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Diss Gacha: “Il mio rap crede in Dio, basta con gli stereotipi”

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Vive in provincia di Torino e domani pubblica “Cultura italiana. Parte 2”
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Diss Gacha non si ascolta, lo si “capta”. E se non ci si è imbattuti, bisogna “correre corsa” per recuperare. Il rapper torinese, aka Gabriele Pastero, classe 2001, ha fatto del lessico, il suo, un marchio di creatività. La Treccani lo ha nominato il king del fonosimbolismo italiano per le onomatopee ma vanta anche l’audacia di decostruire e plasmare la lingua italiana o di titoli come “+++!”. Proprio Captato, per capirci, è Disco d’Oro, con oltre 24milioni di ascolti su Spotify,.

«Neanche mia mamma riesce a imparare le strofe», ammette sorridendo, ma a chi lo critica e lo canzona come «“Diss-lessico”» risponde a tono: «Anche se fosse, sono “diss” più lessico” perché ne ho tanto e potrei quasi venderlo». La frase è l’ultima appuntata sul suo smartphone, in una nota dove segna tutte le parole che lo affascinano. E usa nei suoi testi, in Cultura Italiana parte 1, in cui ha collaborato con Izi, Vegas Jones, Rosa Chemical e il rapper statunitense Wiz Khalifa. La parte 2 uscirà il 29 novem…

Diss Gacha non si ascolta, lo si “capta”. E se non ci si è imbattuti, bisogna “correre corsa” per recuperare. Il rapper torinese, aka Gabriele Pastero, classe 2001, ha fatto del lessico, il suo, un marchio di creatività. La Treccani lo ha nominato il king del fonosimbolismo italiano per le onomatopee ma vanta anche l’audacia di decostruire e plasmare la lingua italiana o di titoli come “+++!”. Proprio Captato, per capirci, è Disco d’Oro, con oltre 24milioni di ascolti su Spotify,.

«Neanche mia mamma riesce a imparare le strofe», ammette sorridendo, ma a chi lo critica e lo canzona come «“Diss-lessico”» risponde a tono: «Anche se fosse, sono “diss” più lessico” perché ne ho tanto e potrei quasi venderlo». La frase è l’ultima appuntata sul suo smartphone, in una nota dove segna tutte le parole che lo affascinano. E usa nei suoi testi, in Cultura Italiana parte 1, in cui ha collaborato con Izi, Vegas Jones, Rosa Chemical e il rapper statunitense Wiz Khalifa. La parte 2 uscirà il 29 novembre e nell’attesa, chi presalva il disco, può misurare la propria conoscenza del rapper con un test e aggiudicarsi il “Lessico: linee guida dei Ballas”, mini glossario del suo vocabolario per i Ballas, ossia la sua fanbase.

«Sto esportando cultura italiana come se fosse sostanza illegale», canta in Spirito Puro, uno dei brani più intimi, in cui parla della sua fede in Dio. È davvero illegale?

«Sì perché oggi manca la musica vera, non plastificata. Ritorneremo al momento in cui sarà importante il messaggio e non l’hype».

Il suo messaggio ha però un’estetica e un lessico tutt’altro che semplice.

«Perché le cose sono belle se complicate. Io faccio la musica che vorrei ascoltare e continuerò. Ognuno deve seguire la propria visione. Poi in giro c’è anche altro. Ma io non voglio uniformarmi a regole che scopri quando entri in questi ambienti o scegliere la semplicità perché funzionerebbe. So che ho una fanbase, i miei Ballas, che già mi capisce e piano piano riuscirò a portare la mia unicità a tutti e la mia musica a essere mainstream. Tanti artisti in America ci sono riusciti, pur restando loro stessi».

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Ambienti in cui ha scelto di non vivere, restando ad Avigliana, cittadina di poco più di 10mila persone, sovrastata dalla Sacra di San Michele, dove è cresciuto e ha la sua famiglia, fidanzata e amici storici. Perché?

«Perché qui ho i piedi per terra. Trasferirsi a Milano può anche essere un vantaggio ma ti fa entrare nella logica dell’industria lavorativa e rischi di perderti. Invece io vivo nel mio paesino, vedo il castello dalla finestra di casa e, se ho un momento difficile di stress, faccio un giro nel bosco o guardo il lago per trovare di nuovo la consapevolezza. Sono nella mia bolla con persone che vogliono bene a me e alla mia musica, non per l’hype. Il mio processo creativo non cambia e in due ore sono a Milano».

Ha parlato di unicità, la sua contrasta l’immaginario del rap. Dal viso acqua e sapone ai riferimenti alla fede. Un approccio che premia?

«Sentirsi a proprio agio con la diversità premia perché permette ad altri di rivedersi. Anzi, siamo in una fase in cui se hai qualcosa di diverso devi esserne grato ed esporlo. Tra i ragazzi non sono in molti a credere in Dio, io la considero la cosa più figa, e se ci faccio una barra quel ragazzo che crede non si vergogna, si sente compreso. È il ruolo della musica e dell’artista».

Nel rap soprattutto, c’è chi sceglie altri temi, soldi, fama, armi. Che ne pensa?

«Vedo che tanti ci si identificano, poi magari a 18 anni la fase trasgressiva passa. Ma l’importante è sentirsi liberi di esprimersi. In Cultura Italiana parte 2 sono riuscito a parlare di concetti nuovi, a lasciarmi andare. Dalle amicizie perse al concetto di arte, non da classifica, ma che deve lasciare qualcosa. E del concetto di farcela, che mi appartiene come figlio dell’impegno».

I Ballas sono quindi figli dell’impegno?

«Sì. Voglio spronare chi non ha persone vicine pronte a farlo. Io avrei voluto nella mia vita artisti che lo facessero con me, non in senso materiale dicendomi “ho l’orologione” ma dicendomi “bro, siamo uguali. Puoi farcela anche tu se ti impegni”. Io ho sempre saputo che volevo farcela nella musica, ho fatto tanti sacrifici, andavo a scuola e facevo lavoretti, anche per 4-5 euro l’ora per guadagnare qualche soldo. Sono sempre stato un Nerd della musica, cercavo ispirazioni ovunque. Oggi credo che se non dovesse andare bene con la musica riuscirei a cavarmela. Perché, come dico nel pezzo con Khalifa, basta un anno fatto bene e ottieni il massimo. Ma devi lavorare. Forse fossi nato a Milano sarei arrivato prima a questo momento ma non mi sarei vissuto quel gas a fare le cose che vive chi, venendo da una cittadina, si sente un può fuori dal mondo».

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