipando periodicamente a trasmissioni televisive tipo I migliori anni e a eventi revival come La macchina del tempo 80, che lo scorso mese agli impianti sportivi di Mirano (Venezia) ha messo sul palco anche Ivana Spagna, Johnson Righeira, Gazebo, Marco Ferradini. Tutti nomi proustiani, in qualc…
«Su Rete 4 il telefilm Spenser. Con Spencer Tracy e Tracy Spencer». Così a fine anni Ottanta Francesco Salvi faceva l’annunciatore a modo suo. Il telefilm Spenser era un poliziesco americano. Spencer Tracy è uno dei più grandi attori della storia. E Tracy Spencer? A chi ha una certa età il nome dice ancora parecchio, anche se ha ballato – ovvero cantato, ma quanto cantato – solo una stagione. In quella stagione, però, anno di grazia 1986, riuscì a battere in hit parade anche Madonna che stava esplodendo in tutto il mondo, quella che stava per sbancare anche in Italia col devastante concerto di Torino. Da allora la cantante anglo-capoverdiana, ora 62enne, ha tenuto viva una certa popolarità partecipando periodicamente a trasmissioni televisive tipo I migliori anni e a eventi revival come La macchina del tempo 80, che lo scorso mese agli impianti sportivi di Mirano (Venezia) ha messo sul palco anche Ivana Spagna, Johnson Righeira, Gazebo, Marco Ferradini. Tutti nomi proustiani, in qualche modo: basta citarli e ai reduci di allora si spalancano praterie di ricordi, di gioventù, di brufoli, di amorazzi, o semplicemente di una vita viva (ma qui siamo a una citazione da Battisti-Mogol). E grazie a questi continui appuntamenti Tracy sfodera ancora un italiano da fare invidia anche ad alcune madrelingua.
La sua storia è particolare a cominciare dal nome, che non è certo casualmente quello di Spencer Tracy capovolto.
«No, anzi. Lo decisero assieme Gerry Scotti e Claudio Cecchetto. Un po’ creava la curiosità per via proprio del grandissimo attore, un po’ io all’anagrafe di Londra sono registrata come Louise Tracy Freeman e quindi mantenevo una parte del mio nome vero, cosa che non mi dispiaceva affatto».
Il resto l’ha fatto Run to me, la canzone con cui trionfò al Festivalbar del 1986. E, aggiungiamoci, una qualche parte l’ha fatta anche il look sempre sensuale, inguainata com’era in abiti attillatissimi, con cui cantava. Senza dimenticare di aggiungerci poi la meravigliosa pelle d’ebano di cui l’ha dotata la natura…
«Ma sa, lo spettacolo è sempre stato qualcosa di famiglia. Mamma faceva la ballerina e la prima volta che vidi la città di Roma fu per accompagnare mia sorella in televisione, dov’era una delle soubrette con Pippo Baudo nella prima metà degli anni Ottanta. Era il 1982 e col nome di Louise Freeman cantò Aa ee oo uu e Mirage e la sigla di Domenica in, Wow! Mamma mia. A quel punto mi misi a fare la modella, fino a quando Cecchetto ebbe una delle sue intuizioni e mi propose Run to me, canzone disco che sfondò immediatamente e diventò, come dite voi, un tormentone».
Riuscendo a battere Madonna, per una settimana.
«Questo dice l’hit parade ufficiale: il 28 giugno Live to tell era al primo posto, il 12 luglio toccò a Papa don’t preach. Ma in mezzo – nella classifica uscita il 5 luglio – al vertice c’ero stata io, spodestando proprio Live to tell. Da non crederci, così come sarebbe da non credere ai bilanci annuali delle vendite: la prima in assoluto del 1986 fu The final countdown degli Europe, la seconda proprio Papa don’t preach e terza io, precedendo tra gli altri Notorious dei Duran Duran e Take on me degli a-ha, tuttora ritmi simbolo del decennio».
Ma fu incredibile tutta quell’estate per lei, no?
«Scherza? Chiaro che sì. Il Festivalbar adesso non ci si rende esattamente conto di che manifestazione fosse. E non lo dico perché quell’anno l’ho vinto, sia ben chiaro. Penso anche solo al livello degli ospiti, gente come Boy George, Rod Stewart, Simply Red. Il top del top dell’epoca. Cantanti che non avevano la minima idea, giustamente, di chi io fossi, eppure vinsi davanti ai loro occhi. Ma erano tutti altri tempi. Anche nel fatto che non esistessero gli smartphone, ahimè, sennò ne avrei intasati almeno un paio solo di selfie».
È nostalgica?
«Nel senso negativo no. Certo, quei tempi erano straordinari, musicalmente c’era una varietà incredibile e non l’omologazione elettronica attuale. Anche se temo che di questo faccia parte il fatto che allora avevo 24 anni. Di sicuro i miei due figli, che hanno circa la mia età di allora, se ne fregano abbondantemente quando gli racconto di quei tempi. Però mi fa piacere essere ricordata. Quell’estate l’ho vissuta volutamente come un one shot, diciamo una toccata e fuga, pensando poi di fare altro. E anche per questo non ho poi più voluto fare altre canzoni. La gente mi ricorda per Run to me, inutile affollarsi con altre. La canto sempre volentieri a richiesta. E fare tour come questo con altri cantanti degli anni Settanta e Ottanta non è casuale: siamo tra coetanei, quindi mi sento giovane come allora. Anzi, facciamo un po’ di conti: ho 62 anni e faccio revival da quando ne avevo 41. In pratica ho passato più tempo a ricordare un certo passato che a viverlo in diretta, e trovo tutto questo semplicemente fantastico».
La parola “conti” non la dice a caso.
«No, la matematica è una delle mie passioni, presto ci farò un progetto on demand su Amazon dedicato ai bambini».
Il suo ottimo italiano è dovuto all’aver abitato in Italia fino a metà anni Novanta.
«E non sa dove. A Milano, nella casa che era stata di Sandy Marton, un punto d’appoggio magnifico per chi doveva stare in città qualche giorno. Tra i tanti Amadeus, che allora non conoscevo. Me ne parlavano benissimo e non mi pare che si siano sbagliati troppo».