«Passo molto tempo a girovagare di notte, a guardare il cielo, di solito con un fuoco che tremola da qualche parte lì vicino... mentre le fiamme si spengono, le stelle si spengono e l’alba inizia a spuntare, c’è sempre un momento in cui non posso fare a meno di sentirmi molto perso, molto solo, molto vicino alla fine». Robert Smith, il leader dei Cure, racconta così la genesi di Alone, il brano che apre l’album Song of a lost world, il primo lavoro dopo 16 anni di silenzio discografico.
Non che i Cure siano rimasti inattivi: negli ultimi anni sono stati protagonisti di concerti memorabili nel corso di lunghi tour nel mondo. Ma, come spesso accade, erano celebrazioni del passato. Una band, per essere considerata davvero viva e non semplice rappresentazione (e chi vuole bene al rock sa che portare sul palco il simulacro di se stessi è un peccato mortale), ha bisogno del…
«Passo molto tempo a girovagare di notte, a guardare il cielo, di solito con un fuoco che tremola da qualche parte lì vicino... mentre le fiamme si spengono, le stelle si spengono e l’alba inizia a spuntare, c’è sempre un momento in cui non posso fare a meno di sentirmi molto perso, molto solo, molto vicino alla fine». Robert Smith, il leader dei Cure, racconta così la genesi di Alone, il brano che apre l’album Song of a lost world, il primo lavoro dopo 16 anni di silenzio discografico.
Non che i Cure siano rimasti inattivi: negli ultimi anni sono stati protagonisti di concerti memorabili nel corso di lunghi tour nel mondo. Ma, come spesso accade, erano celebrazioni del passato. Una band, per essere considerata davvero viva e non semplice rappresentazione (e chi vuole bene al rock sa che portare sul palco il simulacro di se stessi è un peccato mortale), ha bisogno dell’oggi, del qui e ora. Grande rischio, per chi ha cominciato a distruggere le fondamenta dell’estetica rock già alla fine degli anni Settanta.
Robert Smith è il padre del dark, e tutti a chiedersi se quel gusto oscuro e un po’ claustrofobico, figlio di un’epoca dominata dall’incertezza e dalla paura, potesse essere ancora abrasivo e oniricamente claustrofobico come in quegli anni. E così Song of a lost world ci consegna una band uguale e diversa: non luminosa, sarebbe impossibile, ma nemmeno perduta nell’oscurità dell’esistenza. Le canzoni di questo disco sono, in fondo, un inno alla resistenza: quello che ai tempi di album davvero cupi come Pornography o fortemente inquietanti come Disintegration sembrava alienazione disperata e fuga in un mondo riempito di letteratura gotica e di paura del futuro, diventa adesso un messaggio quasi di speranza, un segnale di saggezza per chi fa ancora fatica a non sentirsi escluso.
La bellezza delle canzoni del disco (da Warsong a A fragile thing, dalla già citata Alone alla conclusiva Endsong) sono il manifesto di una band che non ha mai perso il contatto con la modernità. Nel disco c’è Reeves Gabrels, chitarrista che ha fatto parte, tra le altre cose, dei Tin Machine di David Bowie e che rafforza quelle frustate sonore che arrivano improvvise.
Quando parla di Endsong, Smith fa riferimento al brano di apertura Alone: «Mi sento più o meno allo stesso modo quando sto fuori a guardare la luna come quando avevo dieci anni, ma so che il mondo sotto i miei piedi non è più lo stesso di prima, e so che non lo sono nemmeno io. Questa consapevolezza mi rode, ed è resa molto peggiore dall’immutabile volto lunare. Lasciato solo con niente».
All’interno dell’album, Smith posa lo sguardo su vita e morte: in I can never say goodbye racconta la lacerante morte del fratello, che quando era piccolo lo aveva portato con lui al Festival di Wight. La scoperta di Jimi Hendrix, per un futuro chitarrista, è una visione. E in Nothing is forever rimpiange di non aver potuto assistere i suoi genitori fino al loro ultimo istante, un rimorso condiviso da molti. Ma se il tema dell’assenza è centrale in questo disco, il messaggio di queste canzoni appassionate e sorprendentemente attuali è che siamo ancora qui, nonostante tutto. Anche molti di quelli che pensavano, anni fa, di scomparire nel buio.