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Mezzosangue: “Non corro per i numeri, questione di scelte. I miei testi sono come Roma: il tempo non li ha toccati”

L'artista romano Mezzosangue, 33 anni 

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Il rapper in testa alle classifiche con un disco uscito dodici anni fa e ora rieditato come album. Nei pezzi la critica alla cultura dell’apparenza, al capitalismo sfrenato, alla scarsa attenzione per il sociale. “Le parole non invecchiano se intercettano qualcosa di più ampio”
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Quello di Mezzosangue è un fenomeno inedito non solo del mondo del rap, ma in quello della canzone in generale. L’artista romano, dall’identità misteriosa (ha sempre nascosto il suo volto dietro a un passamontagna), dodici anni fa ha pubblicato un album intitolato Musica cicatrene: un mixtape di rap duro e puro, impegnato e arrabbiato, lontanissimo da certi standard edonisti o comunque caratterizzati da racconti di vita personali che riempiono la scena rap e trap contemporanea. I temi di quel disco erano il capitalismo spietato, la cultura dell’apparenza, la scarsa attenzione per il sociale. A distanza di oltre un decennio, il rapper ha deciso di trasformare quelle registrazioni in un album vero e proprio, Musica Cicatrene – The album, prodotto da G-laspada, che ha debuttato al primo posto della classifica Fimi dei cd e vinili più venduti ed al quarto tra gli album più ascoltati. Un caso davvero singolare.

Al numero 1 c…

Quello di Mezzosangue è un fenomeno inedito non solo del mondo del rap, ma in quello della canzone in generale. L’artista romano, dall’identità misteriosa (ha sempre nascosto il suo volto dietro a un passamontagna), dodici anni fa ha pubblicato un album intitolato Musica cicatrene: un mixtape di rap duro e puro, impegnato e arrabbiato, lontanissimo da certi standard edonisti o comunque caratterizzati da racconti di vita personali che riempiono la scena rap e trap contemporanea. I temi di quel disco erano il capitalismo spietato, la cultura dell’apparenza, la scarsa attenzione per il sociale. A distanza di oltre un decennio, il rapper ha deciso di trasformare quelle registrazioni in un album vero e proprio, Musica Cicatrene – The album, prodotto da G-laspada, che ha debuttato al primo posto della classifica Fimi dei cd e vinili più venduti ed al quarto tra gli album più ascoltati. Un caso davvero singolare.

Al numero 1 con un disco di dodici anni fa. Fa un certa impressione ascoltarlo oggi, in mezzo a tanto rap pieno di simbologie discutibili e di tematiche molto legate al personale.

“Stavo pensando da tempo di riprendere in mano quei brani, anche perché molti fan me lo hanno chiesto tante volte. Ho pensato che fosse il momento di dare la giusta cornice a quel quadro. Anche a me fa impressione risentirlo nel contesto di oggi: ho vissuto il contrasto in maniera molto forte. Mi è capitato poco tempo fa di riascoltare un mio brano e ho avvertito un distacco pesante, anche eccessivo”.

Il suo modo di rappare riporta alle radici del genere. Se dovessimo cercare dei precedenti, i modelli potrebbero essere Assalti Frontali e Rancore, artisti molto impegnati sul sociale che scandiscono le parole con forza.

“Non so se ci sia una continuità, sicuramente Roma è una città che obbliga gli artisti a scrivere fuori del tempo. A Milano sei abituato a stare al passo coi tempi, sempre di corsa, attaccato alla modernità. Roma ti educa al fatto che certe cose possono durare anche duemila anni. In qualche modo, ti abitua all’estemporaneità. Sottovalutiamo molto l’ambiente che forma la nostra mente. A Roma c’è tanta bellezza, e la bellezza salverà il mondo”.

Che effetto le fa constatare che i suoi testi, pieni di impegno e di critiche sociali, non sono invecchiati di una virgola, anzi, forse sono più attuali oggi di quando li ha scritti?

“È una sensazione più triste che bella, anche se cerco sempre di vedere il lato migliore delle cose. Gli artisti dovrebbero sempre puntare a intercettare qualcosa di più ampio: in anni passati questo riusciva più spesso, basterebbe pensare a grandi autori come Lucio Dalla o Rino Gaetano. Il modello era Orwell e la sua capacità di allargare la vista e di saper spiegare in qualche modo la società. Ora l’ampiezza dello sguardo non è così, contano molto di più i numeri”.

Questa legge dei numeri sembra però creare una pressione eccessiva: diversi suoi colleghi hanno denunciato pubblicamente stress e malessere.

“La cosa davvero assurda è che anche il pubblico avverte il peso di questi numeri. Queste logiche così legate agli stream, alle visualizzazioni, ai like, ci rendono molto più pecore di quello che siamo. Ci sono tanti esempi di viralizzazione, se gonfi i numeri la percezione sarà comunque alterata, e vale per tutti. E’ un po’ come la quarta parete di Pirandello: tantissime operazioni sono fatte sui e per i numeri, e il pubblico non capisce più se la cosa gli piace o semplicemente lo attira, perché alla fine siamo animali sociali e il contesto ci condiziona. Anche io sono pienamente coinvolto in questo meccanismo: i commenti sulle mie canzoni, specie in fase di realizzazione, mi fanno cambiare la percezione e il giudizio su quello che sto facendo”.

Non si sente fuori luogo in questo universo musicale così legato al benessere e a rappresentazioni non sempre condivisibili?

“Mi sento sempre fuori luogo. Complice la vita personale, alcune cose hanno spostato l’attenzione su aspetti diversi rispetto ad altri artisti coetanei. Il mero edonismo o il lusso, quando ti rendi conto che è più una piaga sociale che un bene, sono difficili da osservare con uno spirito positivo. Mi confronto molto con Nayt, abbiamo fatto un percorso simile, spirituale e psicologico. Quando trovo persone così, mi sento meno fuori luogo. Quello che ho vissuto con perplessità è che in tanti si lamentano di quella corsa sfrenata ai numeri, io ho un’educazione militare sul piano della disciplina anche professionale che mi allontana da quel tipo di ragionamenti. Per alcuni colleghi un disco che va male può essere un fallimento, la vivono molto male”.

A parte Nayt, ha un rapporto speciale anche con Ultimo. Avete inciso insieme “Diluvio Universale”, finita sull’ultimo album del cantautore romano. Una collaborazione per certi aspetti sorprendente.

“Il progetto nasce da un rapporto personale. Ci siamo conosciuti nel 2016, più o meno: mi ha colpito il suo essere coerente, molto più di tanti altri artisti.

Era un mio fan, poi ci siamo frequentati, abbiamo scritto un pezzo mai uscito, poi abbiamo registrato Diluvio universale e lui ha voluto a tutti costi pubblicarlo. Gli fa onore perché non è una scelta di marketing, ma il frutto di un rapporto sia umano che artistico”.

Ma alla fine qual è il giudizio su certi colleghi sensibili al successo? E che rapporto ha con gli altri protagonisti della scena rap?

“E’ complicato giudicare. A volte di mezzo c’è la megalomania, che è difficile da gestire. Io ragiono per macrosistemi, penso di poter cambiare davvero le cose, poi ognuno fa i conti con la propria quotidianità. Dipende dal tipo di vita che si sceglie. Per quanto riguarda i rapporti, mi rendo conto di essere un po’ temuto da tutti, credo sia per via della maschera (ride)”.

Ha mai pensato di togliersela?

“E’ una decisione su cui entrano in gioco tanti fattori: chi vedeva il significato di quel messaggio quel messaggio lo vede ancora. Se la togliessi sembrerebbe un’operazione marketing e il pubblico percepisce queste cose. Ma mi interrogo ogni giorno”.

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