C’era una volta un festival rock chiamato Woodstock, e a dirla tutta c’è ancora, resiste indistruttibile come modello imperante e indiscusso di ogni raduno rock degno di questo nome, è la “madre” di tutti i concerti, il big bang, la rutilante genesi di ogni ardore e furore legato all’idea dei concerti di massa.
Iniziò il 15 agosto del 1969, nel bel mezzo di una delle estati americane più intense e movimentate della storia moderna, non foss’altro perché fu l’estate dell’allunaggio e della strage della setta di Manson, perché era un anno di potenti trasformazioni e anche perché una sterminata marea di giovani affluì nei pressi di Woodstock in uno sconosciuto angolo di mondo chiamato Bethel per provare a mettere in scena il mondo liberato che un’intera generazione stava sognando. Ecco cosa fu davvero Woodstock — e per questo si è indelebilmente fissato nell’immaginario collettivo — la prova generale di una rivoluzione che …
C’era una volta un festival rock chiamato Woodstock, e a dirla tutta c’è ancora, resiste indistruttibile come modello imperante e indiscusso di ogni raduno rock degno di questo nome, è la “madre” di tutti i concerti, il big bang, la rutilante genesi di ogni ardore e furore legato all’idea dei concerti di massa.
Iniziò il 15 agosto del 1969, nel bel mezzo di una delle estati americane più intense e movimentate della storia moderna, non foss’altro perché fu l’estate dell’allunaggio e della strage della setta di Manson, perché era un anno di potenti trasformazioni e anche perché una sterminata marea di giovani affluì nei pressi di Woodstock in uno sconosciuto angolo di mondo chiamato Bethel per provare a mettere in scena il mondo liberato che un’intera generazione stava sognando. Ecco cosa fu davvero Woodstock — e per questo si è indelebilmente fissato nell’immaginario collettivo — la prova generale di una rivoluzione che poi non c’è stata.
Ma partiamo dall’inizio. Il festival fu il risultato di tali e tante circostanze fortunate da risultare quasi inverosimile, fu immaginato da due fricchettoni in vena di avventure, appoggiati da due finanziatori che credettero non si sa bene perché a quella che sembrava a tutti gli effetti una follia, fu chiamato Woodstock music and art fair, con dicitura fin troppo delicata, e fu un inaspettato figlio del caos. Un mese prima dell’inizio non si sapeva neanche dove si sarebbe svolto, gli eventi si incastrarono rapidamente solo quando un illuminato farmer di nome Max Yasgur, peraltro ben ricompensato con un affitto di 75mila dollari, concesse i suoi terreni, contrastando gli abitanti del luogo che stavano in ogni modo boicottando il temuto arrivo delle orde del rock. Nelle più rosee aspettative gli organizzatori pensavano a 60-70mila presenze, ne arrivarono 500mila scardinando ogni umana possibilità di gestione, con gli artisti che dovettero essere portati in elicottero perché non c’era altro modo di arrivare, insomma una organizzazione carente di fronte alla imprevista massa di giovani.
Eppure tutto andò a meraviglia, gli artisti si esibirono, stupefatti ed eccitati mentre si rendevano conto in tempo reale di partecipare a un evento di portata storica, senza precedenti. Per alcuni artisti fu la svolta della vita: Joe Cocker e Santana (che si esibì sotto l’effetto della mescalina per aver calcolato male i tempi della performance) erano di fatto sconosciuti fino al giorno prima e diventarono star planetarie, ci furono ritardi colossali, disguidi, carenze di cibo, ma tutto fu sublimato dallo spirito di novità e di fratellanza che si scatenò tra il pubblico, e quella situazione che era a un passo dal degenerare in una catastrofe è invece diventata la più duratura icona della cultura rock. Soprattutto grazie al film che uscì l’anno seguente. Tutti noi Woodstock l’abbiamo scoperto così, rivivendolo attraverso le straordinarie immagini girate da Michael Wadleigh (con unità secondaria diretta da Martin Scorsese). È grazie al film che il mito si è sviluppato. Di più, le sale cinematografiche diventarono un potente ripetitore, creando anche in quel caso una situazione che non aveva precedenti: i ragazzi ci andavano come fosse un concerto, cantando insieme a Crosby, Stills and Nash, a Joan Baez, agli Who, come se davvero si stessero esibendo lì in carne e ossa, tale era il desiderio di partecipare a quell’evento che cambiò l’immaginario del rock.
Altra anomalia, il festival si svolse nella costa Est, non lontanissimo da New York, ma era in tutta evidenza l’apoteosi della cultura alternativa che si era sviluppata in California: c’era dentro l’utopia della Terra promessa, il desiderio di una generazione che vedeva nella musica la possibilità di cambiare il mondo. E tutto nato da un possibile disastro organizzativo, da un festival sulla carta totalmente scombinato, con gli stessi organizzatori in stato di alterazione, con continui cambi di programma, con Richie Havens buttato letteralmente sul palco, perché dopo ore nessuno era ancora pronto a esibirsi, a improvvisare quella che diventò la sua celebre invocazione cantata intitolata Freedom.
I ritardi furono tali che Jimi Hendrix, designato nel programma come evento di chiusura dei “tre giorni di pace e amore” suonò in realtà all’alba del quarto giorno, davanti a una valle di macerie e a un pubblico relativamente ridotto, perché, viste le condizioni ambientali al limite della sopravvivenza, parte degli spettatori aveva già dalla sera precedente iniziato la lunga marcia per il ritorno a casa. Ma nulla aveva importanza di fronte all’ineluttabile: la storia aveva deciso che tutto dovesse andare bene affinché il mito potesse nascere.