Il maestro Nicola Piovani, una storia immensa tra quattro David di Donatello, altrettanti Nastri d’argento, un Oscar (per le musiche de La vita è bella di Roberto Benigni) e vari altri premi di ogni tipo, ha idee molto chiare sulla musica di ieri, oggi e domani. Ma, soprattutto, le sue non sono idee consuete. Il suo libro è un avviso allarmante, a partire dal titolo: La musica è pericolosa. Non è un libro nuovo ma, proprio per questo, lo è ancora di più: «Era scomparso, l’ho voluto riportare alla luce», spiega.
"Robertooo", quella notte che Benigni vinse l'Oscar
In che senso era scomparso?
«Guardi, questo è il mio primo libro, anzi l’unico. Avevo avuto esperienze con i discografici che mi sembravano cialtroni. Poi, conosciuti gli editori di libri, ho rivalutato i discografici. Era scomparso, per vari cambi societari. Allo scadere dei diritti me ne sono riappropriato e, quando Elisabetta Sgarbi mi ha proposto di collaborare con La Nave di…
Il maestro Nicola Piovani, una storia immensa tra quattro David di Donatello, altrettanti Nastri d’argento, un Oscar (per le musiche de La vita è bella di Roberto Benigni) e vari altri premi di ogni tipo, ha idee molto chiare sulla musica di ieri, oggi e domani. Ma, soprattutto, le sue non sono idee consuete. Il suo libro è un avviso allarmante, a partire dal titolo: La musica è pericolosa. Non è un libro nuovo ma, proprio per questo, lo è ancora di più: «Era scomparso, l’ho voluto riportare alla luce», spiega.
"Robertooo", quella notte che Benigni vinse l'Oscar
In che senso era scomparso?
«Guardi, questo è il mio primo libro, anzi l’unico. Avevo avuto esperienze con i discografici che mi sembravano cialtroni. Poi, conosciuti gli editori di libri, ho rivalutato i discografici. Era scomparso, per vari cambi societari. Allo scadere dei diritti me ne sono riappropriato e, quando Elisabetta Sgarbi mi ha proposto di collaborare con La Nave di Teseo, con gioia abbiamo aggiunto qualche ritocco e un capitolo finale».
Perché la musica è pericolosa?
«È una frase di Federico Fellini. L’ho visto commuoversi e turbarsi fino ad avere gli occhi lustri ascoltando poche battute di un motivetto malinconico. Aveva una grande e vulnerabile sensibilità musicale, la musica lo impauriva perché , diceva, “non parla di nulla, non ha contenuti, eppure è capace di strangolarmi di emozione”. Per lui il mistero della comunicativa musicale era inquietante e, appunto, pericoloso».
Condivide l’affermazione?
«Beh, l’ho scelta come titolo del libro un po’ come un piccolo omaggio al grande artista ma anche perché, paradossalmente, metaforicamente, è una frase che mi appartiene. È riferita alla pericolosità gioiosa che c’è in ogni nostro incontro con la bellezza. Personalmente penso a una bellezza musicale, ma può valere per altre bellezze d’arte. Mi riferisco all’ascolto profondo, attento, riflessivo; non a quello superficiale, edonistico, consumistico».
Nicola Piovani con Federico Fellini nel 1990
Quanto è difficile il rapporto tra musicista e regista?
«Mi sono trovato più o meno bene con tutti e ho sempre lavorato con grande rispetto per tutti i registi, che sono i primi autori del film. Da quelli con cui non ho trovato un minimo di sintonia ho preso le distanze, mollando il lavoro. Ma naturalmente non faccio nomi».
Racconta molte cose interessanti su Federico Fellini con cui ha lavorato spesso. Evidentemente conosceva bene l’animo umano dal momento che riusciva a far sentire chiunque frequentasse il migliore: il miglior costumista, il miglior musicista, il miglior amico. Lo faceva per ottenere il meglio da loro?
«E chi lo sa? I suoi comportamenti erano spiazzanti, sembravano immediati, spontanei, ma nella vita quotidiana in lui c’era sempre qualcosa di imperscrutabile e fascinoso. Sono convinto che fosse molto sincero anche quando raccontava balle immaginifiche. E meravigliosamente, nel parlare, dava pochi giudizi, non era quasi mai sentenzioso. Ecco, il suo libero pensiero oggi mi manca, di questo ho un po’ di nostalgia: il pensiero diffuso nel mondo che frequento adesso è molto schiacciato sul giudizio continuo, su buono/cattivo, giusto/sbagliato; sulle pagelle, sulle classifiche. Tutto tende a somigliare a un derby, anche le riflessioni sulle tragedie più paurose del pianeta».
Può esistere una musica “oggettivamente brutta” e una “oggettivamente bella”?
«Magari esistesse quest’oggettività. È la meta di tanti critici che passano la vita a dirci “questo sì, questo no”. Ho l’età per avere imparato che la sentenza, il giudizio “oggettivo”, la “stroncatura” (bruttissima parola), sono a scadenza come lo yogurt. Nel corso dei decenni sfumano, si sviliscono, si ribaltano. Pensi le stroncature e i giudizi di sufficienza che hanno accompagnato l’opera di Puccini. Pensi a quanto poco erano considerati Mozart e Vivaldi all’inizio del 900. A quanta musica cosiddetta contemporanea del secondo 900, all’epoca laudata dalla critica “oggettiva”, è oggi ridotta a un’afasica anticaglia».
Franco Battiato diceva “a Beethoven preferisco l’insalata”.
«Io a Stockhausen preferisco Carosone».
Diceva anche “non sopporto i cori russi, la musica finto rock” etc. Lei invece cosa non sopporta?
«L’abuso dei superlativi: meraviglioso, orrendo, fantastico, disgustoso. La perdita delle mezze tinte è un po’ la perdita della cultura, del pensiero dialettico».
Cosa non smetterebbe mai di ascoltare?
«La Toccata in do minore di J. S. Bach registrata al pianoforte da Martha Argerich».
C’è differenza di valore o di qualità per lei tra musica pop e musica che deriva da studi classici?
«Come si è detto giustamente e sommariamente, la musica si divide in bella e brutta. Sommariamente, perché certamente la destinazione d’uso incide sull’esito. Un brano pop ha quasi sempre l’obbligo di essere ritmicamente ballabile, e quindi deve evitare i rallentati, gli affrettati; deve evitare le dinamiche – il piano, il forte il crescendo – per poter essere radiofonico, si relaziona a un mercato che ama molto le repliche dei successi e poco la ricerca. È una musica che deve spaziare in un ambito lessicale consueto e limitato, ma dal quale tuttavia ogni tanto escono delle meraviglie musicali».
Che cosa ne pensa della nomina a direttrice della Biennale di musica contemporanea che ha fatto Pietrangelo Buttafuoco di Caterina Barbieri, una compositrice di 34 anni che viene da studi classici ma poi passata all’elettronica e che ha dedicato una sua composizione presente alla Biennale Arte 2024 alla nonna partigiana? Sembra una scelta che farà molto discutere...
«Non la conosco – ho tante lacune – ma sulla carta sembra una buona scelta. Poi naturalmente in questi ambiti si giudica dal lavoro che farà, non dal pregiudizio ideologico: puoi lavorare bene o male, a prescindere da chi era tua nonna».
Lei dice che la nobiltà dell’occasione da cui nasce una musica non ne determina la qualità: qual è la prima opera che le viene in mente scaturita da un’occasione banale o da una commissione apparentemente poco interessante?
«Sono tante, soprattutto nel 700. E l’Aida, un’ opera capolavoro a forte valenza intimistica, è nata se non sbaglio su commissione, per l’inaugurazione del canale di Suez. Le miracolose Variazioni Goldberg di Bach si dice siano state scritte per consolare l’insonnia di Johan Goldberg. Chissà, se all’epoca fossero esistito le benzodiazepine avremmo forse un capolavoro in meno...».
L’Inno di Mameli è brutto?
«Brutto no, forse un po’ banale. Ma la sua potenza non sta nella bellezza della musica né dei versi, bensì nel valore simbolico di quella musica e di quei versi. Un inno è un inno, può prescindere da valori estetici puri, che sia di Novaro, che sia di Venditti per la Roma. Certo, quello tedesco, su musica di F. J. Haydn, è di altissima qualità, ma poco importa».
Se potesse decidere un altro inno cosa sceglierebbe lei? Personalmente penso che l’inno giapponese che dura poco più di un minuto sia uno dei più belli del mondo: lo conosce?
«L’inno giapponese è di una maestosa solennità, molto commovente. Quel tema è un antenato delle Turandot di Puccini. Forse, con quell’andamento mesto, sarebbe poco adatto al nostro spirito italiota. Cantato prima della partita della nazionale forse deprimerebbe i giocatori e ci farebbe prendere molti gol».
Difetti e imprimatur, Paolo Conte si racconta nel doc 'Paolo Conte alla Scala. Il maestro è nell'anima'
Ricordando un’altra polemica, quella per il concerto di Paolo Conte alla Scala, lei cosa ne pensa?
«Paolo Conte, in quanto genio, ha diritto di essere l’eccezione alla regola. Mi dispiace di non aver potuto assistere al suo concerto alla Scala. Io credo però che di regola ci dovrebbe essere un rapporto tra quel che si suona e il luogo in cui si suona. Come sarebbe inadatto Bruckner a La Bussola o al Piper Club (esiste ancora?), così non troverei molto adeguata la musica di Geolier alla Scala o al San Carlo».
Il Nobel per la letteratura a Bob Dylan: è stato giusto darlo a un musicista?
«Nulla da eccepire, le giurie esprimono pareri personali, parziali, non hanno lo scettro della universalità oggettiva. Per me è stato un premio ben dato. Dylan è un grande, come poeta più che come musicista. Mi è piaciuto meno il fatto che si sia rifiutato di ritirare il premio ma non di incassare l’assegno».
Paolo Conte, come notorio, ama molto il jazz. Mi incuriosisce sapere cosa pensa lei di un aspetto particolare di questa musica: l’improvvisazione. Può esistere l’idea di improvvisazione anche nella musica classica o è necessaria sempre e comunque la partitura?
«Nella musica barocca era molto in uso l’improvvisazione. Le cadenze nei concerti ottocenteschi erano momenti di improvvisazione. La musica aleatoria, di moda negli anni 60, 70, era fatta di improvvisazioni quasi sempre poco entusiasmanti. Nel jazz sfuma il confine fra compositore e esecutore. Se l’esecutore è un genio l’improvvisazione sarà geniale».
Tra emozione e perfezione dell’esecuzione cosa privilegia?
«La perfezione è un’opzione, apprezzabile ma non primaria. Ascolto ogni tanto qualche nuovo pianista asiatico che esegue perfettamente mille note al secondo ma che, messo davanti a un notturno di Chopin, risulta un po’ inespressivo. C’è differenza fra artista e atleta. La capacità di emozionare un pubblico è una precondizione per praticare l’arte dell’esecuzione. E se è perfetta è meglio».
Lei nella prefazione del libro dice che la nostalgia la infastidisce, però questo è un periodo in cui forse non si può fare a meno di essere nostalgici, e non solo per la musica visto quello che sta succedendo a livello mondiale: forse diventa necessario tramandare certe cose proprio oggi...
«In tutti i tempi, penso, bisogna coltivare con amore la memoria del passato, ma vivere con la testa girata in avanti. Si racconta un episodio dei nostri emigranti che lasciavano l’Italia per approdare in America negli anni venti: viaggiavano in terza classe, in basso, e non avevano diritto di uscire all’aperto, dovevano restare al chiuso asfissiante delle loro cabine. Quando però i ricchi pranzavano, loro avevano diritto a due ore di aria. Beh, uscendo all’aperto, senza alcun criterio prestabilito alcuni di loro andavano a poppa, guardando verso la terra che avevano lasciato, anche se si vedeva solo mare. Altri correvano a prua, a guardare verso il futuro americano che li attendeva, guardando solo mare. Ecco, mi sembra una bella metafora per raccontare della scelta del vivere a prua, guardando il futuro, e del vivere a poppa, rimembrando il passato, con la testa girata all’indietro… La memoria va coltivata, ma la nostalgia è pericolosa: i bei tempi di una volta, della tv di una volta, la statura dei politici di una volta, i romanzi di una volta, la cucina della nonna, i giornali cartacei, il Rosso Antico. Qualcuno avrà nostalgia anche del linoleum, associato ai suoi amori giovanili».
Cambiando discorso: da dove viene la sua passione per i limerick (breve componimento di contenuto nonsense o umoristico: è composto di cinque versi le cui rime seguono lo schema AABA: il primo deve enunciare il tema protagonista, i restanti versi sintetizzano l’aneddoto, mentre nell’ultimo viene richiamato il tema principale, ndr)? Con chi la condivide: forse Benigni? Un tempo ci sarebbe stato sicuramente Umberto Eco e oggi forse anche Paolo Conte (o forse lui ama più che altro l’enigmistica).
«La passione ce l’ho per la metrica, mi piace sentire gli endecasillabi o gli esametri “a orecchio”, senza contare le sillabe. E il limerick è un gioco metrico divertente. Con gli amici come Roberto Benigni condivido invece la passione per l’enigmistica, soprattutto per le crittografie, nelle quali Paolo Conte è un asso inarrivabile. Ho anche collaborato a un libro di giochi enigmistici del grande Stefano Bartezzaghi. Ho frequentato pochissimo Umberto Eco e mi ricordo che una volta a Milano una cena volò via facendo insieme crittografie, che lui frequentava a livelli sublimi».
La musica e l’immagine: per la nuova copertina di questo libro lei ha scelto Manara. Forse è un cerchio che si chiude perché anche Milo ha lavorato con Fellini per fare dei fumetti (il graphic novel “Viaggio a Tulum” e altro ancora). Vi siete conosciuti in quell’occasione?
«Ci siamo conosciuti attraverso Fellini e Vincenzo Mollica. Abbiamo lavorato insieme nel 1998 a un balletto che abbiamo dedicato proprio a Fellini. Quando, nei miei concerti, metto in scaletta un pezzo nuovo, ogni tanto telefono a Manara e glielo racconto. Spesso lui reagisce mandandomi un incantevole disegno e quando arriva e lo proiettiamo in teatro è festa grande per me che suono guardandolo».
A proposito di fumetti lei cita una striscia dei Peanuts su “Linus” in cui Schroeder, il piccolo pianista, cerca di spiegare a Lucy perché ama ascoltare la musica e lei non capisce. Chi è, secondo lei, l’ascoltatore di musica? Cosa vuol dire ascoltare? Lei quando ascolta altri artisti riesce a farsi trasportare o vede le note e pensa al lavoro, all’apetto più tecnico?
«Beh, c’è ascolto e ascolto. C’è l’ascolto concentrato, in teatro: in silenzio, per un’ora si ascolta una sinfonia di Mahler, con l’attenzione ai dettagli e l’applauso finale; poi c’è l’ascolto distratto e caciarone per ballare fra amici, per cantare in macchina, o con la chitarra in spiaggia. C’è l’ascolto da concerto rock, con volumi di potenza tellurica, dove si canta in coro, si urla, si beve alcol, si fuma di tutto, si fraternizza fisicamente… e c’è un tempo per tutto, per ogni rituale di fruizione.Quello che mi infastidisce molto è l’uso e l’abuso della musica ambientale, di sottofondo, da me non scelta; quel blob indistinto che invade caffè, ristoranti, palestre, boutique, supermercati, taxi, aeroporti, sale d’aspetto dentistiche... Fra un po’ arriverà anche nelle sale operatorie. È un malcostume figlio dell’horror vacui che uccide la bellezza del silenzio».
Erik Satie parlava di “musique d’ameublement”, più tardi William Burroughs parla di Muzak, quella da sottofondo per supermercati o ascensori, in modo da rendere più confortevole un luogo anonimo e far consumare di più i clienti, e Brian Eno teorizza la “musica ambient” ma forse oggi il vero pericolo è l’intelligenza artificiale come lei sottolinea nel post-scriptum: ha mai provato ad utilizzarla?
«L’ho frequentata un po’. L’intelligenza artificiale fa miracoli nel produrre velocemente musica a comando, su ordini e descrizioni vocali. Da quel che ho sentito io, produce mirabili variazioni su fotocopia di musica già esistente. Ma questo a volte lo fanno anche compositori in carne e ossa. Ecco, diciamo così: c’è ormai poco bisogno di autori per produrre musica banale. Ma il guizzo, la scintilla, l’invenzione sono altra cosa».
Interessante anche quella che lei nel libro descrive come contraddizione del rocker, al tempo stesso trasgressivo e ipernarcisista, tutt’altro che democratico: un’incoerenza impossibile da risolvere?
«Il rock è un fenomeno planetario ancora per me misterioso. È un fenomeno di costume che ha a che fare solo tangenzialmente con la musica. I suoi divi hanno prodotto a volte canzoni geniali e spesso grandi banalità musicali. Ma, ripeto, per il rocker la musica è un campo secondario, marginale. Conta di più il look, l’ideologia che veicola, la forza comunicativa del personaggio: azzeccati questi aspetti, poi basta anche un giro di do. È sorprendente quanto nella storia del rock ci siano star che esibiscono il marchio del trasgressivo e rivoluzionario,ma poi sono più che conservatori nei rapporti col prossimo, col business e col conto in banca».
Che cosa ne pensa invece della Musica Assoluta?
«La musica assoluta è una piccola porzione della storia della musica. La maggior parte dei capolavori che ascoltiamo sono nati per commissione: per un opera teatrale, per un balletto, per un’incoronazione, per una ricorrenza, per una liturgia religiosa. Il termine “assoluto” non mi convince e, comunque, lo riserverei a partiture sublimi come gli ultimi quartetti di Beethoven, i notturni di Chopin, l’ottetto di Stravinski; a opere di tale sconvolgente bellezza».
Per tornare a Battiato, lui cantava anche “la musica contemporanea mi butta giù”. Mi sembra che anche lei, da quanto detto in precedenza, sia piuttosto critico: è esilarante il momento in cui nel libro racconta che molti si difendevano dicendo che “la musica contemporanea non è comprensibile dai contemporanei”.
«Quest’affermazione è una vecchia balla sulla quale si sono fondati equivoci madornali, e carriere discutibili».
Passiamo al teatro e a quel tipo di regista che lei ironicamente definisce “trasgressista”: abbiamo bisogno di cose sempre nuove? C’è stato qualche caso in cui lo stravolgimento di un classico ha mantenuto senso nel corso del tempo?
«Un solo esempio: Giorgio Strehler ha prodotto meravigliose regie d’opera sconvolgenti per i suoi tempi, ma sempre rispettose del testo musicale e del libretto – il quale comprende anche le didascalie scritte dall’autore. La trasgressione non è un merito di per sé. Non basta passare col rosso per essere un grande artista».
Veniamo infine alla cosiddetta “canzone d’autore”. Lei ha lavorato con De André: come è stato? La narrazione che fa nel libro nella nascita di una canzone che ha un posto importante nell’immaginario come “Il bombarolo” è davvero molto interessante.
«Da De André ho imparato molto: più da quello che faceva che da quello che diceva. Non sentenziava mai. Il suo comportamento era il suo messaggio. Non andava in televisione a promuovere i suoi dischi, penalizzando così le proprie vendite. Ma non l’ho mai sentito dire neanche una volta “Io in televisione non ci vado!”, frase che ricorreva molto della bocca di quelli che, in realtà, dalla televisione non venivano chiamati».
Le va di fare un limerick per Repubblica?
«Eccolo:
“La Repubblica è snob radical-chic”
Si diceva in decenni ormai lontani
Ai tempi di Pertini e di Fanfani.
Oggi epoca trend càfonal cheap
Non è più radicàl e manco chic”».
Il libro
Nicola Piovani, La musica è pericolosa
(La Nave di Teseo, pagg. 204, euro 17)